Nei miei precedenti articoli sul Corriere della Sera, mi sono soffermato spesso sul tema della scuola, in molti casi con riferimento alla primaria. Da essa, in effetti, ma ancor prima dalla famiglia, in merito alla inclusione, inizia tutto, ovvero ogni potenziale apertura dei bambini nei confronti dei coetanei con disabilità. Se i docenti, infatti, nonché i genitori, non limitano, in vario modo (ad esempio ponendo in essere arbitrarie separazioni), la naturale cooperazione che i più piccoli stabiliscono tra loro, c’è speranza che le cose possano procedere nella giusta direzione. L’attuale contesto sociale risulta, tuttavia, assai poco comunitario, per cui esso crea, a scuola come in famiglia, ostacoli al libero dispiegamento di una relazionalità inclusiva.Modificare le strutture portanti di una società, anche solo a livello di senso comune, non è affatto semplice. Ciò nonostante, la cultura può fare molto. Se si diffonde infatti, tra le persone, la consapevolezza che, all’interno di relazioni solidali, tutti stanno meglio – poiché, appunto, tali modalità si conformano alla natura umana, la quale preferisce vivere nell’armonia anziché nel conflitto –, ciascuno sarà portato a favorire rapporti amicali nei vari ambiti della propria vita, in tutti gli ruoli che può trovarsi ad occupare: docente, genitore, volontario, e così via.Uno dei luoghi in cui vi è maggiore necessità di una socializzazione accogliente, ovvero di normalità comunitaria, è, come detto, la scuola. I bambini, soprattutto quelli caratterizzati da maggiori difficoltà, hanno in effetti bisogno di un contesto che sia, almeno per alcuni aspetti, un prolungamento della famiglia, in cui, pur con differenti funzioni, possano partecipare su base di uguaglianza alle attività del gruppo, ponendo in tal modo in atto tutte le proprie potenzialità. Il ruolo educativo dei docenti è in merito essenziale. Ciò nonostante, ancora maggiore rilievo, sia per l’anteriorità della loro opera, sia per la rilevanza dei primi anni di vita del bambino, riveste il ruolo dei genitori. L’ambiente sociale complessivo può infatti non essere comunitario, ma talvolta, in piccoli contesti, si possono comunque formare situazioni inclusive in grado di far vivere bene ogni persona. L’inclusione, del resto, come le altre tematiche sociali, non è questione da “tutto o niente”, ma di realizzazione graduale. Dalle famiglie, in ogni caso, dipende il primo orientamento etico dei figli, anche con riferimento ai compagni da frequentare. I comportamenti presi a modello, infatti, quali sono in primo luogo quelli dei genitori, se gravati da pregiudizi, possono produrre nel tempo esclusioni che poi difficilmente vengono ricomposte, consentendo solo di rado, alle giovani vite che vengono emarginate, una futura integrazione sociale.Chi conosce famiglie con figli disabili sa che, tra le maggiori fonti di sofferenza, non vi è soltanto la riduzione delle potenzialità di vita dovuta al deficit, quanto l’esclusione spesso praticata dai coetanei. Essa non si manifesta ancora apertamente, di solito, alla scuola primaria, quando i genitori sono responsabili delle decisioni di socializzazione dei figli, come accade ad esempio per gli inviti alle festine di compleanno, nelle quali è ritenuto riprovevole – i social oggi documentano tutto – effettuare scelte escludenti. Nel momento, invece, in cui i ragazzi crescono, ovvero in particolare alla scuola secondaria, le remore di molti genitori svaniscono, sicché quelle esclusioni vengono effettivamente praticate, dietro il pretesto che le scelte ormai spettano ai loro figli divenuti grandi. Peccato, però, che dietro quelle scelte vi siano spesso i pregiudizi trasmessi dalle famiglie, che creano frequentemente, nei confronti delle giovani persone disabili – per citare il titolo di un bel libro di Gianfranco Vitale –, “il silenzio intorno”. Questi ragazzi diventano infatti, sovente, invisibili agli altri, e tali, per molti genitori, devono rimanere. In una società in cui conta chi vince, ossia chi ha successo, è bene in effetti, secondo queste persone, che i propri figli non frequentino chi, per condizione psicofisica, ha molte probabilità di diventare un “perdente”.Il lettore penserà forse che io stia esagerando. Chi, tuttavia, ha dimestichezza con la disabilità, sa che le situazioni di esclusione, soprattutto durante l’adolescenza, sono molto diffuse. Questi ragazzi iniziano infatti ad essere socialmente “disabilitati”, mediante l’emarginazione, proprio in età scolare, per poi proseguire, nella medesima direzione, in età lavorativa. Per rimanere, comunque, alla scuola, l’esperienza riportata da molti nostri studenti e studentesse in Università che già operano, in vari ruoli, nella stessa, è quella per cui i ragazzi che accettano di stare in banco con compagni disabili sono sempre meno; che coloro che li invitano a casa, o ad uscire insieme, risultano rari; che aumentano addirittura i coetanei che nemmeno li salutano, come se quel gesto comportasse già una qualche commistione del proprio presunto status di “vincenti” con la condizione di “inferiorità” nella quale ancora oggi, purtroppo, sono collocate le persone disabili.Quanto argomentato mostra che le famiglie, se dotate di adeguata cultura educativa, hanno davvero la possibilità – insegnando ai propri figli che tutte le persone sono dotate di arricchenti contenuti umani –, di rendere il contesto sociale maggiormente inclusivo, nonostante il mondo, oggi, non lo sia affatto. I bambini, come detto, apprendono molto dai genitori, soprattutto attraverso l’esempio. Un modello negativo, ossia di mancata inclusione, può in effetti produrre pregiudizi, i quali portano, a loro volta, ad una ulteriore chiusura nei confronti di una parte dell’umanità. Ciò conduce nel tempo ad un impoverimento del proprio essere, nonché ad una crescente incapacità di relazionarsi con chi è atipico. Questa limitazione, tuttavia, non risulta mai fruttuosa, come non lo è per nessun ente la difficoltà nel rapportarsi ad una parte di realtà. I genitori che trasmettono lo stigma nei confronti delle persone disabili contribuiscono, dunque, a far introiettare, ai propri figli, una abitudine alla chiusura opposta a quanto invece richiesto dalla natura umana, la quale si arricchisce, appunto, mediante l’apertura comunitaria. Chi agisce contro natura agisce però contro il proprio bene, per cui un genitore escludente indirizza il proprio figlio, nel tempo, su una strada non buona, dunque non compiutamente felice. Questo, allora, il maggiore consiglio che la filosofia può dare ai genitori: chi desidera che i propri figli vivano bene, li educhi da subito a costruire contesti inclusivi.luca.grecchi@unimib.it