No, questa volta non accadrà. Nessun proclama, nessuna iperbole, nessun annuncio. Anche perchè i dati sono devastanti, molto diversi dalle aspettative. Stiamo parlando delle elezioni comunali e in particolare di quella prodigiosa capacità della sinistra di trasformare il voto in ciò che le conviene a seconda del risultato. Prima del voto, quando l’aria sembrava buona, le amministrative erano il grande test nazionale, il termometro del Paese, la prova generale della spallata a Giorgia Meloni. Poi sono arrivati gli exit poll. E, zac, il test nazionale è evaporato come neve al sole. Venezia? Locale. Reggio Calabria? Locale. Arezzo? Locale. L’astensione? Nazionale, anzi universale. La colpa? Dei cittadini che non votano, del clima, della disaffezione, forse pure della luna storta.La scena è sempre la stessa. Quando il centrosinistra annusa una possibile vittoria, anche il più piccolo comune diventa improvvisamente una nuova Stalingrado democratica. Se conquista Genova, come accadde nel 2025, ecco che il risultato viene raccontato come il segnale della riscossa, la prova che il campo progressista è vivo, vegeto, pronto a marciare su Palazzo Chigi. Allora sì che le amministrative “parlano al Paese”. Allora sì che la città non è più solo la città, ma diventa il laboratorio nazionale, il simbolo, il messaggio al governo, la crepa nel muro della destra. Nel 2025, dopo Genova e Ravenna, Elly Schlein rivendicò il successo come prova dell’unità del centrosinistra e come segnale politico contro il centrodestra. Avs parlò perfino di “avviso di sfratto” per Meloni.Oggi, però, il copione è cambiato. I seggi si chiudono e le prime indicazioni dicono che il centrodestra è avanti nelle città simbolo. A Venezia, la prima proiezione Opinio per la Rai dà Simone Venturini al 50,7%, davanti ad Andrea Martella fermo al 37%. A Reggio Calabria, gli exit poll indicano Francesco Cannizzaro in netto vantaggio, addirittura in una forbice tra il 64 e il 68%, mentre il candidato del centrosinistra Domenico Battaglia sarebbe tra il 21 e il 25%. Ad Arezzo, il candidato del centrodestra Marcello Comanducci è avanti nelle prime stime. La soddisfazione nel centrodestra è cristallina e non potrebbe essere diversamente. Basti pensare al commento del senatore Raffaele Speranzon a proposito del risultato che si prospetta proprio a Venezia con il trionfo di Venturini: “Al primo turno sarebbe mondiale”. Con buona pace dei soliti noti.E dunque, improvvisamente, non conta più nulla. Non è più un test nazionale. Non è più un segnale. Non è più il voto degli italiani che parlano al governo. È una somma di storie locali, di candidati locali, di dinamiche locali, di vicende locali, di quartieri locali, di marciapiedi locali. Una meraviglia. Se vince la sinistra, il sindaco di una città media diventa il messaggero del popolo progressista. Se vince il centrodestra a Venezia o stravince a Reggio Calabria, allora no: prudenza, contestualizziamo, non generalizziamo, non carichiamo di significati nazionali un voto amministrativo.Il punto non è negare che le comunali abbiano anche una componente locale. Ce l’hanno, eccome. I candidati contano, le liste civiche contano, la storia delle città conta. Ma il punto è un altro: non si può usare il microscopio quando si perde e il telescopio quando si vince. Non si può dire per settimane che questa tornata sarà il banco di prova del governo e poi, appena il banco restituisce un voto sgradito, sostenere che in fondo si trattava solo dell’arredo urbano di Venezia, delle buche di Arezzo e delle beghe calabresi.Naturalmente c’è anche l’astensione, il grande salvagente retorico di ogni sconfitta. L’affluenza definitiva nelle regioni a statuto ordinario si ferma attorno al 60%, in calo di quasi cinque punti rispetto alla tornata precedente. È un dato serio, da non liquidare. Ma anche qui bisognerebbe avere un minimo di onestà intellettuale: l’astensione è un problema democratico sempre, non soltanto quando perde la parte giusta. Se l’elettore resta a casa e vince il centrosinistra, si parla di maturità, di mobilitazione selettiva, di tenuta democratica. Se l’elettore resta a casa e vince il centrodestra, allora “ha vinto l’astensionismo”. Tradotto: siccome non abbiamo vinto noi, non ha vinto nessuno.Certo, il centrosinistra può consolarsi – fino a un certo punto – con Salerno dove Vincenzo De Luca viene accreditato dalla prima proiezione Opinio per Rai di una vittoria al primo turno con il 58,5%. Ma anche qui il racconto nazionale scricchiola: De Luca non è esattamente il manifesto disciplinato del nuovo centrosinistra schleiniano e il suo successo assomiglia più a una prova di forza personale che a una marcia trionfale del campo largo. A Prato, Matteo Biffoni è avanti secondo gli exit poll, e anche questo è un risultato politicamente rilevante. Ma se il quadro generale vede il centrodestra competitivo o avanti nelle sfide più simboliche, diventa difficile vendere la solita favola della spallata.La verità è che la sinistra aveva bisogno di trasformare queste amministrative in un referendum mascherato su Meloni. Sperava di poter dire: vedete, il vento è cambiato, soprattutto a poche mesi dalle politiche. Sperava di mettere in fila Venezia, Reggio Calabria, magari Arezzo, e costruire il racconto della premier assediata, del governo in difficoltà, della coalizione di centrodestra logorata. Invece le prime urne raccontano un’altra storia. Raccontano che il centrodestra tiene, anzi in alcuni casi sfonda. Raccontano che il campo largo, dove esiste, non sempre basta. Raccontano che l’elettorato non sembra affatto in attesa della grande liberazione progressista.E allora prepariamoci. Nelle prossime ore sentiremo spiegazioni raffinatissime. Ci diranno che Venezia è un caso particolare, Reggio Calabria pure, Arezzo anche, Messina non vale perché c’è il civismo, Salerno non vale perché c’è De Luca ma vale quanto basta per dire che il centrosinistra non è morto, Prato vale moltissimo perché lì invece il messaggio politico c’è. Insomma, una geografia elettorale a fisarmonica: si allarga quando serve a colpire il governo, si restringe quando rischia di dare ragione al centrodestra.Ma gli elettori, quelli che ancora votano, sono meno ingenui di quanto pensino certi strateghi da salotto televisivo. Capiscono benissimo il giochino. Capiscono che il voto amministrativo non abbatte un governo, ma può indicare un clima. E il clima, oggi, non pare quello della rivolta contro Meloni. Pare semmai quello di un’opposizione che continua a cercare nelle urne locali la prova della propria rinascita e poi, quando la prova non arriva, cambia immediatamente argomento. In fondo è questa la morale della giornata: quando vince la sinistra, l’Italia ha parlato. Quando vince il centrodestra, ha parlato solo il comune. E magari neanche tutto, perché c’era l’astensione. Comodo, no?Franco Lodige, 25 maggio 2026L'articolo Elezioni, il centrodestra tiene. Vedrete: diranno che “è solo un test locale” proviene da Nicolaporro.it.