Mosca guarda ben oltre il perimetro ucraino. Tre segnali

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Entrati nel quinto anno del conflitto ucraino, l’attenzione nostrana è ormai assorbita dall’andamento della guerra sul campo.Diventate la principale chiave di lettura del confronto tra Russia e Occidente, le informazioni verificabili sulle operazioni militari restano limitate e filtrate dalla guerra delle narrative, ormai una delle peculiarità del conflitto insieme all’uso delle armi come aiuti e dei droni come principale asset bellico.Il problema è che l’utilizzo del conflitto come filtro interpretativo generale del sistema russo distoglie l’attenzione da altre dinamiche interne che dicono molto sull’orientamento strategico di Mosca, anche sul piano militare.Tre recenti segnali indicano un possibile allargamento del confronto russo con l’Unione Europea, oltre l’attuale perimetro ucraino.Politica estera vs azione militareIl primo segnale è di ordine normativo-istituzionale. Il 13 maggio 2026 la Duma ha approvato un provvedimento che autorizza il Presidente russo all’impiego extraterritoriale delle Forze Armate per la protezione di cittadini russi.Formalmente la norma riguarda soggetti sottoposti a procedimenti penali da parte di tribunali stranieri o internazionali non riconosciuti da Mosca. Nella sostanza, la disposizione segna un deciso ampliamento delle prerogative costituzionali del Presidente.Offre una cornice più estesa per agire a protezione di popolazioni russe o russofone nello spazio post-sovietico; una giustificazione politica già utilizzata dal Cremlino in diversi scenari di crisi, incluso quello ucraino, e che apre a future azioni conto quei paesi che Mosca accusa di discriminare le minoranze linguistiche russe, a partire dai Baltici.Ignorata in Occidente, che spesso riconduce il sistema russo ad una rappresentazione caricaturale del potere personale di Vladimir Putin, la disposizione rimanda a una prassi istituzionale molto più formalizzata, nella quale anche le decisioni più sensibili del Cremlino cercano copertura normativa e ritualità giuridica utili a rafforzarne applicazione e spazio politico.Il punto è che la difesa delle popolazioni russe oltre confine è per il Cremlino ormai una priorità strategica tale da richiedere un’integrazione strutturale tra politica estera e azione militare diretta.Russificazione della TransnistriaIl secondo segnale è di natura geopolitica. Riguarda un decreto presidenziale con cui negli stessi giorni Putin ha facilitato il conferimento della cittadinanza russa ai residenti della Transnistria, territorio separatista filorusso formalmente parte della Moldova, abitato da circa 400.000 persone, controllato de facto da strutture vicine a Mosca e sede di un conflitto congelato dal 1992, con circa 1.500 militari russi ancora presenti nell’area.Facilitare l’accesso alla cittadinanza russa in una delle aree più sensibili dello spazio post-sovietico, mentre si rafforza la possibilità di intervento extraterritoriale a protezione dei cittadini russi, richiama direttamente il precedente del Donbass, dove il conferimento della cittadinanza in aree russofone ha fornito a Mosca una base formale per rivendicarne la protezione e successivamente giustificare il proprio intervento.Questo avrebbe implicazioni geopolitiche dirette.Sul fronte ucraino, un eventuale collegamento territoriale tra le aree controllate dalla Russia e la Transnistria passerebbe necessariamente dal quadrante meridionale ucraino, riportando al centro la questione di Odessa e del controllo del Mar Nero, obiettivi ormai discussi a Mosca ben oltre i soli ambienti patriottici radicali.Sul fronte moldavo, il rafforzamento della presenza russa in Transnistria aprirebbe inevitabilmente un confronto con la leadership filoeuropea della presidente moldava Maia Sandu, sostenuta apertamente da Unione Europea, Germania, Regno Unito e Francia. In un paese già profondamente diviso tra orientamento filorusso e linea filoeuropea, la Moldova diventerebbe un terreno fertile per una nuova proxy war tra Russia ed Europa.La nuova Intellighenzia militareIl terzo segnale è di natura socio-culturale e riguarda la regione di Belgorod, esposta alla guerra sul lato russo del confine ucraino, dove Aleksandr Shuvaev è stato nominato governatore ad interim dopo le dimissioni di Vjacheslav Gladkov.Generale decorato, veterano del conflitto ucraino ed Eroe della Federazione Russa, Shuvaev proviene dal programma presidenziale Vremja geroev (Il Tempo degli Eroi), creato per inserire reduci e personale distintosi nella guerra dentro amministrazioni regionali, società pubbliche e apparati dello StatoL’episodio è emblematico della formazione di una nuova intellighenzia militare, composta da figure che uniscono esperienza di guerra, riconoscimento pubblico e progressivo inserimento nei circuiti politico-istituzionali. È uno sviluppo importante sul piano sociale interno russo, dove tradizionalmente sfera militare e sfera intellettuale-amministrativa sono state mantenute separate.Il fenomeno prende forma con l’emergere di una quota di personale distintasi nel conflitto che accede a canali di mobilità sociale, soprattutto attraverso percorsi di formazione in istituzioni di élite sostenuti da meccanismi di accesso privilegiato e quote dedicate ai reduci.Stato di contrapposizione permanenteLa convergenza tra capitale di guerra e competenze istituzionali rende questa intellighenzia militare integrabile nei circuiti dello Stato, evitando le crisi di rigetto che in passato hanno colpito figure emerse in contesti paramilitari come Yevgeny Prigozhin, prive di piena legittimazione istituzionale e percepite come corpi estranei all’esercito regolare.Il fatto che l’ascensore sociale dei reduci sia anche politico-istituzionale mostra come l’esperienza di guerra assurga a nuova fonte di legittimazione per l’accesso alle funzioni di governo.Questo apre a una fase politica costruita attorno a valori patriottici più rigidi, destinata a rafforzare posizioni più radicali nel conflitto attuale e in quelli futuri. Più in generale, all’istituzionalizzazione di uno stato di contrapposizione permanente con l’Occidente.