Ci sono giornate che prendono un senso per via di alcune coincidenze. E che alla fine ti lasciano un messaggio forte e ti regalano qualche certezza. La mia giornata speciale è stata lo scorso mercoledì 20 maggio. Mattinata al Corriere: in quelle ore ci vengono a trovare spesso le scolaresche. Stavolta no. Attendo un gruppo delle Rds Villa Maggi. Arrivano con due furgoncini speciali, ospiti con diverse disabilità si mescolano ad educatori e operatori. Si azionano i montacarichi; la sala Albertini, cuore storico del nostro giornale, si riempie di carrozzine come non mai.Comincio la mia carrellata lungo i nostri 150 anni di vita attraverso le foto e le prime pagine storiche affisse sui muri. Si vede subito che ho di fronte un uditorio preparato, che sa perfettamente dove si trova. Le domande fioccano, alcune anche insidiose (“Il vostro voler stare il più possibile equidistanti non rischia di diventare un atteggiamento cerchiobottista?”); si parla molto della fattura del giornale, piace tantissimo il “timone”, il quadro generale delle pagine a disposizione per gli articoli e delle posizioni pubblicitarie. C’è un motivo preciso: mi mostrano “Il Ripamondi”, il giornalino di Villa Maggi. Ed è una grande sorpresa. Questo trimestrale in carta patinata è il frutto della collaborazione tra il personale e gli ospiti. Che sono, quest’ultimi, protagonisti di diverse rubriche. C’è “Le rotte di Ilaria”, che racconta di gite, gite, passeggiate e scampagnate fatte dal gruppo; c’è il “Laboratorio creativo” di Caterina che lavora con il legno; si parla di calcio con Stefano; Andrea coglie frasi emblematiche dai film visionati; Ferruccio, il più colto, si lancia in una dissertazione sull’arte del corteggiamento; Mariola cura lo spazio della poesia; Maurizio fa l’intervistatore; ancora Caterina con le ricette di cucina; Pablo, Ferruccio, Stefano e Jack sono protagonisti di una Cine Disputa; Anna si presenta come La Signora dei Gufi per i suoi racconti; Giacomo disserta sul basso elettrico; torna Ilaria, che si occupa di cartoons. Complimenti, ottimo prodotto nella fattura e nei contenuti. Quanti interessi, quanto entusiasmo, quanta vita in questa residenza per persone con disabilità. E’ stato un incontro pieno di calore umano, una lezione contro la solitudine in ogni genere di condizione.Pomeriggio. Mi invitano a visitare la sede di Autelier. Il nome è un piccolo capolavoro di assonanze e riferimenti. C’è l’autismo, c’è l’outlet, c’è un negozio di moda. Insomma, un’esperienza nata all’interno dell’associazione Diesis che da molti anni si occupa dell’inserimento dei ragazzi fragili nei contesti lavorativi. In questo caso il primo outlet inclusivo gestito da persone dello spettro autistico. Qui arrivano scarti e prodotti di fine serie delle aziende di moda. Ogni tessuto si ricicla o si personalizza con elementi decorativi. Un silenzio laborioso pervade l’interno di Autelier che si trova nel quartiere Turro di Milano. Accanto alle ragazze che fanno tirocinio con ago e filo c’è una psicologa. Ma il luogo è anche un’oasi di scambio di idee e riflessioni. E di nuove iniziative. Si sta formando una libreria sulle tematiche dell’inclusione ma soprattutto è stato avviato un servizio di giardinaggio per la corte del grande condominio che ospita Autelier. Non è stato facile, ammettono gli organizzatori, far passare in assemblea questa proposta e non sono mancate le lamentele di chi vedeva il procrastinarsi nella sistemazione del giardino. Ma dietro l’aspetto etico dell’inclusione ce n’era un altro, altrettanto nobile, riguardante i tempi della natura. Coordinati da un professionista, i ragazzi autistici hanno effettuato la diserbatura a mano e hanno aspettato che la terra si ricomponesse, prima di piantare. Oggi il giardino presenta un prato sano, una grande varietà di specie, un’eleganza sobria frutto di una cura per nulla frettolosa o impattante per il terreno. Ora questo gruppo di lavoro si offre per tutto il suo quartiere. Cortili di Milano, apritevi all’inclusione!Sera. Vado a vedere al Teatro Franco Parenti lo spettacolo “Chi come me”, scritto dal drammaturgo israeliano Roy Chen e messo in scena dalla regista Andrée Ruth Shammah, anima infaticabile di questo vivace luogo di cultura. So che è uno spettacolo imperdibile: in due anni ha effettuato 180 repliche con oltre 30 mila spettatori. Siamo in un centro di salute mentale, i protagonisti sono cinque ragazzi ricoverati nella struttura: condizioni di autismo, problemi di manie ossessive o di disforia di genere. C’è un professore che veglia su questa comunità fragile e isolata; e c’è la figura di un’insegnante che attraverso delle lezioni di teatro cerca di aprire dei varchi in questi universi impauriti e arroccati in sé stessi. Colpisce innanzitutto la bravura straordinaria dei giovani attori. Una bravura che sa toccare tutti gli stati d’animo, dai più miti ai più rabbiosi. Lo spettacolo ha una potente carica di coinvolgimento e senza sconti richiama tutti noi, adolescenti, genitori, psicologi, semplici spettatori, a “soffrire” le possibilità di evoluzione di questo microcosmo. Si ride e si piange. E ancora una volta si ribadisce il potere curativo del teatro.Tre storie, tre situazioni particolari di una giornata speciale. Tre grandi lezioni dalle persone con disabilità. E un messaggio comune: non vogliamo essere, non siamo, un mondo invisibile.