Un mercato, un’Europa: la perdita di competitività dell’Ue

Wait 5 sec.

di Francesco Pontelli – Ursula von der Leyen ha annunciato un nuovo pacchetto di norme che, nelle intenzioni della Commissione europea, dovrebbe restituire competitività all’Unione Europea nel contesto delle attuali crisi geopolitiche internazionali.Lo slogan “One Market, One Europe”, però, appare più come una formula pubblicitaria di altri tempi che come un autentico progetto politico e industriale. Dietro la retorica dell’integrazione europea e della semplificazione burocratica, Bruxelles continua a proporre una visione che fatica a confrontarsi con le difficoltà concrete dell’economia continentale.La Commissione sostiene di voler rafforzare la produzione europea nei settori strategici, dai semiconduttori alle batterie, passando per intelligenza artificiale, quantum computing e materie prime critiche. Von der Leyen ha inoltre annunciato nuovi pacchetti industriali per sostenere produzioni “Made in Europe” e ridurre le dipendenze esterne.Ma proprio il concetto di “Made in Europe” appare debole sul piano comunicativo e industriale. Più che valorizzare le eccellenze del continente, rischia infatti di sovrapporsi ai diversi “Made in”, come il Made in Italy o il Made in Germany, marchi che continuano invece ad avere un forte richiamo sui mercati internazionali.Nel documento manca inoltre qualsiasi riferimento concreto alla tutela dell’industria europea nel suo complesso e delle filiere produttive che garantiscono occupazione e stabilità sociale a milioni di cittadini. Il caso dell’automotive è emblematico: un settore che impiega circa 13 milioni di persone e che rappresenta uno dei pilastri industriali europei.Secondo questa lettura critica, la stessa Commissione avrebbe contribuito al progressivo indebolimento del comparto attraverso l’attuazione del Green Deal, confermato anche in una fase di forte instabilità geopolitica che continua ad avere pesanti ripercussioni sui costi energetici.Come spesso accade nelle politiche di impostazione ideologica, si parla molto di start up e innovazione, ma poco della salvaguardia dei posti di lavoro esistenti e dello sviluppo dell’industria tradizionale europea.La Commissione insiste anche sulla necessità di creare “un vero mercato europeo dei capitali”, con l’obiettivo di mobilitare investimenti privati destinati a innovazione, transizione energetica, difesa e tecnologie critiche.Ma proprio il richiamo alla transizione energetica viene indicato come una delle principali contraddizioni dell’attuale strategia europea. Il declino industriale e occupazionale del continente, secondo i critici, sarebbe infatti strettamente legato ai costi e agli effetti della transizione verso la mobilità elettrica e le nuove politiche ambientali.Anche il tema delle dipendenze esterne viene affrontato in modo parziale. La concorrenza internazionale si fonda infatti su sistemi produttivi che beneficiano di costi energetici e salariali molto più bassi, elementi che incidono profondamente sulle catene di approvvigionamento globali e che, secondo molte imprese europee, Bruxelles continua a sottovalutare.Nessuno mette in discussione la necessità di ridurre il peso della burocrazia. Diverse analisi europee parlano ormai di una frammentazione interna equivalente a un “dazio invisibile” che penalizza la competitività dell’Unione.Tuttavia, il vero dazio che grava sulle imprese europee viene individuato soprattutto nel costo dell’energia, aumentato fino a livelli considerati insostenibili anche a causa delle politiche di transizione energetica.A questo si aggiunge un’impostazione giudicata eccessivamente rigida sul piano geopolitico. Secondo i critici, Bruxelles continua a escludere deroghe pragmatiche, come un eventuale ritorno all’acquisto di gas russo per affrontare la fase eccezionale legata sia alla guerra tra Russia e Ucraina sia alla crisi mediorientale.L’Unione Europea viene quindi descritta come un monoblocco ideologico incapace di adattarsi rapidamente ai mutamenti dello scenario internazionale, anche mentre alcuni Paesi europei, come Francia, Spagna e Belgio, hanno aumentato significativamente gli acquisti di gas russo nel primo trimestre del 2026, mentre il Regno Unito ha alleggerito alcune restrizioni nei confronti di Mosca.Nel documento della Commissione manca inoltre un vero piano energetico capace di garantire approvvigionamenti competitivi per il sistema industriale europeo. Oggi il costo dell’energia rappresenta infatti uno dei principali fattori di svantaggio rispetto ai concorrenti globali, soprattutto nei confronti di economie che possono beneficiare di condizioni energetiche molto più favorevoli.Secondo questa analisi, il nuovo piano europeo finisce così per confermare le cause profonde del declino economico e politico del continente.Una situazione che, per molti osservatori, rischia di spingere progressivamente l’Unione Europea verso un ruolo sempre più marginale all’interno delle nuove strategie economiche e geopolitiche elaborate dalle grandi potenze mondiali.