Nucleare, il vero rischio è il referendum

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«Inevitabilmente si farà un referendum» sul nucleare in Italia. Le parole del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, pronunciate al Festival dell’Economia di Trento, certificano una realtà ormai evidente: il ritorno dell’energia atomica nel dibattito pubblico italiano non è più fantascienza, ma una prospettiva concreta. Eppure proprio qui si nasconde il problema più grande.Perché oggi il punto non è tanto se il nucleare abbia riconquistato consenso nell’opinione pubblica. I dati mostrano chiaramente che rispetto ai referendum del 1987 e del 2011 il clima culturale è cambiato radicalmente. Il vero nodo è un altro: affidare una scelta tecnica, strategica e industriale di questa portata a un referendum significa spalancare la porta alla propaganda più emotiva, alla disinformazione e alla mobilitazione ideologica.L’Italia sta cambiando ideaCiriani ha ricordato che «l’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare» dopo gli incidenti di Chernobyl e Fukushima. Una constatazione difficilmente contestabile, soprattutto considerando che oggi il nostro Paese continua a importare energia prodotta proprio da centrali nucleari straniere, soprattutto francesi. «Noi speriamo quanto prima di poter finalmente piantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese», ha aggiunto il ministro, sottolineando un paradosso tutto italiano: comprare energia atomica dall’estero mentre si demonizza quella prodotta in casa.Anche il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha ammesso che la sfida referendaria viene data praticamente per scontata. «Diamo per scontato che qualcuno si metterà a raccogliere delle firme», ha dichiarato, dicendosi comunque fiducioso perché «il referendum è espressione massima della democrazia». Una frase politicamente obbligata, ma che evita accuratamente la questione centrale: la democrazia non migliora automaticamente la qualità delle decisioni, soprattutto quando milioni di persone vengono chiamate a votare su temi altamente tecnici che non conoscono minimamente.I sondaggi premiano il nucleare, ma la paura resta decisivaI numeri raccontano che gli italiani oggi guardano al nucleare in maniera molto diversa rispetto al passato. I favorevoli oscillano ormai tra il 49% e il 56%, percentuale che cresce ulteriormente quando si parla di reattori di nuova generazione o di SMR, gli Small Modular Reactors. Ancora più significativo è il dato generazionale: tra gli under 30 il consenso supera spesso il 60%, segno di una rottura culturale profonda rispetto all’epoca dominata dal trauma di Chernobyl.Ma accanto a questa crescita del consenso esiste un problema gigantesco. Una larga fetta del Paese ammette apertamente di non sapere quasi nulla di nucleare. Molti non conoscono il funzionamento degli SMR, ignorano le differenze tecnologiche rispetto agli impianti del passato e confondono ancora oggi la situazione italiana con gli scenari apocalittici evocati per decenni dalla propaganda ambientalista.Ed è esattamente qui che il referendum diventerebbe un campo minato. Perché in una campagna elettorale lunga mesi non vincerebbe necessariamente chi ha gli argomenti migliori, ma chi riesce a terrorizzare di più l’opinione pubblica. La dinamica sarebbe identica a quella già vista in altri referendum recenti, dove slogan semplici, emotivi e ideologici hanno travolto qualsiasi discussione razionale.La coalizione del “Sì” anti-nucleare è già scrittaBasta guardare agli schieramenti politici e culturali per capire cosa accadrebbe. Il fronte ambientalista, la sinistra radicale e i movimenti ecologisti più estremi si compatterebbero immediatamente attorno a una narrazione catastrofista fatta di scorie, rischio atomico e apocalissi ambientale. Una mobilitazione emotiva perfetta per trasformare il referendum in un voto contro il governo, contro il centrodestra e contro qualsiasi grande opera.Il precedente del referendum sulla giustizia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Anche lì il merito dei quesiti sparì quasi subito dal dibattito pubblico, sostituito da slogan ideologici sulla “difesa della Costituzione” e dalla trasformazione del voto in un regolamento di conti politico. Sul nucleare il rischio sarebbe persino maggiore, perché la paura funziona molto meglio della complessità tecnica.Del resto il centrodestra è storicamente favorevole sia al nucleare sia alle infrastrutture strategiche, mentre una parte consistente della sinistra continua a considerare entrambe quasi un nemico culturale. Il referendum diventerebbe inevitabilmente un gigantesco referendum contro il governo di turno più che una discussione seria sulla sicurezza energetica nazionale.Il vero problema è un istituto ormai fuori controlloIl punto forse più scomodo da dire, ma anche il più evidente, è che questo tipo di referendum mostra tutti i limiti di un istituto che pretende di trasformare qualsiasi questione specialistica in una gara di propaganda di massa. Il diritto di voto esiste già nelle elezioni politiche, dove i cittadini scelgono rappresentanti chiamati anche a prendere decisioni complesse. Pretendere invece che milioni di persone senza alcuna competenza tecnica decidano direttamente su reattori, sicurezza energetica, filiere industriali e gestione delle scorie significa semplicemente consegnare il dibattito a chi urla di più.Nel frattempo il governo va avanti. Il disegno di legge presentato nell’ottobre 2025 punta a conferire all’esecutivo una delega per disciplinare la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare sostenibile, la gestione del combustibile, il riprocessamento, lo smantellamento degli impianti e persino la ricerca sulla fusione nucleare.Parallelamente è nata anche Nuclitalia, la società creata da Leonardo, Ansaldo Energia ed Enel per selezionare le tecnologie più adatte a un eventuale programma nucleare italiano. Il presidente Ferruccio Resta ha spiegato che «tutta la parte di scouting delle tecnologie a livello internazionale è ormai chiusa» e che l’analisi dei dati è già in corso.La vera domanda, quindi, non è più se l’Italia tornerà prima o poi al nucleare. La domanda è se il Paese riuscirà a evitare l’ennesima paralisi provocata da campagne emotive costruite sulla paura e sull’ignoranza tecnica elevate a strumento politico.Enrico Foscarini, 25 maggio 2026L'articolo Nucleare, il vero rischio è il referendum proviene da Nicolaporro.it.