Libia. Il vuoto nel Mediterraneo che l’Europa non riesce a governare

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di Daniele Di Vuono – –La Libia non è tornata centrale perché abbia ritrovato stabilità. È tornata centrale perché l’Europa ha scoperto di non poterla più considerare una crisi periferica. I recenti contatti tra Roma e Tripoli sulla cooperazione energetica confermano che il dossier libico resta immediato per l’Italia. Non si tratta soltanto di gas o petrolio, ma della capacità di presidiare uno spazio in cui sicurezza, energia e migrazioni si tengono insieme.A oltre dieci anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, il paese resta diviso, attraversato da governi concorrenti, reti armate, interessi esterni e fragili equilibri locali. Eppure, proprio questa instabilità continua a incidere su alcuni dei dossier più sensibili per il continente europeo: energia, migrazioni, sicurezza del Mediterraneo, presenza russa, influenza turca e ruolo dell’Italia nel Nord Africa.Il problema libico non è più soltanto la mancanza di una soluzione politica interna. È il fatto che quella mancanza è diventata una condizione strutturale con cui molti attori regionali e internazionali hanno imparato a convivere. Tripoli e l’asse orientale legato a Bengasi e Tobruk restano poli diversi dello stesso paese incompiuto. Il Governo di unità nazionale conserva il riconoscimento internazionale, mentre a est il potere legato alla Camera dei rappresentanti e all’apparato militare di Khalifa Haftar continua a rappresentare un centro autonomo di decisione. In mezzo, le milizie, le municipalità, i gruppi tribali, i circuiti economici informali e gli interessi stranieri impediscono alla Libia di ricomporsi come Stato pienamente sovrano.Questa frammentazione non produce soltanto instabilità interna. Produce spazio politico. Ed è proprio in questo spazio che Russia, Turchia, Egitto, attori del Golfo, Stati Uniti e paesi europei cercano di difendere le proprie posizioni. La Libia è diventata una piattaforma, più che un semplice teatro di crisi. Chi vi mantiene una presenza può incidere sul Mediterraneo centrale, sul Sahel, sulle rotte energetiche, sui flussi migratori e sugli equilibri di sicurezza dell’Africa settentrionale.Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, il dossier libico ha un peso immediato. La vicinanza geografica rende impossibile l’indifferenza. La Libia si trova davanti alla rotta centrale del Mediterraneo, possiede risorse energetiche rilevanti, rappresenta una porta verso il Sahel e continua a essere uno dei principali punti di partenza o transito dei flussi migratori diretti verso le coste europee. Roma conosce bene questa centralità, ma fatica a trasformarla in influenza stabile. La politica italiana verso la Libia oscilla da anni tra sicurezza, energia, contenimento migratorio e necessità diplomatica di parlare con entrambe le parti del paese.L’energia è uno dei motivi principali per cui la Libia resta strategica. Dopo la crisi provocata dalla guerra in Ucraina e la riduzione della dipendenza europea dal gas russo, il Nord Africa è tornato a essere uno spazio strategico per l’approvvigionamento energetico. L’Algeria ha assunto un ruolo più visibile, ma anche la Libia mantiene un’importanza significativa, soprattutto per l’Italia e per l’Eni. Il punto, però, è che l’energia libica non può essere separata dalla stabilità politica del paese. Ogni investimento, ogni infrastruttura, ogni aumento della produzione dipende da un contesto in cui il controllo del territorio resta frammentato e in cui le istituzioni non hanno piena capacità di garantire continuità.La Libia possiede risorse, ma non possiede ancora un assetto politico capace di proteggerle dal ricatto permanente della crisi. Oleodotti, terminali, giacimenti e impianti restano esposti non solo ai problemi tecnici e agli interessi economici, ma anche alla competizione tra poteri locali. In questo senso, il dossier energetico è il riflesso della condizione generale del paese: la Libia può essere una soluzione parziale per l’Europa, ma resta anche una fonte di vulnerabilità.Il secondo nodo è quello migratorio. Negli ultimi anni l’Europa ha teso a trattare la Libia soprattutto come barriera. L’obiettivo principale è stato ridurre le partenze, sostenere il controllo costiero, rafforzare la cooperazione con le autorità locali e limitare l’arrivo di migranti sulle coste europee. Questa impostazione ha prodotto alcuni risultati operativi, ma ha anche consolidato una dipendenza politica da interlocutori fragili, divisi e spesso contestati. Il rischio è che la gestione dei flussi venga delegata a strutture che non rispondono pienamente a uno Stato unitario e che possono trasformare la cooperazione migratoria in leva negoziale.È qui che emerge il limite europeo. Bruxelles e le capitali europee hanno cercato di amministrare la crisi libica più che risolverla. Hanno costruito strumenti tecnici, fondi, missioni, accordi e canali di cooperazione, ma senza una vera strategia politica capace di incidere sul cuore del problema: la ricostruzione di un’autorità libica legittima, riconosciuta e sufficientemente forte da controllare il territorio. In assenza di questa autorità, ogni accordo rimane provvisorio e ogni risultato resta reversibile.Mentre l’Europa procede con cautela, altri attori si muovono con strumenti più diretti. La Turchia ha consolidato la propria influenza a Tripoli dopo l’intervento militare che contribuì a fermare l’offensiva di Haftar contro la capitale. Ankara non ha agito soltanto per sostenere un governo alleato, ma per proiettare potenza nel Mediterraneo, rafforzare la propria posizione marittima e ottenere una presenza permanente in uno spazio decisivo. La Libia occidentale è diventata così una delle proiezioni più importanti della strategia turca tra Nord Africa e Mediterraneo orientale.La Russia, invece, ha concentrato una parte rilevante della propria influenza sulla Libia orientale e sul collegamento con il Sahel. Dopo la ridefinizione della presenza russa in Africa, il paese continua a rappresentare una piattaforma utile per Mosca: vicina al Mediterraneo, collegata ai teatri africani, inserita in un contesto istituzionale debole e aperta a forme di influenza militare, logistica e politica. Per la Russia, la Libia non è soltanto un dossier nordafricano. È una leva per avvicinarsi al fianco sud dell’Europa e per mantenere pressione strategica in un’area che collega Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.In questo quadro, l’Italia si trova in una posizione particolare. È il paese europeo più direttamente esposto, ma anche quello che più rischia di subire la distanza tra interessi e capacità. Roma ha bisogno di stabilità libica per motivi energetici, migratori e di sicurezza. Ha relazioni storiche, presenza economica e conoscenza del territorio. Tuttavia, deve muoversi dentro un paese diviso, evitando di legarsi eccessivamente a una sola parte e cercando di mantenere canali aperti tanto con Tripoli quanto con l’est libico. Questa postura è necessaria, ma non sempre sufficiente.Il problema non è soltanto diplomatico. È strategico. L’Italia può avere più interesse degli altri paesi europei alla stabilizzazione della Libia, ma non può produrla da sola. Ha bisogno di una linea europea coerente, di un coordinamento con gli Stati Uniti, di un rapporto realistico con gli attori regionali e di una politica mediterranea che non si riduca all’emergenza migratoria. Senza questo salto, Roma rischia di restare prigioniera di una gestione quotidiana della crisi: incontri, accordi, forniture, missioni, dichiarazioni, ma senza una direzione capace di modificare gli equilibri di fondo.La Libia mostra così una contraddizione più ampia della politica estera europea. L’Europa è direttamente coinvolta nelle conseguenze delle crisi vicine, ma spesso non riesce a trasformare questa esposizione in potere politico. Subisce i flussi migratori, teme la pressione energetica, osserva la presenza russa, negozia con la Turchia, finanzia programmi di stabilizzazione, ma raramente riesce a imporre una cornice strategica autonoma. Nel Mediterraneo centrale, questa debolezza appare con particolare evidenza.Il vuoto libico non è un vuoto assoluto. È un vuoto di sovranità statale riempito da poteri locali, interessi esterni e compromessi temporanei. Per questo la crisi non esplode sempre in modo visibile, ma continua a produrre effetti. Può restare sotto la soglia della guerra aperta e allo stesso tempo condizionare la sicurezza europea. Può non occupare ogni giorno le prime pagine e continuare a essere decisiva per energia, migrazioni e influenza geopolitica.La Libia, quindi, non è una crisi congelata. È una crisi amministrata. E proprio questa amministrazione permanente è il problema. Finché il paese resterà diviso, ogni attore esterno cercherà di proteggere la propria zona d’influenza. Finché l’Europa continuerà a considerarla soprattutto come frontiera da contenere, altri la useranno come spazio da occupare. Finché l’Italia non riuscirà a trasformare la propria esposizione geografica in una strategia più ampia, la prossimità resterà un fattore di vulnerabilità più che di forza.Il Mediterraneo centrale non è lontano dall’Europa. È uno dei luoghi in cui l’Europa misura la propria capacità di essere potenza politica. La Libia lo dimostra meglio di altri scenari: non basta essere vicini a una crisi per governarla. Serve una visione, una presenza e una continuità che finora sono mancate. Per questo il vuoto libico continua a pesare. Non perché nessuno vi agisca, ma perché vi agiscono in molti, mentre l’Europa fatica ancora a decidere che cosa vuole essere nel proprio mare.