Il più grande gruppo criminale del Brasile opera in 16 Paesi europei: la cocaina sequestrata è quintuplicata

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LONDRA — Sedici Paesi europei per una sola organizzazione criminale brasiliana. È la mappa del Primeiro Comando da Capital, il più grande gruppo del Sudamerica, nato nelle carceri di San Paolo, tracciata in un rapporto riservato della Procura paulista e visionato dal Guardian: il PCC opera, tra gli altri, in Regno Unito, Irlanda, Islanda, Serbia, Svezia, Svizzera e Turchia.Il quotidiano britannico lo rivela oggi al termine di un’inchiesta di quattro mesi su banche dati, atti di polizia e d’intelligence, con interviste a giudici e procuratori di otto Paesi. Il risultato va oltre il PCC: gruppi e cartelli di Colombia, Brasile, Ecuador, Venezuela, Messico e Stati Uniti risultano ufficialmente identificati, da operazioni di polizia o atti giudiziari, in almeno 12 Paesi europei. Non di passaggio, ma con basi stabili.Il dato che pesa è quello di Europol, la polizia europea. Delle 731 reti criminali giudicate più pericolose nell’Unione, 149 sono collegate a organizzazioni latinoamericane e 22 sono composte in prevalenza da latinoamericani. Nel rapporto 2026 l’agenzia scrive che queste reti «si sono insediate nell’Ue, da dove dirigono operazioni che riguardano l’Ue».Il mercato spiega il resto. L’Europa vale circa un quarto del consumo mondiale di cocaina e garantisce margini più alti di quelli americani; dall’inizio del decennio le polizie europee sequestrano più droga delle colleghe statunitensi. Tra il 2014 e il 2024 la cocaina intercettata nel continente è cresciuta del 471%, oltre cinque volte, e sono aumentati i laboratori di raffinazione smantellati.«C’è qualcosa di nuovo: la presenza di gruppi latinoamericani in geografie dove non esiste un’infrastruttura preesistente», dice al Guardian Daniel Brombacher, politologo che dirige l’Osservatorio Europa della Global Initiative, centro studi internazionale sul crimine organizzato. Il fenomeno, aggiunge, «non è più limitato ai Paesi-porta tradizionali»: i gruppi compaiono anche in Romania e in Bulgaria, lungo la rotta balcanica.Dai grandi porti al mare apertoI Paesi-porta erano Anversa, in Belgio, primo scalo europeo della cocaina con 443 tonnellate sequestrate in 572 operazioni, e Rotterdam, nei Paesi Bassi, il maggiore porto d’Europa. Lì la stretta sui controlli ha fatto calare i sequestri e il traffico si è spostato: porti minori, barche da diporto, trasbordi in mare aperto. «Trasferendo la cocaina in mare, le reti cercano di evitare i porti commerciali e l’esposizione ai controlli», scrive Europol, che parla di traffico a «livelli senza precedenti».Il simbolo è il semisommergibile. In Portogallo ne è stato intercettato uno con 300 colli, quasi nove tonnellate, il più grande sequestro mai fatto nel Paese. «Stanno diventando una tendenza qui in Europa», ha detto Artur Vaz, direttore dell’Unità nazionale antidroga portoghese. L’altro metodo è importare la pasta base e raffinarla sul posto, più difficile da scoprire: 900 chili sono stati trovati dentro un frantoio industriale, smontato pezzo per pezzo.Le cifre dei sequestri raccontano però anche l’altra faccia. L’agenzia Ue sulle droghe, nel rapporto di giugno, scrive che la cocaina è «più disponibile oggi che mai», ma che il volume intercettato in Europa è calato di oltre il 20% nell’ultimo anno, con la Spagna che pesa per quasi il 40% del totale. Europol legge il calo come uno spostamento del traffico, non come un arretramento.La risposta delle polizie corre sullo stesso asse. Giovedì scorso, 8 ottobre, l’operazione Cantabria, coordinata da Europol con Guardia Civil e Policía Nacional spagnole e con la polizia dell’Ecuador, ha portato a 20 arresti in Ecuador e 23 perquisizioni contro una rete di traffico di cocaina su larga scala verso l’Europa. «Le autorità portoghesi ed europee stanno dimostrando la capacità di intercettare questo tipo di imbarcazioni», rivendica Vaz.Governi e autorità europee non hanno finora commentato l’inchiesta del Guardian e il rapporto della Procura di San Paolo non è pubblico. Un rapporto congiunto dell’agenzia Ue sulle droghe e dell’Organizzazione mondiale delle dogane aveva già scritto, nel 2025, che le quantità sequestrate indicano «un grado significativo di penetrazione» criminale e di corruzione tra il personale dei porti.