In Italia esiste uno sport nazionale meno dichiarato del calcio, ma molto più praticato della corsa ai rigori: cambiare la legge elettorale ogni volta che qualcuno teme di perdere le elezioni.È una tradizione ormai consolidata. Cambiano i governi, cambiano i leader, cambiano i simboli, cambiano perfino i nomi dei partiti, ma una cosa resta immutabile come il Colosseo: la tentazione di riscrivere le regole della democrazia a uso e consumo di chi sta seduto in Parlamento.Naturalmente tutto viene sempre presentato come un grande gesto di responsabilità nazionale. Mai una volta che si dica la verità. Nessuno annuncia: “Cari italiani, stiamo modificando la legge per salvare le nostre poltrone”. No. Ogni riforma viene raccontata come “storica”, “necessaria”, “moderna”, “per la stabilità del Paese”. Ormai la parola “stabilità” viene usata come il prezzemolo: la infilano ovunque. Peccato purtroppo che la vera stabilità che interessa davvero sia solo quella delle loro poltrone.Il cittadino normale, che magari lavora dieci ore al giorno, paga tasse sempre più alte, aspetta mesi una visita medica e vede le strade ridotte a percorsi da rally africano, si sente raccontare che la priorità assoluta della politica sarebbe cambiare ancora una volta il modo di votare. E lì capisce che qualcosa non torna. Perché quando c’è da sistemare ospedali, salari, trasporti o giustizia servono anni, commissioni, rinvii, tavoli tecnici e conferenze stampa. Quando invece c’è da ritoccare la legge elettorale, improvvisamente i partiti diventano velocissimi. Fulminei. Sembrano la Formula Uno della politica.La storia italiana degli ultimi trent’anni è praticamente una sagra delle leggi elettorali costruite su misura. Prima c’era il proporzionale puro della Prima Repubblica. Apparentemente democraticissimo: ogni partito prendeva seggi in proporzione ai voti ricevuti. Sulla carta sembrava quasi perfetto. Nella realtà diventò il paradiso dei partitini, dei ricatti politici, delle trattative infinite e dei governi che cadevano con la frequenza delle grandinate estive.Gli elettori votavano una cosa e poi nei corridoi del potere ne nasceva un’altra. I governi cambiavano continuamente, ma i partiti restavano sempre gli stessi, saldamente attaccati alle leve dello Stato come cozze allo scoglio. Era la democrazia della porta girevole: entravano tutti, usciva raramente qualcuno.Poi arrivò Tangentopoli e gli italiani, esasperati, pensarono ingenuamente che fosse arrivato il momento della pulizia. I partiti allora tirarono fuori il Mattarellum, che sembrava quasi una rivoluzione. Finalmente il cittadino avrebbe scelto direttamente i candidati nei collegi. Finalmente chiarezza. Finalmente governabilità. Finalmente serietà.Naturalmente durò poco l’entusiasmo, perché i partiti scoprirono subito il trucco: coalizioni enormi e improbabili pur di vincere. Dentro ci finiva di tutto. Ex nemici storici improvvisamente abbracciati dall’amore per la patria. Gente che fino al giorno prima si insultava in televisione e il giorno dopo si presentava mano nella mano davanti agli elettori. Sembravano quei matrimoni celebrati solo per ottenere la cittadinanza.Il cittadino votava pensando di scegliere un progetto politico e invece comprava un pacco sorpresa. Dopo pochi mesi le coalizioni esplodevano, iniziavano i ricatti interni, i litigi, i cambi di casacca, i governi traballanti. Ma intanto i partiti avevano ottenuto ciò che volevano: restare centrali e indispensabili.Poi arrivò il capolavoro assoluto: il Porcellum. Una legge talmente sfacciata che perfino il suo autore ebbe il coraggio di definirla una “porcata”. E già qui ci sarebbe da chiudere il Parlamento e aprire direttamente un circo equestre nazionale.Con il Porcellum spariscono le preferenze. Sparisce la scelta vera degli elettori. I parlamentari non vengono più scelti dai cittadini, ma nominati dalle segreterie di partito. Tu voti il simbolo e dentro ci infilano chi vogliono loro. Obbedienti, fedelissimi, cortigiani, yes-men, fedeli al capo più che agli elettori. Nasce così il parlamentare telecomandato: alza la mano quando serve, tace quando conviene e soprattutto non disturba il conducente.Fu uno dei colpi peggiori inferti alla democrazia italiana. Perché quando un parlamentare deve la sua carriera al capo e non ai cittadini, smette lentamente di rappresentare il popolo e comincia a rappresentare il padrone politico che l’ha piazzato in lista.Da quel momento il Parlamento iniziò a sembrare sempre meno il luogo della rappresentanza popolare e sempre più un enorme ufficio risorse umane dei partiti.Gli italiani intanto diventavano sempre più sfiduciati. E come dargli torto? Votavano ma non sceglievano davvero nessuno. Assistevano a cambi di maggioranza, ribaltoni, giochi di palazzo, governi tecnici, alleanze innaturali e parlamentari che passavano con disinvoltura da un partito all’altro con la stessa rapidità con cui si cambia operatore telefonico per ottenere un’offerta migliore.Poi arrivò l’Italicum, presentato come il nuovo miracolo democratico. La parola magica era “governabilità”. Traduzione simultanea dal politichese: “Dobbiamo assicurarci che qualcuno governi anche se non convince davvero la maggioranza degli italiani”. Premi di maggioranza, ballottaggi, meccanismi complicatissimi. Il vincitore doveva uscire forte, fortissimo, quasi imbattibile. Poco importava se magari rappresentava una minoranza reale del Paese. Bastava gonfiarlo artificialmente con i seggi e il gioco era fatto. Peccato che pure la Corte Costituzionale, a un certo punto, guardando quel capolavoro di ingegneria politica, abbia sostanzialmente detto: “Adesso però state esagerando”.E così di legge in legge si giunge all’odierno Rosatellum, il sistema attuale, che sembra progettato più da un enigmista che da un legislatore. Un miscuglio di proporzionale, maggioritario, di candidature multiple, di listini bloccati e coalizioni variabili che il cittadino medio comprende più o meno quanto un manuale di fisica quantistica scritto in aramaico antico.E attenzione: quando una legge elettorale diventa troppo complicata, non è quasi mai un incidente. È un vantaggio per chi la controlla. Perché il cittadino confuso rinuncia a capire, mentre il partito esperto usa ogni piega del sistema per blindare posti e fedeltà.Così i leader decidono chi entra in Parlamento, proteggono i fedelissimi, piazzano gli amici nei collegi sicuri e spostano i candidati come pedine di Monopoly.L’elettore continua ad avere una scheda in mano, certo, ma sempre più spesso somiglia a un cliente che entra in un ristorante credendo di scegliere il menù mentre lo chef ha già deciso tutto in cucina.Ed è qui che nasce la vera tragedia italiana: milioni di persone hanno progressivamente smesso di credere che il loro voto conti davvero. L’astensione cresce elezione dopo elezione non perché gli italiani siano pigri o menefreghisti, ma perché molti hanno maturato una convinzione devastante: le regole vengono cambiate sempre dagli stessi e sempre a vantaggio degli stessi.Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cittadini sempre più lontani dalla politica, rabbia crescente, sfiducia generale, istituzioni percepite come autoreferenziali e una classe dirigente che continua a parlare di democrazia mentre riduce progressivamente il potere reale degli elettori.Eppure basterebbe una domanda semplicissima per smascherare tutta la commedia: se davvero queste riforme servono ai cittadini, perché i cittadini non vengono mai messi davvero nelle condizioni di scegliere i propri rappresentanti in modo chiaro, diretto e comprensibile?La risposta è probabilmente la più amara di tutte. Perché una democrazia piena, trasparente e partecipata fa paura a chi vive di controllo delle liste, giochi di coalizione e alchimie parlamentari. La vera ossessione di troppi partiti non è rappresentare gli italiani, ma gestire gli italiani.E così il grande teatrino continua. Cambiano i nomi delle leggi. Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum, Stabilicum. Sembra quasi la collezione autunno-inverno di una casa di moda istituzionale. Ma sotto il vestito nuovo c’è spesso la stessa vecchia paura: lasciare troppa libertà agli elettori. (Pier Francesco Corso)