Creme solari, l’allarme: i filtri chimici penetrano nel sangue. Ecco quali sono i rischi (e alternative sono allo studio)

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Non è più solo una questione di protezione in spiaggia. Le creme solari sono diventate routine quotidiana, consigliata dagli esperti, di milioni di persone anche lontano dalla spiaggia. Le applichiamo prima di uscire ed esporci al sole anche in città, sotto il trucco, durante una passeggiata al parco. Ma proprio questa normalità, l’idea di applicarle ogni giorno, tutto l’anno, ha iniziato a sollevare una domanda meno scontata: cosa stiamo davvero mettendo sulla pelle e con quali effetti nel lungo periodo?Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (Fda) ha chiesto nuovi dati su alcuni filtri chimici molto diffusi, come l’oxybenzone e l’octinoxate, dopo studi che hanno mostrato come queste molecole possano attraversare la barriera cutanea ed entrare nel flusso sanguigno, soprattutto con applicazioni ripetute. Questo non implica un rischio immediato, ma evidenzia la necessità di dati più solidi sulla sicurezza di queste sostanze, soprattutto alla luce di un utilizzo così frequente e diffuso. È in questo contesto che la ricerca sta orientando l’attenzione verso nuove soluzioni, più sostenibili e innovative, a partire anche da materiali di origine naturale.Le preoccupazioni sui filtri chimiciA riaprire il dossier sulla sicurezza delle creme solari è stata soprattutto la revisione avviata negli Stati Uniti poco tempo fa. La Food and Drug Administration (Fda), nell’ambito di un aggiornamento normativo sui filtri UV, ha analizzato alcuni ingredienti attivi presenti in prodotti già in commercio, concentrandosi in particolare sui filtri chimici più utilizzati. In altre parole, quelli che troviamo più spesso nelle comuni creme SPF 30 o 50 che applichiamo ogni giorno sul viso o sul corpo. I dati emersi dagli studi clinici hanno mostrato che sostanze come avobenzone, oxybenzone, octocrylene, homosalate, octisalate e octinoxate possono essere assorbite attraverso la pelle e rilevate nel sangue dopo applicazioni ripetute.Quanto la crema oltrepassa la barriera cutaneaPer capire meglio: quando spalmiamo una protezione solare al mattino e la applichiamo di nuovo durante la giornata, come raccomandato dagli esperti, una piccola parte di questi filtri non resta solo in superficie a schermare i raggi UV, ma riesce a oltrepassare la barriera cutanea. Il punto non è tanto la presenza in sé, quanto i livelli raggiunti. In diversi casi, le concentrazioni superavano la soglia di 0,5 nanogrammi per millilitro fissata dalla stessa Fda come limite oltre il quale sono necessari ulteriori studi tossicologici. Si tratta di una soglia prudenziale che secondo i ricercatori segnala la necessità di approfondire possibili effetti a lungo termine, ad esempio sul sistema endocrino o sulla riproduzione.Da qui la richiesta dell’agenzia: per la maggior parte dei filtri chimici oggi in uso, 12 su 16 valutati, non ci sono ancora dati sufficienti per classificarli come «generalmente sicuri ed efficaci». Restano invece confermati, almeno allo stato attuale delle evidenze, «i filtri minerali come ossido di zinco e biossido di titanio, che agiscono in superficie e risultano scarsamente assorbiti».La ricerca punta alla ligninaLa ricerca sui filtri solari sta progressivamente esplorando nuove soluzioni che uniscano efficacia, sicurezza e sostenibilità. In questo contesto si inserisce l’interesse crescente per materiali di origine naturale, già presenti in natura e dotati di proprietà utili per schermare i raggi ultravioletti. Un’analisi recente mette al centro l’utilizzo di lignina, un polimero vegetale tra i più abbondanti sulla Terra, componente strutturale del legno e di molte piante che, secondo quanto spiegano i ricercatori, si distingue «per la sua capacità di assorbire un ampio spettro di radiazioni UV, sia UVA sia UVB, oltre che per le sue proprietà antiossidanti». Lo studio pubblicato su ScienceDirect ha sviluppato un metodo per estrarre lignina dal legno di pioppo in forma più pura e chiara, superando uno dei principali limiti di questo materiale: il colore scuro e la scarsa compatibilità con le formulazioni cosmetiche. «Il processo», spiega il documento, «basato su etanolo, ultrasuoni e condizioni alcaline leggere, consente di ottenere una lignina più reattiva e adatta all’integrazione nelle creme».Secondo quanto dimostrato dai ricercatori, una volta “ridotta” in particelle microscopiche, così piccole da distribuirsi in modo uniforme all’interno della crema, senza alterarne troppo colore e consistenza, la lignina ha mostrato un aumento significativo della protezione solare: «con una concentrazione del 10%, il fattore SPF è passato da 1,04 a oltre 20». Risultati ritenuti «promettenti» dagli studiosi che riconoscono «un concreto potenziale di questo materiale come alternativa nei sistemi di fotoprotezione».L'articolo Creme solari, l’allarme: i filtri chimici penetrano nel sangue. Ecco quali sono i rischi (e alternative sono allo studio) proviene da Open.