"Stop ai social per gli adolescenti": perché i divieti fanno più male che bene

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AGI - I divieti di accesso ai social media per gli adolescenti non sono supportati da evidenze scientifiche solide e potrebbero persino comportare effetti controproducenti. E' quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Developmental Psychology e condotto dagli scienziati dell'University of California, Irvine.Il team, guidato da Monika Neff Lind, ha raccolto e analizzato gli studi sperimentali disponibili sulle restrizioni all'uso dei social media tra i giovani. Nel dicembre 2025, l'Australia ha introdotto il divieto per i minori di 16 anni di possedere account sui social media. Francia, Grecia, Spagna, Danimarca, Malesia, Norvegia, India, Egitto, Canada, Turchia e Regno Unito stanno valutando misure simili.Diversi esponenti politici hanno sostenuto che la letteratura scientifica dimostrerebbe i benefici della riduzione o dell'eliminazione dell'accesso ai social per gli adolescenti. Tuttavia, spiegano gli esperti, le prove disponibili non consentono ancora di stabilire quali effetti tali divieti possano avere sulla salute mentale dei giovani.Cosa dice davvero la letteratura scientifica"Negli esperimenti che valutano gli effetti della restrizione dei social media sul benessere - riportano gli autori - i partecipanti vengono assegnati casualmente a un gruppo che interrompe l'utilizzo dei social per un certo periodo oppure a un gruppo di controllo. Nessuno degli studi individuati includeva pero' soggetti di eta' inferiore ai 16 anni. Questo significa che non disponiamo di dati diretti sulle conseguenze di questi divieti per gli adolescenti piu' giovani".Gli esperimenti condotti sugli adulti, aggiungono i ricercatori, mostrano effetti deboli, nulli o contrastanti, e circa il 40 per cento delle indagini analizzate ha prodotto risultati inconcludenti.I rischi e gli effetti controproducenti dei blocchiSecondo gli autori, esistono inoltre motivi concreti per ritenere che i divieti possano avere effetti indesiderati. In primo luogo, spiegano gli studiosi, le restrizioni pongono questioni etiche legate alla privacy e al controllo degli utenti, con il rischio di penalizzare soprattutto i gruppi piu' vulnerabili. Ad esempio, le tecnologie utilizzate per verificare l'eta' attraverso selfie caricati online possono commettere errori legati all'etnia o all'eta' degli utenti.I giovani potrebbero inoltre perdere importanti occasioni di socializzazione e accesso a risorse informative, considerando che molti servizi e iniziative rivolti agli adolescenti vengono diffusi proprio attraverso i social media.Chi decidesse di aggirare i divieti potrebbe poi creare account falsi o utilizzare piattaforme anonime, rinunciando cosi' ai sistemi di protezione e ai controlli parentali previsti per gli account destinati ai minori. Secondo gli studiosi, i divieti potrebbero anche aumentare i conflitti tra adolescenti e figure educative di riferimento.Oltre i divieti: la necessità di approcci alternativiAlla luce di queste considerazioni, gli autori sottolineano la necessita' di sviluppare approcci alternativi per migliorare il rapporto dei giovani con i social media, rafforzare i sistemi di monitoraggio per valutare il reale impatto delle restrizioni e favorire la collaborazione tra istituzioni, famiglie, ricercatori e aziende tecnologiche."Non possiamo risolvere la crisi della salute mentale giovanile attraverso i divieti - conclude Neff Lind - piuttosto che limitarci a proibire, dovremmo impegnarci a comprendere meglio il problema e affrontarlo in modo piu' ampio e strutturato".