Imperi: riequilibrare il mondo per riequilibrare se stessi

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di Chiara Cirelli –Nel mondo, sempre più multipolare, la coesistenza degli imperatori e dei loro domini appare di vitale importanza. Senza, vi sarebbe il caos. Un caos maggiore di quello attuale. Appare quindi necessario mettere le proprie posizioni in chiaro e negoziare laddove possibile. Fin dove possibile, per scongiurare un conflitto, spesso inevitabile. È in questo quadro che si colloca l’incontro tra Xi e The Donald e la metafora della «trappola di Tucidide». Entrambi gli imperi, quello di Uncle Sam e quello del Dragone, affrontano difficoltà strutturali e sociali. Tuttavia se Washington è in preda a una grave crisi d’identità, Pechino ha costruito un’immagine di sé definita. E sa bene in che direzioni muoversi, evitando inutili sforzi. La Repubblica Popolare, seguendo l’antico insegnamento de L’arte della guerra di Sun Tzu, «vincere senza combattere», ha ottenuto l’ambito riconoscimento di superpotenza, con tutte le relative conseguenze in merito alle sfere di influenza.Diverso è il caso degli Stati Uniti, cascati nel pantano dei Pasdaran, in una guerra senza fine e senza un fine. Tutto questo è il frutto di una mancanza di visione, o meglio, come hanno precisato alcuni analisti, di una «non visione». L’operazione Epic Fury e la guerra scatenata dall’amministrazione Trump e dal governo di Netanyahu all’Iran rispondono a esigenze diverse. Israele da qualche anno ha fatto propria l’idea della «guerra risolutiva» per potersi imporre come potenza della regione medio-orientale. Questo però si scontra con la realtà dei fatti e Tel Aviv, profondamente divisa al proprio interno e sotto lo scacco dei coloni e del loro potere notevole, di tanto in tanto si trova nella condizione di dover «tagliare l’erba» (distruggere ciclicamente le capacità belliche dei nemici, sapendo che queste avranno un ritorno come l’erba). Il secondo mandato del Tycoon ha reso forse più evidente il logoramento delle competenze dell’élite americana, già in atto da decenni. E i leader politici non sono altro che il riflesso generale della società di cui sono espressione.La guerra all’Iran è l’ennesima dimostrazione di come gli Usa, pur avendo costruito un impero, siano totalmente privi di una mentalità imperiale, che contempla la conoscenza dei sudditi. In Occidente si ignora che l’Iran debba essere inteso più precisamente come la Persia e che esso sia uno Stato molto più laico di quello che si è soliti credere. Infatti, a guida del Paese non vi sono figure religiose, ma militari. È il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, i Pasdaran, a controllare gli organi di governo e l’economia (Mojtaba Khamenei, pare rimasto sfigurato nei bombardamenti, è stato scelto come nuovo ayatollah supremo proprio con il forte sostegno dei Pasdaran). Non vi è quindi un unico padrone dell’Iran, bensì un gruppo. Questo spiega perché, pur uccidendo figure di spicco, il regime regga.Al di là del secondo conflitto mondiale, in cui rilevante fu il contributo sovietico e britannico, Washington non ha più conquistato vittorie, semmai qualche pareggio. E, dalla «guerra al terrorismo» di Bush, gli States si sono infilati in una lunga sequenza di bellicismi, senza una vera strategia. In merito all’ultima destabilizzazione del Medio Oriente, ai ripetuti accordi annunciati e ritirati, agli ultimatum e alle minacce di nuove distruzioni, appare palese come la politica estera americana, sempre più isterica (e che colpisce anche gli alleati tradizionali), non sia altro che il verso della medesima medaglia: la fibrillazione interna ai vertici dello Stato, dove la lealtà ha un valore maggiore dell’onestà. Di pubblico dominio sono ormai i contrasti con gli apparati militari per i quali la guerra è un errore enorme: svuota gli arsenali, già in difficoltà, e rende difficile un rimpiazzamento nel breve periodo.Il segretario della Guerra, Pete Hegseth, è l’esecutore di una serie di purghe rivolte ai vertici della Marina e dell’Esercito, accusati di essere dei sabotatori e legati a militari in pensione come Mark Milley (che si rifiutò di usare l’esercito per reprimere i moti di Black Lives Matter nel 2020) e Lloyd Austin (Segretario della Difesa sotto Biden). Nel pieno del conflitto con l’Iran, tra coloro che sono stati allontanati dal proprio ruolo figura anche il Segretario della Marina John Phelan e il capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale Randy George. Depressa e profondamente divisa al suo interno, la prima potenza mondiale combatte una guerra fuori (più di una in verità e quella contro i cinesi è la più importante) e una dentro, contro i nemici interni, i sabotatori infedeli da sostituire. Le forze americane sono meno potenti di come vengono presentate. Si pensi alle undici portaerei dichiarate sulla carta: questo numero si traduce, nella pratica, in quattro portaerei operative. E la più sofisticata tra queste, la Ford, è stata colpita da un guasto al sistema fognario e poi da un incendio nella stiva, una sorta di ammutinamento che ha costretto a uno sbarco dell’equipaggio in Croazia.Con gli indici di gradimento più bassi di sempre e una base MAGA indebolita, Trump sta mettendo in seria difficoltà il suo vice Vance, che vorrebbe il Segretario dell’Esercito Dan Driscoll al posto di Hegseth, in vista delle elezioni presidenziali del 2028. Vance deve poi dar conto a un altro possibile futuro rivale, il Segretario di Stato Rubio, anche lui non pienamente convinto del conflitto all’Iran. Intanto, alle elezioni di metà mandato di novembre, i repubblicani si apprestano a perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato, con la possibilità per i democratici di controllare le commissioni di inchiesta e approvare delle indagini su eventuali abusi, che potrebbero portare a una richiesta di impeachment del presidente. Nel caso, però, il Blue Party non avrebbe i numeri necessari per procedere. Nel frattempo, è già cominciata quella che può essere chiamata la «guerra delle mappe», legata al rifacimento dei distretti, ogni dieci anni, in seguito a un censimento che mostra come sia cambiata la distribuzione della popolazione. Tale pratica è stata poi usata per premiare il partito al governo nei singoli stati. Emblematico è divenuto il caso della Virginia, a guida democratica, dove circa due milioni di elettori repubblicani rimarrebbero senza rappresentanza. La Florida di Ron DeSantis ha proposto una nuova mappa che riduce i democratici a soli tre distretti, in modo tale da vincere più seggi al Congresso, così come avvenuto in Texas, su spinta di Trump, la scorsa estate. Se il clima di divisioni e difficoltà interne si lega al nervosismo delle dinamiche di politica estera, allo stesso tempo bisogna considerare la riscoperta del Latinoamerica (a tal proposito il Golfo del Messico è stato ribattezzato Golfo d’America), dove la presenza di Pechino si è fatta ingombrante.L’incontro, organizzato nei minimi dettagli, avvenuto in Cina tra il Tycoon e Xi, il 14 e 15 maggio, secondo la maggior parte degli analisti potrebbe avere un impatto storico. Anzitutto, le relazioni sino-statunitensi entrano in una nuova fase, quella della stabilità strategica collettiva. Al di là degli accordi commerciali, raggiunti dalla delegazione americana, che vedeva presenti i suoi principali rappresentanti, su aerei Boeing e beni agricoli, in cambio di aperture sugli investimenti e sulla gestione di materie prime, la vittoria, relativa, è tutta del complesso di Zhongnanhai. Il Sogno Cinese, dati i progressi tecnologici (al vertice erano presenti anche imprenditori come Musk, Tim Cook e lo statunitense di origine taiwanese Jen-Hsun Huang di Nvidia, dei cui semiconduttori Pechino ha bisogno), può proseguire, o meglio, si vede riconosciuta la propria ragion d’essere e il diritto del Partito Comunista di concepire se stesso come erede diretto del vecchio impero. In quest’ottica ha avuto la meglio l’arte negoziale cinese, non frontale e diretta come quella occidentale, ma più olistica e relazionale, fondata sui principi di Guanxi, rapporti personali e informali, e Mianzi, la salvaguardia della faccia, vale a dire non mettere in imbarazzo la controparte in pubblico. Ciò vale anche in merito alla situazione taiwanese: Trump, dopo i ripensamenti dimostrati in visita ufficiale, il 21 maggio ha sospeso una vendita di armi da circa 14 miliardi di dollari all’isola, per dare priorità alle forniture necessarie a sostenere il conflitto con Teheran. L’inquilino della Casa Bianca ha chiesto al suo omologo orientale di collaborare alla risoluzione del conflitto con l’Iran, verso cui Pechino nutre interessi economici e commerciali. Ma saranno Taiwan e il suo assorbimento nella sfera d’influenza cinese (termine ultimo fissato nell’agenda strategica al 2050), meglio senza l’impiego di armi e nel minor tempo possibile, a decretare o no una tale collaborazione. Nello scorso aprile, Xi Jinping ha incontrato la principale leader dell’opposizione di Taipei (il cui status quo Pechino punta a modificare anche con ripetute esercitazioni militari cinesi, come quella avviata a fine 2025), Cheng Li-wun, che ha parlato di spargere i «semi della pace», e ha ricevuto in patria l’accusa di essere filo-cinese in maniera eccessiva.Al momento, il Dragone resta a guardare gli Stati Uniti svuotare il proprio arsenale, senza avere la capacità di poter sostenere un eventuale futuro conflitto nell’Indo-Pacifico (e pure il Giappone, che ha legami storici con Taiwan, si sta riarmando). La parola d’ordine per Washington e Pechino è coesistere: coesistere competitivamente e tutelare le proprie sfere d’influenza. In questa direzione va la rinnovata attenzione al cortile di casa e alla Isla Grande (in una posizione strategica per proteggere le rotte marittime e l’accesso al Canale di Panama), dove pare vi siano strutture di intelligence cinesi, e l’incriminazione di Raúl Castro, oltre al simbolismo e alla volontà di condurre l’attenzione lontano dal disastro persiano. Insomma, gli imperi (anche la Russia, in difficoltà sul piano economico e su quello militare in Ucraina, e bisognosa di tecnologie; non a caso Putin ha visitato Xi subito dopo l’incontro con Trump) tentano di riequilibrare il mondo per riequilibrare se stessi.