Soter Mulè a Belve Crime: “Vivo nel senso di colpa di non aver salvato Paola. Ho pensato al suicidio”

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Un gioco erotico finito in tragedia, quando la 24enne Paola Caputo muore durante una sessione di bondage. Una storia che sconvolse l’Italia e che questa sera su Rai 2, per la prima volta dopo anni di silenzio, torna al centro dell’attenzione a Belve Crime, nell’intervista di Francesca Fagnani a Soter Mulè, l’ingegnere romano condannato in via definitiva per omicidio colposo per la morte della ragazza.La conduttrice ripercorre, passaggio dopo passaggio, la notte del 9 settembre 2011, quando Mulè, la Caputo e un’altra ragazza decidono di provare “una pratica più complessa del bondage”, con i corpi delle ragazze sospesi da terra e “le corde intorno al collo, cosa che non si fa mai perché è troppo pericolosa”. Mulè inizialmente prova a ridimensionare, poi però ammette:Sì, è vero, lo abbiamo fatto.La Fagnani insiste e affronta il tema del breath play, una delle ipotesi iniziali dell’inchiesta. “No”, è la risposta secca dell’ingegnere, volendo prendere le distanze da quella definizione, salvo però ammettere che “attorno al collo di Paola c’erano delle corde, ma non tese, stringenti”. “E perché lo ha fatto? Perché si sentiva così sicuro?”, gli domanda la Fagnani.Perché non era la prima volta che facevamo giochi estremi. E perché fino a quel momento non era mai successo nienterisponde Mulè.Nell’intervista c’è anche il racconto dettagliato dell’intera serata. Dalla scelta del luogo, quel garage dell’Agenzia delle Entrate a Roma dove lavorava una delle due ragazze, scelto perché – sostiene l’intervistato – “c’era quel tipo di architettura, di colori, di luci che ci stava bene per quella sera”. Poi la preparazione della sessione, le corde, gli oggetti erotici utilizzati, l’alcol, l’hashish e il momento in cui Paola perde conoscenza.Non ho potuto fare nulladice Mulè. “Lei poi non ha potuto fare abbastanza perché non aveva neanche gli strumenti come avrebbe dovuto avere, le forbici…”, gli contesta la Fagnani. Lui, messo alle strette, afferma:Sì, è vero. Non le avevo. E non avevo il coltello in mano. E quello bisogna avercelo a portata di mano.La morte della ragazza, giovane studentessa pugliese, lo ha di fatto segnato, al punto da aver pensato di farla finita:Vivo nel senso di colpa di non averla salvata. Da allora non ho avuto più rapporti. Troppe paure, voglio evitare che possano più succedere certe cose. Ho pensato più volte al suicidio in questi anni, l’ultima due mesi fa.Si parla anche più in generale del mondo BDSM frequentato per anni dall’ingegnere romano: le feste private, i corsi di bondage, le esibizioni pubbliche in cui “si legava e ci si faceva legare”, il ruolo del rigger, cioè di chi immobilizza l’altra persona con le corde, e le relazioni nate all’interno degli ambienti sadomaso romani.Il bondage richiede studio, abilità, pazienza. Tra chi lega e chi si fa legare serve fiducia assoluta. L’universo sadomaso è stato il mio modo di amare. L’amore non può essere ristretto a una serie di canoni considerati normaliracconta Mulè.The post Soter Mulè a Belve Crime: “Vivo nel senso di colpa di non aver salvato Paola. Ho pensato al suicidio” appeared first on Davide Maggio.