AI e salute, l’Enciclica di Papa Leone e le 5 sfide per l’umanità

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“Tutto il nostro progresso tecnico, tutta la nostra efficienza, tutta la potenza di calcolo, se non si traducono in qualcuno che si ferma accanto a chi soffre, sono solo rumore, perché la sfida vera non è tecnica ma è di sguardo. Viviamo il tempo dell’AI, un tempo che ci convince che il valore di una persona sia ciò che produce, risolve, ottimizza, e così chi non ce la fa, il malato, l’anziano, il fragile, diventa un problema, un costo, un ingombro; nessuno lo dice apertamente, ma lo respiri nell’urgenza degli sguardi, nei corridoi degli ospedali, nelle agende piene di chi non ha tempo per fermarsi. Ma è lì che si gioca l’umanità, non nelle grandi dichiarazioni, ma nella scelta minuscola e decisiva di restare davanti a chi non ha più nulla da dare”. Così Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), commenta a LaSalute di LaPresse l’Enciclica di Papa Leone XIV ‘Magnifica humanitas’.Medici, infermieri e familiari di fronte alla malattiaIl medico che non si nasconde dietro la macchina, l’infermiere che ascolta la paura, il familiare che tiene la mano: “Queste sono le pietre della civiltà, silenziose, poco redditizie, indispensabili. L’intelligenza artificiale (AI) può diagnosticare, prevedere, ottimizzare, ma non può prendersi cura, perché la cura non è un problema da risolvere ma una presenza da offrire, è il coraggio di non scappare. Allora la domanda vera, per ciascuno di noi, è semplice e inevitabile: nell’ultimo mese ho saputo restare accanto a chi aveva bisogno, oppure ho trovato più spesso il modo di allontanarmi? In quella domanda si misura, silenziosamente, il tipo di civiltà in cui stiamo vivendo”, riflette Branda.Quali sono le sfide maggiori per l’umanità, alla luce dell’Enciclica di Papa Leone? “La prima è non confondere potenza con valore, perché l’umanità ha imparato a fare cose straordinarie ma ha quasi dimenticato a cosa servono, e la sfida è smettere di misurare tutto con il metro dell’efficienza, della produttività, della velocità. Una società che elimina la fragilità è più umana o solo più potente?”, si chiede lo scienziato.Riscoprire il limiteLa seconda sfida “è ridare un volto al limite: viviamo nell’epoca che promette di superare ogni limite attraverso la tecnologia come promessa di immortalità, di controllo totale, di corpo potenziato, ma il limite non è un nemico bensì la condizione per cui esistono la compassione, la pazienza, il prendersi cura. Se eliminiamo il limite, eliminiamo anche l’occasione di essere umani in senso pieno, quindi la sfida è smettere di vedere la malattia, la vecchiaia, la dipendenza come errori da correggere e iniziare a vederle come luoghi dove si impara cosa conta davvero”, dice Branda.La terza sfida è “governare la tecnologia senza esserne governati. Perché l’AI non è il problema, ma il vero problema è chi la controlla e a quali fini. Oggi pochi attori privati decidono cosa vedi, cosa pensi, cosa desideri, per cui il rischio non è tanto che le macchine diventino cattive quanto che gli umani diventino irrilevanti, o peggio, accettino di esserlo pur di avere comfort, e la sfida è restare soggetti e non oggetti, mantenere la capacità di dire no, di rallentare, di scegliere cosa non delegare mai”.Non abituiamoci alla guerra tecnologica La quarta sfida per Branda “è ricordare che la pace non è solo assenza di guerra perché oggi la guerra diventa tecnologica, automatizzata, a distanza, si uccide con joystick e algoritmi, il dolore diventa astratto e il nemico diventa un dato. Quindi la sfida è non abituarsi, è tenere vivo il contatto con la carne ferita anche quando lo schermo la rende pulita e lontana, perché la pace non è un intervallo tra conflitti ma un lavoro quotidiano sul linguaggio, sullo sguardo, sulla capacità di riconoscere l’altro come simile”, ragiona lo scienziato.Riscopriamo il valore della lentezzaLa quinta sfida, per Francesco Branda, “è restare umani in un mondo che corre perché tutto accelera, le risposte sono immediate e la pazienza sembra un lusso. Ma la cura richiede tempo, richiede lentezza e richiede il coraggio di non risolvere ma di stare, e forse la sfida più grande è proprio questa: resistere alla tentazione di diventare efficienti anche nell’amore”, conclude lo scienziato.Questo articolo AI e salute, l’Enciclica di Papa Leone e le 5 sfide per l’umanità proviene da LaPresse