La Nato: evoluzione storica, sfide attuali e prospettive future

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di Giuseppe Lai –Gli Stati Uniti hanno ufficializzato all’Europa la decisione di ridurre il loro contingente militare nel Continente. Secondo l’agenzia Reuters, il disimpegno si realizzerà attraverso una revisione del “Nato Force Model”, il quadro strategico nel cui ambito i Paesi dell’Alleanza individuano collegialmente le forze disponibili da impiegare nel caso di un conflitto o una grave crisi, come l’aggressione a un Paese membro. La messa in discussione da parte americana dello status attuale dell’Alleanza è ufficialmente motivata dall’esigenza di promuovere l’agenda “America First” e spingere i governi alleati ad assumersi la responsabilità della propria difesa. Una decisione più volte annunciata, che si inserisce in un quadro di evoluzione strutturale della NATO, sostenuta da fattori che nel tempo hanno eroso le sue prerogative strategiche.Dal punto di vista storico, per comprendere questo percorso evolutivo occorre partire innanzitutto dal contesto nel quale è nata l’Alleanza. La NATO nasce nel 1949 come risposta istituzionale alla frattura strategica dell’Europa del dopoguerra, tesa ad impedire che il continente europeo tornasse a essere il teatro di un conflitto tra grandi potenze. La sua architettura giuridica, durante il periodo della Guerra Fredda, era funzionale al contenimento dell’URSS e poggiava su una logica bipolare caratterizzata da alcuni elementi cardine: la credibilità militare americana in Europa, la deterrenza nucleare e l’integrazione militare occidentale. Il fattore di discontinuità rispetto a questa fase è stato il passaggio negli anni ‘90 ad un contesto post-bipolare, che contemplava la fine della Guerra Fredda e la disgregazione dell’URSS, l’avversario sistemico che aveva dato senso operativo all’Alleanza.Per la NATO era un salto tutt’altro che marginale. L’alleanza doveva giustificare la sua permanenza in assenza dell’Unione Sovietica, in un quadro geopolitico che includeva la dissoluzione del Patto di Varsavia e la richiesta di adesione all’Alleanza da parte di molti Stati dell’Europa centro-orientale. Questi ultimi chiedevano di entrare nella NATO non perché costretti militarmente dagli USA ma perché vedevano nell’Alleanza una garanzia contro l’incertezza della transizione post-sovietica. L’integrazione di un numero rilevante di questi Paesi, verificatasi tra il 1999 e il 2004, trasformò la NATO da polo euro-atlantico occidentale a infrastruttura di sicurezza continentale, dando adito a due distinte narrazioni. Dal lato occidentale l’allargamento era in linea con lo statuto dell’Alleanza, incline all’adesione di altri Stati sovrani; dal lato della Russia, della Cina e di altri attori veniva percepito come consolidamento della supremazia strategica occidentale. Un ostacolo alla distensione tra le parti, tenuto conto della firma, nel 1997, del Founding Act NATO-Russia che sanciva, almeno formalmente, la fine della rivalità geopolitica tra i due blocchi che aveva caratterizzato la Guerra Fredda, insieme al contestuale tentativo di avviare una fase di cooperazione strutturata tra Mosca e l’Alleanza Atlantica. La Russia non rappresentava più il nemico strategico, ma un interlocutore con il quale ricreare una stabilità di relazione.Proprio la tensione tra queste due interpretazioni asimmetriche, ripresa di una cooperazione con Mosca e integrazione dell’Europa centro-orientale, era all’origine della percezione russa di ambiguità strategica degli USA. Mosca, infatti, vedeva l’allargamento a est come una incorporazione delle “buffer zone”, le zone cuscinetto rappresentate dalle nazioni e repubbliche autonome dell’ex URSS, interposte tra i propri confini e le potenze rivali, un fatto interpretato come minaccia alla propria sicurezza. Il processo di espansione a est ha fornito le basi per il salto evolutivo della NATO post Guerra Fredda: un’evoluzione strategica in chiave interventista, accompagnata dalla modifica delle sue disposizioni statutarie attraverso l’approvazione dei “concetti strategici”, le linee di intervento che delineano scopi, sfide e visione dell’Alleanza per il futuro. Ciò ha condotto la NATO a intervenire oltre l’area euro-atlantica di competenza: non più difesa del territorio alleato (art. 5), ma interventi “umanitari” o di stabilizzazione sulla “periferia estesa” dell’Alleanza stessa, che di fatto consolidavano la trasformazione della NATO da alleanza difensiva regionale, prevista dal Trattato di Washington, a strumento di intervento globale. Nel corso degli anni, la NATO ha costruito una rete di relazioni politico-militari che copre quattro continenti, superando abbondantemente i vincoli geografici originali e al tempo stesso svuotando di significato l’impianto giuridico e soprattutto simbolico vigente all’inizio del suo mandato.Oggi, fuori dell’occidente, l’immagine della NATO come garante di stabilità è sempre più indebolita. Molti Stati del Sud globale vedono l’Alleanza come strumento di proiezione dell’egemonia occidentale, in particolare statunitense e non come asse portante della sicurezza internazionale. In questo contesto, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, con le recenti adesioni di nuovi membri) rappresentano un asset alternativo e competitivo rispetto all’Alleanza, proponendo una visione dell’ordine globale fondata su multipolarismo, sovranità nazionale e rifiuto dell’egemonia di Washington. Il loro crescente peso economico e politico tende a marginalizzare la NATO, riducendo la sua capacità d’influenza nelle aree più problematiche del Sud del mondo dove si sta effettivamente spostando la competizione strategica. In altri termini, il tentativo della NATO di presentarsi come alleanza globale si scontra con una realtà geopolitica che non riconosce più alla NATO un ruolo universale ma solo regionale e parziale. Un altro fattore che ha contribuito a erodere la forza simbolica della NATO è la sua ambiguità nella guerra russo-ucraina, dove l’Alleanza è di fatto parte attiva del conflitto ma continua a presentarsi come soggetto non belligerante per evitare la sfida aperta con Mosca. Questa convergenza asimmetrica tra formalismo non interventista e sostegno militare sostanziale ha inciso sulla credibilità dell’organizzazione come garante della sicurezza e della stabilità euro-atlantica.Tuttavia la perdita del ruolo simbolico e operativo dell’Alleanza per effetto di un riassetto geopolitico legato alla sempre maggiore influenza di nuovi attori sullo scacchiere internazionale, non porta necessariamente alla sua disgregazione. Piuttosto ne indirizza l’evoluzione verso nuovi equilibri che implicano la revisione delle sue prerogative. Alcuni fatti recenti sono emblematici: aumento della spesa militare, ingresso di Finlandia e Svezia, ridefinizione della Russia come minaccia diretta, impegno del 5 per cento entro il 2035, intensificazione della pianificazione sul fianco orientale. In questo processo l’Europa ha un ruolo cruciale. La pressione americana sugli alleati europei può essere l’occasione per un rafforzamento della sua postura geopolitica, compatibile con una NATO meno dipendente da Washington e più europea sul piano operativo, proiettata sul consolidamento del ruolo di deterrenza regionale all’interno di una cornice globale più frammentata. Ciò non significa un ritorno alle logiche della Guerra Fredda, proprio in considerazione della molteplicità di attori presenti sulla scena globale. In definitiva, nel contesto attuale, le principali prerogative della NATO possono riassumersi nei seguenti target: difesa territoriale europea, gestione della guerra ucraina, competizione con la Cina, crisi mediorientali, sicurezza artica, infrastrutture critiche. L’efficacia nel perseguimento di tali obbiettivi strategici passa per il rafforzamento dell’Europa di cui la NATO può e deve diventare un complemento essenziale.