Distinguere per non confondere uomo e macchina. La sfida dell’AI secondo don Luca Peyron

Wait 5 sec.

C’è un passaggio, nell’enciclica Magnifica Humanitas presentata questa mattina da Papa Leone XIV che suona come un avvertimento e insieme come una chiamata: non basta capire le macchine, bisogna tornare a capire l’uomo. Perché mentre l’intelligenza artificiale accelera, il rischio, silenzioso ma crescente, è quello di smarrire noi stessi, confondendo i mezzi con i fini, la potenza con il senso.È qui che si colloca la lettura di don Luca Peyron, sacerdote diocesano dell’Arcidiocesi di Torino dal 2007 e docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano, che da anni incrocia fede e innovazione e che dell’enciclica coglie soprattutto la tensione antropologica. “Il rischio, avverte in questa conversazione con Formiche.net, è quello di scambiare una macchina fatta da un umano con il fatto che l’umano sia una macchina”. Una frase che racchiude il cuore della questione: non la paura della tecnologia, ma la perdita della differenza umana.Nelle sue risposte emerge un filo rosso che attraversa tutto il documento di Leone XIV: la necessità di custodire l’irriducibilità della persona in un tempo che tende a ridurla a dato, funzione, algoritmo. Non basta l’etica, non basta la regolazione. Servono domande più radicali, capaci di toccare il senso stesso dell’umano. Chi siamo, davanti alle macchine che abbiamo creato? E, soprattutto, per chi viviamo racconta il teologo.Qual è, a suo avviso, la vera portata dell’Enciclica? Che cosa cambia nel modo in cui la Chiesa guarda all’intelligenza artificiale e al nostro tempo?Magnifica Humanitas ha il pregio di racchiudere in unico testo quanto la Chiesa offre al mondo non tanto e non solo rispetto all’intelligenza artificiale, quanto rispetto alle questioni che la cultura che ne deriva pone al mondo. Sotto il profilo antropologico, economico, politico, educativo e sociale. Oggi la parola intelligenza artificiale, benché sia sulla bocca di chiunque in realtà è compresa da pochi. Questa carenza di consapevolezza e di cultura crea uno iato non più sopportabile tra chi costruisce le macchine e chi se ne serve in modo sempre più inconsapevole. Il Santo Padre prende parola non per dire la sua, ma per dire al mondo quanto sia necessario che insieme tutti si dica la nostra con ragione di causa e per la causa della ragione.Il Papa parla di “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”: è un’espressione molto forte. Che cosa significa, in concreto, custodire l’umano nell’era degli algoritmi?Significa che l’essere umano nella sua irriducibilità non può che essere lo stesso di sempre, ma nel suo farsi giorno per giorno ha bisogno di punti fermi e di obiettivi umanamente sostenibili e chiari. Tutto questo rischia di essere sgretolato da una visione disumana che una certa cultura algoritmica più o meno consapevolmente veicola. L’intelligenza artificiale è certamente una tecnologia preziosa ed è un dono della capacità umana di stare nella realtà usando della propria intelligenza. Il rischio però è quello di scambiare una macchina fatta da un umano con il fatto, dato spesso per compiuto, che l’umano sia una macchina. Noi abbiamo delle funzioni, alcune sono simili a quelle che siamo stati capaci di replicare con le macchine, ma l’umano non è macchina. Questo va prima di tutto custodita, la differenza umana. Non per mettere in tensione, non contro la macchina. Distinguere serve a non confondere. Innanzitutto i mezzi, le macchine, con i fini, l’umano.Questa enciclica si inserisce idealmente nel solco della Rerum Novarum. Siamo davanti a un aggiornamento della dottrina sociale o a qualcosa di più radicale?La Dottrina Sociale della Chiesa è, per definizione, un perenne faciendum perché risponde al qui ed ora della storia che è sempre cangiante. Direi però che non siamo tanto ad un aggiornamento quanto ad una lettura dei principi di fondo rispetto a questo tempo. La Chiesa prova a rispondere cosa significhi il fatto di Cristo, autenticamente umano oltre ad essere divino, per un umano che ad ogni generazione ha il compito, la dignità e la fatica di scoprirsi tale.Finora il dibattito sull’AI è stato soprattutto etico e regolatorio. Il Papa sembra dire che non basta: serve un’antropologia. Che cosa aggiunge questo salto di livello?La regolazione rischia spesso di essere un mito consolatorio: faccio una legge e cambia il mondo. Le leggi leggono invece il mondo e difficilmente hanno il potere di cambiarlo. L’etica si appella alla ragione ed alla logica, ma anche questo rischia di essere un paravento se usata esclusivamente in modo formalistico per ascrivere danno emergente e lucro cessante a qualcuno. Per tacere del fatto che principi, valori e norme sono molto diversi da cultura a cultura. L’umano dovrebbe essere invece il miglior sostrato comune che abbiamo, non per avventura il Papa si riferisce alla carta dei diritti che dall’antropologia parte. Quella dell’Ai è una sfida globale, multilaterale, geopolitica, intergenerazionale, interculturale. L’unico modo di prenderla sul serio è quello di partire il più possibile più che da basi comuni, da obiettivi comuni. Ed obbiettivamente l’essere umano in quanto tale è una scelta perlomeno obbligata.Lei spesso insiste sul fatto che le macchine “imitano ma non incarnano”. Dove si gioca oggi la differenza decisiva tra intelligenza artificiale e persona umana?Può sembrare una banalità ma in tutto ciò che non è computabile. L’Ai alla fine è un computer che fa calcoli. Ciò che è matematicamente – e derivati – rappresentabile è macchinico. Quanto resta è umano. Semplicemente perché la macchina non lo comprende, letteralmente. E quando la macchina ci restituisce dati che sembrano farlo in realtà siamo noi che diamo senso a quanto nativamente senso non ne ha e non ne può avere. Come quando vediamo un coniglio in una nuvola: si chiama pareidolia, con le macchine diventa pensiero magico. Detto questo le parole che abbiamo e che usiamo sempre stando diventando velocemente logore, come ad esempio creatività. Tre mi pare che ancora tengano bene: coscienza, desiderio e generosità. Nessuna di essa è macchinicamente riproducibile. Ne aggiungo una quarta che fa da cornice e che il Santo Padre riprende: fragilità. Non un difetto da curare, ma la condizione che ci fa umani da 300.000 anni a questa parte.Il Papa lega l’AI a temi come lavoro, disuguaglianze, conflitti e persino guerra. È corretto dire che siamo davanti a una questione politica globale prima ancora che tecnologica?Ogni questione tecnologica è una questione di ordine, di potere e di poteri, da sempre. Questa è una tecnologia particolare performante e quindi lo è di conseguenza. Con la differenza che, rispetto ad altre del passato, ha caratteri propri che la mettono in mano di quei pochissimi che se la possono permettere in termini di dati, potenza di calcolo ed energia. Il Papa insiste che ciò che era pubblico oggi è diventato privato, ciò che era di alcuni oggi è di pochissimi, ciò che dovrebbe essere di tutti rischia di essere sempre di più pochi. Questo fa dell’Ai una questione di giustizia, dunque di pace, di poteri dunque di democrazia, di monopoli dunque di economia. Mettendo in crisi in un solo colpo tutte le architetture sociali che sino ad oggi abbiamo costruito e che, nel bene e nel male, hanno abbastanza retto. Dalle costituzioni alle leggi del mercato, dai modelli educativi a quelli di convivenza sociale, dalla rappresentazione di noi stessi e del mondo alla questione di cosa possa essere preso per vero e cosa no. É una rivoluzione per sostituzione, ma costa sta sostituendo il pregresso tanto chiaro non è. Ma è veloce e va veloce.Alla luce di questo documento, qual è la domanda più urgente che ciascuno di noi dovrebbe porsi davanti all’intelligenza artificiale?Chi sei, per chi ti svegli la mattina, per chi vai a letto tardi la sera. E poi ripeti la domanda mettendola al plurale. Don Luca Peyron, (1973), giurista e teologo. Già consulente in proprietà intellettuale e mandatario europeo presso l’UAMI, è sacerdote diocesano dell’Arcidiocesi di Torino dal 2007. Docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano, è visiting professor in diversi atenei; ha fondato e coordina il Servizio per l’Apostolato Digitale, Faculty Fellow del Centro Nexa del Politecnico di Torino, socio dell’Internet Society e membro del Consiglio Scientifico dello Humane Technology Lab, è referente per la pastorale della cultura tecno scientifica, membro del comitato buone pratiche dell’Istituto Italiano per l’intelligenza artificiale applicato all’industria AI4I. Si occupa in particolare del rapporto tra scienza, fede, tecnologia e vita. Appassionato di spazio e cielo profondo, a suo nome è stato intitolato dall’Unione Astronomica Internazionale l’asteroide della fascia principale 141772 (2002 NM5) ora 141772 Lucapeyron poiché “He was able to connect astronomy to the public consciousness by using the deep sky not only for scientific purposes but also for cultural and educational growth”