Venezia insegna che il civismo vince sui partiti. La versione di Nicodemo

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Le amministrative raccontano sempre più i territori che i partiti. E se è vero che il centrodestra rivendica la tenuta nei capoluoghi e il centrosinistra prova a leggere nei ballottaggi un possibile cambio di clima politico, la sensazione è che il voto locale continui a sfuggire alle categorie della politica nazionale. È il tempo delle coalizioni civiche, dei candidati riconoscibili, delle reti territoriali. Un fenomeno trasversale, che va da Nord a Sud e che rende difficile tracciare una linea politica univoca. Nel piccolo turno elettorale che ha coinvolto meno di centocinquanta comuni sopra i 15mila abitanti, alcune città – Venezia su tutte, insieme a Reggio Calabria – sono diventate inevitabilmente il terreno simbolico dello scontro nazionale. Ma secondo Francesco Nicodemo, spin doctor ed esperto di comunicazione politica, leggere queste amministrative come un test sul governo o sull’opposizione rischia di essere fuorviante. Anche perché, osserva, manca quel vento politico nazionale che in passato aveva orientato il voto locale, come accadde nel 2016 con l’ondata anti-renziana.Nicodemo, da dove bisogna partire per leggere questo turno di amministrative?Dal dato più semplice e forse più sottovalutato: è stato un turno molto piccolo. Sopra i 15mila abitanti erano meno di centocinquanta i comuni al voto e non parliamo di milioni di elettori coinvolti. Per questo motivo bisogna stare molto attenti a non sovraccaricare politicamente il risultato. Sono elezioni profondamente locali, dove vengono premiati i candidati percepiti come più credibili dagli elettori, spesso al di là degli schieramenti tradizionali.E infatti il dato delle liste civiche sembra emergere con forza.Sì, ed è probabilmente l’elemento più interessante. Il numero di candidati civici arrivati al ballottaggio è aumentato sensibilmente. Le coalizioni civiche sono competitive rispetto ai partiti e in molti casi riescono addirittura a essere più forti dei candidati espressione diretta delle segreterie nazionali. A Venezia, per esempio, la lista di Venturini è stata determinante. Ma il fenomeno vale un po’ ovunque, dal Nord al Sud.È un fenomeno destinato a consolidarsi anche sul piano nazionale?Questo è il punto vero. Il civismo oggi funziona molto bene nelle amministrative perché nasce attorno a dinamiche territoriali precise, a reti locali consolidate, a figure riconoscibili. Però non sappiamo ancora se possa trasformarsi in una struttura politica capace di incidere alle politiche. Finora i tentativi fatti non hanno dato grandi risultati. Alle comunali il civismo è un valore aggiunto molto forte, ma fa fatica a uscire dalla dimensione locale.Si può comunque individuare una tendenza politica generale?È difficile tracciare una regola unica. Ci sono però alcuni segnali interessanti. In Toscana, per esempio, il trend che negli ultimi anni aveva premiato il centrodestra sembra cambiare. Alcuni bacini storici del centrosinistra stanno tornando tali. Ma non parlerei ancora di inversione strutturale. Manca un vento nazionale chiaro.Eppure Venezia è diventata immediatamente terreno di scontro politico nazionale.Dal punto di vista della comunicazione politica è comprensibile. A sinistra probabilmente si è puntato un po’ troppo su Venezia, trasformandola quasi in un simbolo. Dall’altra parte Meloni ha scelto una linea molto prudente all’inizio ma sbilanciata post-voto: non si è vista in campagna elettorale e poi è intervenuta con un post e poi rispondendo a un tweet. È una strategia legittima, naturalmente, così come lo sarebbe stata a parti invertite.Lei però parla anche di “paura” da parte della premier. Perché?Sì, perché se sei davvero tranquillo politicamente forse non senti neppure il bisogno di intervenire così tanto nella gestione mediatica del risultato. La politica nazionale oggi si muove molto sulle questioni comunicative e simboliche. Venezia è stata usata da tutti come una bandierina politica, ma poi andando a vedere il dato reale – ribadisco – non credo si possa tracciare una linea netta sulla politica nazionale.Perché manca un clima politico definito come accadde in passato?Esattamente. Nel 2016 era evidente che esistesse un’onda anti-renziana. Lo si percepiva chiaramente e infatti il Pd perse città simboliche come Roma con Virginia Raggi, Napoli con De Magistris e Torino con Chiara Appendino. Lì c’era un trend politico nazionale che attraversava le amministrative. Oggi questo vento non si vede. E senza quel clima generale, le elezioni locali tornano a essere soprattutto elezioni sui territori, sui candidati e sulle coalizioni civiche.