Quello che è accaduto a Parma non è soltanto un episodio di cronaca. È il sintomo di una deriva culturale che da anni viene minimizzata, giustificata, derubricata a “ragazzata”, fino a quando la violenza non esplode apertamente. E allora ci si indigna per qualche giorno, salvo poi tornare al silenzio.La scelta dei docenti aggrediti di non sporgere denuncia appartiene alla loro sfera personale e, in quanto tale, va rispettata. Nessuno può pretendere di stabilire come una vittima debba reagire dopo aver subito un’aggressione. Dicono che così sarebbe più “educativo”: “Non considero un’aggressione quella che si vede nel video e io non ho subito alcun danno – ha detto al Corsera – Piuttosto considero il mio non denunciare un intervento educativo”. Ma il nodo vero della questione non è questo. Il nodo è il progressivo svuotamento dell’autorità educativa e del rispetto verso chi ogni giorno entra in classe per formare i cittadini di domani.Da troppo tempo la figura dell’insegnante viene delegittimata su tutti i fronti. Socialmente, perché quella del docente è una professione percepita sempre più come un ripiego. Professionalmente, perché ogni sua decisione è sottoposta a contestazioni continue da parte di famiglie sempre più inclini a difendere i figli a prescindere. Economicamente, perché gli stipendi italiani restano tra i più bassi d’Europa rispetto alle responsabilità richieste. E adesso persino fisicamente, con aggressioni che stanno diventando una drammatica normalità.Eppure si dimentica un punto fondamentale: nell’esercizio delle sue funzioni il docente è un pubblico ufficiale. Aggredire un insegnante non significa soltanto colpire una persona. Significa colpire lo Stato, l’istituzione scolastica, il principio stesso di educazione e convivenza civile. È una ferita che riguarda tutti.Leggi anche: Studenti magrebini pestano e bastonano i prof. E non li denuncianoAncora più inquietante è il motivo scatenante dell’aggressione: un rimprovero. Ma da quando richiamare uno studente al rispetto delle regole è diventato un abuso? Un insegnante non è un animatore turistico incaricato di intrattenere adolescenti capricciosi. Ha il dovere educativo di correggere, richiamare e, quando necessario, anche sanzionare. Senza autorevolezza non esiste scuola. E senza scuola non esiste società.Il problema è che oggi qualsiasi forma di richiamo viene percepita da troppi giovani come un affronto personale. E questo accade perché per anni si è diffusa l’idea tossica che ogni frustrazione sia intollerabile, che ogni limite sia un sopruso, che ogni “no” rappresenti una violenza. Così si cresce senza accettare l’autorità, senza riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e senza comprendere che la libertà non coincide con l’assenza di regole.Intanto i casi aumentano. Docenti insultati, minacciati, spintonati, picchiati. E ogni volta le reazioni istituzionali appaiono tardive, deboli, burocratiche. Si organizzano tavoli, si promettono osservatori, si annunciano campagne educative. Tutto utile, forse. Ma insufficiente.Perché quando manca la certezza delle conseguenze, il messaggio che passa è devastante: puoi fare qualsiasi cosa e, in fondo, non succederà nulla. È qui che il buonismo smette di essere umanità e diventa irresponsabilità. Confondere comprensione e impunità è uno degli errori più gravi che una società possa commettere.Servono misure chiare e immediate. Tutele reali per i docenti. Sanzioni severe per chi aggredisce. Responsabilità concrete anche per le famiglie, quando i figli minorenni superano il limite della violenza. E soprattutto serve un cambiamento culturale: restituire dignità e autorevolezza alla scuola.Perché una società che non difende i propri insegnanti è una società che rinuncia al proprio futuro. E allora la domanda resta inevitabile: cosa si aspetta ancora prima di intervenire davvero? Che ci scappi il morto?Salvatore di Bartolo, 26 maggio 2026L'articolo Il prof: “Non denuncio chi mi ha aggredito”. Assurdo buonismo: deve scapparci il morto? proviene da Nicolaporro.it.