«Ci sarà tempo e modo davanti al Gup, se ci si arriva. Crediamo che le nostre consulenze siano schiaccianti rispetto alla necessità di una sua spiegazione, soprattutto quella relativa alle scarpe, ma non solo quella a onor del vero. Quindi cosa dovrebbe mai spiegare una persona che non c’entra nulla con l’omicidio? Non ha mai visto i video, non era sulla scena del fatto, ha sentito le contestazioni che gli sono state rivolte. Bene, prende atto, punto e a capo». Esordisce così, l’avvocato Liborio Cataliotti, che a Open spiega la scelta di non sottoporre il proprio assistito a un colloquio con gli inquirenti. Insieme alla collega Angela Taccia, il legale assiste il 38enne Andrea Sempio, nei cui confronti la Procura di Pavia ha recentemente chiuso le indagini per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007. La strategia della difesa è cristallina: nessun interrogatorio davanti ai pubblici ministeri Stefano Civardi, Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, bensì una trincerazione totale dietro la solidità dei dati scientifici e delle consulenze tecniche depositate in queste ore.La scarpa e l’impronta dell’assassinoTra gli aspetti più importanti della contromossa difensiva c’è l’incompatibilità fisica tra Sempio e le tracce lasciate dall’assassino nella villetta di via Pascoli, in particolare l’impronta di una scarpa Frau con suola a pallini. Secondo i rilievi, la scarpa del killer conterrebbe un piede largo al massimo 9,5 centimetri. Quello di Sempio, misurato in 3D dalla stessa Procura, si attesta invece tra gli 11,5 e i 12 centimetri. Un dato insuperabile, secondo Cataliotti, che a Open ribadisce: «Rispondiamo con delle consulenze che dimostrano che la sua pubblica professione d’innocenza è fondata su dati tecnici che la rendono veridica. Perché lei crederebbe che se lui rendesse deposizioni, i pubblici ministeri gli crederebbero? O ritiene che possa essere più probante una perizia che dimostri che il piede di Sempio non può essere contenuto dalla scarpa che ha lasciato le impronte, cioè la scarpa dell’assassino?»Il legale rimarca l’evidenza geometrica che scagionerebbe il 38enne: «Come fa il piede di Sempio, che è di 12 centimetri, a entrare in una scarpa larga 9,5 centimetri al massimo? Questo secondo i rilievi della procura. Rilievi fatti con la fotografia in 3D in nostra presenza». Anche i tanto discussi soliloqui captati dalle intercettazioni ambientali nell’aprile 2025 non avrebbero, per la difesa, alcuna valenza indiziaria. Sempio, consapevole di essere ascoltato («Qui ci ascoltano, cioè siamo intercettati», diceva a un’amica), non avrebbe fatto altro che riprodurre e scimmiottare i dialoghi virtuali che da anni rimbalzano ossessivamente sui social e sui forum dedicati al caso di Garlasco.«Follia assegnare l’impronta 33 a Sempio sulla base di riproduzioni iconografiche»Un altro pilastro del nuovo impianto accusatorio è rappresentato dalla cosiddetta traccia palmare 33, individuata sul muro della scala che portava alla taverna. Una prova che la difesa contesta duramente, mettendone in luce le contraddizioni interne alle stesse relazioni della Procura: «Dell’impronta 33 vengono riprodotte, nella relazione dell’ingegner Taddia per conto della Procura e nella relazione della BPA di Cagliari per conto della Procura, due ipotetiche immagini dell’assassino che avrebbe rilasciato quell’impronta, completamente diverse l’una rispetto all’altra. E, a onor del vero, entrambe sbagliate, perché come rileva Taddia, rispetto al piano del calpestio zero l’impronta è a un’altezza di 103 centimetri. Quindi di cosa parliamo?»Cataliotti scava poi nella storia del reperto, ricordando le valutazioni originarie degli investigatori: «L’impronta 33 venne rilevata dai RIS nel 2007, dal reparto che era comandato dall’allora Capitano Mattei. Dalla sua deposizione, in cui dice che faceva senso, si pretende di ricavare che fosse dell’assassino, che fosse sbagliato il materiale biologico e poi con una bellissima consulenza dattiloscopica che sia di Sempio. Allora io vi dico che per prima cosa fu Mattei a dire che era irrilevante rispetto alla dinamica dell’omicidio, poi venne sottoposta a tutti i test, ma non su fotografia, sul grattato di muro. Risultato? Negativo, non rivelò la presenza di sangue. I RIS la ritennero non attribuibile sulla base di un esame fatto sulla vera impronta, mentre oggi si ha la pretesa, con gli stessi strumenti e utilizzando una metodologia che è adottata in altri paesi, la metodologia cosiddetta qualitativa, si pretende di assegnarla a Sempio a partire da riproduzioni iconografiche diverse l’una dall’altra e sbagliate».«La perizia sul Dna vale zero»Altrettanto perentorio è il giudizio della difesa sulle nuove analisi relative al materiale biologico repertato sulle unghie di Chiara Poggi: «La perizia sul Dna sulle dita di Chiara Poggi vale zero. Basta leggere le conclusioni della dottoressa Albani. Di più: la rivista più accreditata in materia genetica al mondo, nel numero del mese scorso, ha pubblicato un articolo a più firme, che spiega perché un aplotipo misto non possa consentire un approccio metodologico di tipo biostatistico. Ed è quello che noi abbiamo sempre detto».Il mistero del videoL’inchiesta ha cercato di puntellare l’accusa anche attraverso dinamiche comportamentali, come la presunta sparizione di una chiavetta USB contenente un video intimo di Alberto Stasi e Chiara Poggi, all’epoca fidanzati, di oltre 50 minuti che, secondo la procura, potrebbe essere alla base del movente. Una ricostruzione che il penalista bolla come del tutto irrealistica per l’epoca dei fatti: «Dopodiché abbiamo delle congetture: che sia sparita una chiavetta su cui ci sarebbe stato un video, peraltro sparita a distanza di settimane dal fatto, e della cui sparizione nessuno avrebbe mai detto nulla, non l’ha detto Chiara, non l’ha detto Stasi, però deve essere necessariamente sparita. Perché quel video deve essere stato per forza in possesso del mio assistito, che è impossibile, perché è stato negato da un testimone che è Marco Poggi. Si ribatte: può essere stato scaricato, ma i video in questione duravano più di 50 minuti, non sono riusciti neanche a trasmetterselo Alberto Stasi e Chiara Poggi. E scaricarlo richiedeva ore, anche frazionandolo in tre parti, come è avvenuto per uno dei due video. Quindi di cosa parliamo? Cioè bisogna pensare che Sempio sia rimasto per ore da solo a scaricare il video. Sono tesi congetturali che sono incredibili».Marco Poggi ritenuto «teste ostile»Il riferimento a Marco Poggi, fratello della vittima ed ex compagno di scuola dell’indagato, offre a Cataliotti lo spunto per criticare duramente la metodologia d’indagine applicata alle testimonianze: «Si tratta di suggestioni non provate, anzi addirittura smentite dai testimoni. Ma quando un testimone smentisce viene ritenuto “ostile”, perché non avvalora la tesi accusatoria. Marco Poggi, la cui sorella è stata ammazzata, è classificato come teste ostile perché rende una deposizione non conforme alla tesi accusatoria. Non è che magari il testimone è una prova ben più di quanto non lo sia una suggestione?»La mossa sulla perizia psicologicaTra la mole di documenti depositati dai legali salta all’occhio un’assenza: non è stata consegnata la consulenza sulla personalità dell’indagato. Non si tratta di una dimenticanza, ma di una precisa scelta di tattica processuale mirata a depotenziare la perizia personologica che la Procura ha affidato al Racis dei Carabinieri. «Come mai abbiamo deciso di non depositare la consulenza personologica? Perché per noi non è utilizzabile processualmente l’altra, quindi prima vogliamo rendere inutilizzabile quella depositata dal Racis. Perché, secondo l’articolo 220 del codice di procedura penale, se non viene rilevata una patologia, e non viene rilevata, il profilo personologico della persona non può essere utilizzato a fine di giudizio. Riteniamo che depositarne una speculare e contraria nostra possa avvalorare invece l’utilizzabilità dell’altra. È un po’ come quando c’è un vizio di notifica in un decreto di citazione, la comparizione della parte citata si rischia che vada a sanarlo. È un atteggiamento processuale contraddittorio».I difensori preferiscono quindi attendere le determinazioni del Giudice dell’udienza preliminare prima di scoprire quella specifica carta: «Quindi noi abbiamo detto: prima vediamo se è utilizzabile. Se è utilizzabile già quella del Racis, al fine meramente di una valutazione nella prospettiva del rinvio a giudizio, allora possiamo produrre la nostra. La nostra è fondata su somministrazione di test individuali alla persona che ha accettato farla. Non è discutibile che sia utilizzabile. L’altra invece è discutibile».«Mi aspetto un processo normale, celebrato da giudici terzi ed estranei»Infine, alla nostra domanda su cosa si aspetta che succeda, Cataliotti risponde con quello che sembra più un auspicio che un pronostico: «Ci aspettiamo un processo normale. Un processo non celebrato dai podcaster o dagli youtuber, non celebrato dagli utenti, ma valutato dai giudici, da giudici terzi, che dovrebbero essere estranei, e saranno estranei, a tutto questo dibattito. Dopodiché vedremo se queste prove, questa super consulenza del Racis, le consulenze della stessa procura, vedremo che valore probatorio avranno. Noi non vediamo l’ora che ci sia un giudice terzo che valuti la loro fondatezza. Perché queste consulenze avversarie, che promanano dai RIS e dagli ingegneri di controparte, brillano per la loro illogicità».L'articolo Garlasco, l’avvocato di Sempio a Open: «La perizia sul Dna vale zero. Ecco perché Andrea non parlerà con i pm prima di un rinvio a giudizio» proviene da Open.