Il Financial Times lancia l’allarme sugli USA: “Sempre più simili all’Italia”

Wait 5 sec.

Per decenni siamo stati il termine di paragone scomodo, ora siamo quello da evitare: il Paese dei favori, della burocrazia che si piega agli amici degli amici, dei giovani costretti a fare le valigie. Adesso, a sorpresa, è l’America a guardarsi allo specchio e a ritrovarci dentro il nostro volto. A sostenerlo non è un osservatore di provincia ma il Financial Times, la bibbia della finanza internazionale, che in un’analisi firmata da Rana Foroohar, una delle firme economiche di punta del quotidiano della City, mette nero su bianco un parallelo destinato a far discutere: gli Stati Uniti stanno diventando “sempre più simili all’Italia”.I fronti su cui si gioca il confronto? La corruzione, che entrambi i Paesi avrebbero smesso di contrastare con convinzione, come certificano gli indici di Transparency International. Il populismo, che attraversa la politica americana con tratti sorprendentemente familiari a chi ha vissuto la stagione italiana. E soprattutto il lavoro, dove anche oltreoceano si sta affermando un sistema a due velocità: posti solidi e garantiti per i più anziani, porte chiuse o quasi per i giovani, con l’ascensore sociale fermo al piano terra e l’intelligenza artificiale che rischia di allargare ulteriormente il divario.Un ritratto impietoso che traduciamo e riportiamo qui.Questi giorni a New York va per la maggiore un gioco di società piuttosto interessante: quali abitudini economiche discutibili ha acquisito l’America da altri paesi? Si tratta forse del clientelismo politico endemico della Malesia? O della tolleranza della Nigeria nei confronti delle tangenti in contanti, considerate una pratica normale? Oppure è la disuguaglianza del Brasile, dove i super ricchi godono di una vita lussuosa accanto a chi vive nella miseria?L’America di oggi presenta aspetti di questi e di altri mercati emergenti (anche se questo termine sembra ormai improprio, visto che molte nazioni in via di sviluppo stanno superando i loro omologhi dei paesi ricchi in termini di performance economica e governance). Ma io farei un paragone diverso. Penso che l’America stia cominciando ad assomigliare sempre più all’Italia, un’altra nazione occidentale con una storia turbolenta.Ciò è vero per tre ragioni. Sebbene la corruzione palese possa non essere così grave né negli Stati Uniti né in Italia come in molti altri mercati di frontiera, entrambi i paesi stanno attivamente smettendo di contrastarla. In secondo luogo, il populismo in politica si sta manifestando in entrambi i paesi in modo simile. Infine, e soprattutto, il mercato del lavoro americano sta iniziando ad assomigliare sempre più a quello italiano sotto un aspetto cruciale: le persone più anziane mantengono posti di lavoro di qualità, mentre i giovani hanno difficoltà a trovarne di dignitosi.Due sistemi a due velocitàL’ultimo Indice di percezione della corruzione di Transparency International ha assegnato agli Stati Uniti un punteggio di 64 su 100 in termini di corruzione, il più basso mai registrato. L’Italia si è classificata leggermente più in basso, con un punteggio di 53, ma il rapporto ha specificatamente segnalato entrambi i paesi per aver indebolito gli sforzi nella lotta alla corruzione. La resistenza dell’Italia a criminalizzare l’abuso di potere da parte dei funzionari pubblici, ad esempio, e l’indebolimento da parte dell’amministrazione Trump del Foreign Corrupt Practices Act rientrano nella stessa categoria di comportamenti.Non sorprende quindi che la democrazia si stia indebolendo in entrambi i paesi. Un rapporto del 2026 di V-Dem, un progetto accademico che misura la democrazia, ha recentemente identificato sia l’Italia che gli Stati Uniti come due dei paesi occidentali che hanno registrato il maggiore regresso democratico negli ultimi anni. Allo stesso modo, Freedom House ha riscontrato che i due paesi hanno subito oscillazioni relativamente marcate verso un’economia politica più autocratica rispetto ad altre nazioni ancora etichettate come «libere».Gli Stati Uniti non sono più una nazione eccezionale in alcun senso positivo. Percepisco che i miei concittadini americani stiano iniziando a considerare la corruzione come un fenomeno endemico, qualcosa contro cui la gente comune non può fare molto. Questo mi ricorda l’atteggiamento di rassegnazione del tipo «che ci puoi fare?» nei confronti dei comportamenti politici scorretti o delle economie sommerse che si riscontrano altrove. Secondo un recente sondaggio Gallup, la percentuale di americani che ritiene diffusa la corruzione nel governo è salita dal 60% del 2006 all’89% di oggi.Anche il cinismo economico sta crescendo, specialmente tra i giovani. Uno degli aspetti più sorprendenti dell’economia statunitense odierna è come il mercato del lavoro stia iniziando a rispecchiare il sistema a due velocità, un sistema basato sulla divisione per fasce d’età che ha afflitto nazioni europee come l’Italia, costringendo i giovani a vivere più a lungo con i genitori o a lasciare il Paese in cerca di maggiori opportunità di avanzamento sociale.Ascensore sociale fermoL’ultimo rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti, pubblicato all’inizio di settembre, ha rilevato che il tasso di disoccupazione era del 7,1% per la fascia d’età 20-24 anni, rispetto al 3,6% per quella 25-54 anni e al 3% per gli over 55. La disoccupazione giovanile in Italia è molto più elevata: ben il 20 per cento. Ma i rapporti sono simili: la disoccupazione tra i giovani è all’incirca il doppio di quella dei lavoratori di mezza età.Parte di questo problema del mercato del lavoro a due velocità ruota attorno all’età, ma in parte dipende anche da chi sono i propri genitori. Se si fa parte del circolo ristretto, si hanno opportunità. Se invece si è emarginati, per razza o classe sociale, se ne hanno meno. Come hanno dimostrato studiosi come Raj Chetty, l’America assomiglia oggi molto di più alla Vecchia Europa in termini di mobilità sociale: il luogo e la famiglia in cui si nasce hanno un impatto sproporzionato sul proprio successo o sul proprio benessere.Queste tendenze potrebbero essere amplificate dall’intelligenza artificiale, che paradossalmente sembra favorire non i giovani “nativi digitali”, ma piuttosto i lavoratori più anziani che possiedono l’esperienza settoriale necessaria per sfruttare la tecnologia e non devono affrontare lo stesso rischio di dislocamento lavorativo di chi cerca un impiego di primo livello. In un documento pubblicato a settembre, il Census Bureau ha stimato che i laureati nei settori più esposti all’intelligenza artificiale subirebbero un calo di cinque punti percentuali nella probabilità di trovare un primo impiego e guadagni inferiori del 13 per cento rispetto a chi entra in settori meno esposti.The post Il Financial Times lancia l’allarme sugli USA: “Sempre più simili all’Italia” appeared first on Radio Radio.