Li si potrebbero chiamare i volenterosi contro la Cina, da affiancare a quelli ben più famosi che spalleggiano l’Ucraina, sposandone la causa. Ma alla fine, sempre di guerra si tratta, anche se al posto dei cannoni e dei fucili, ci sono le auto, i pannelli solari, il silicio, l’acciaio e i microchip. La Cina avanza in Europa, nonostante i primi vagiti di reazione da parte del Vecchio continente, prossimo a realizzare la prima vera gabbia a protezione dalla concorrenza del Dragone, le cui aziende producono di più e vendono a meno.Spagna, Francia, Italia e Paesi Bassi, insieme alla Lituania, hanno in questo senso chiesto a Bruxelles misure commerciali più dure per difendere l’industria europea dall’aumento delle pratiche commerciali sleali e dall’eccesso di capacità produttiva che alimenta le esportazioni, in particolare dalla Cina. I cinque governi avrebbero fatto circolare un documento congiunto in vista di una riunione chiave della Commissione europea, forse già questa settimana, sulla politica commerciale verso Pechino. Nel testo, pur senza citare direttamente la Cina, si afferma che alcuni dei principali partner commerciali dell’Ue stanno imponendo nuove barriere o contribuendo a una sovraccapacità industriale sistemica e strutturale, con un impatto diretto sull’industria europea, che avrebbe perso un milione di posti di lavoro tra il 2019 e il 2025.La vicenda è nota. Il doping dei sussidi ha creato un’economia apparentemente invincibile, con linee produttive che viaggiano al doppio della velocità europea e in grado di piazzare sul mercato prodotti dal prezzo sotto l’asticella del mercato. Tutto questo, almeno per l’Europa, è attualmente insostenibile. Per questo il documento propone di rendere più rapida e semplice l’imposizione di dazi più elevati sulle importazioni e di rafforzare la lotta contro l’elusione, anche quando le imprese aggirano le misure passando da Paesi terzi o stabilendosi all’interno dell’Ue.I cinque Paesi chiedono inoltre alla Commissione di valutare dazi aggiuntivi non solo su prodotti e Paesi, ma anche su singole aziende, e di aumentare il personale incaricato di gestire l’arretrato dei reclami presentati dall’industria. Il documento sollecita un uso più ampio dello strumento delle salvaguardie, attivabile rapidamente in caso di forte aumento delle importazioni, e propone un nuovo strumento di resilienza da applicare quando le fonti di approvvigionamento europee risultano concentrate oltre una determinata soglia, con possibili quote o dazi aggiuntivi.L’iniziativa segnala un cambio di clima nell’Ue, finora divisa tra linea dura e approccio più conciliante verso Pechino, mentre il deficit commerciale europeo con la Cina ha raggiunto 360 miliardi di euro nel 2025. Insomma, non c’è scelta. Lo dicono i numeri. Gli investimenti diretti esteri cinesi in Europa sono hanno raggiunto il livello più alto dal 2018. Nel 2025, crescendo del 67%, arrivando a 16,8 miliardi di euro. E nel complesso, nel 2025, l’Europa ha rappresentato quasi un quarto degli investimenti diretti cinesi globali, rispetto al 17% del 2024.