Magnifica Humanitas rifiuta sia il populismo sia l’autocrazia. Parla Melloni

Wait 5 sec.

La prima enciclica di papa Leone XIV “è una potente indicazione sullo ‘stato democratico’, nella sua completezza: non democrazia senza Stato come piace ai populisti, non Stato senza democrazia come piace agli autocrati”. Lo sostiene Alberto Melloni, accademico dei Lincei, professore ordinario di Storia del cristianesimo all’Università di Modena e Reggio Emilia e grande esperto di Concilio Vaticano II, in una conversazione con Formiche.net. Magnifica Humanitas, aggiunge, “indica come metro delle democrazie e degli Stati ‘la verità’, di cui la chiesa non rivendica il ‘possesso’ perché ‘la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere'”.Professore, qual è l’elemento più originale e inatteso di questa enciclica?Non mi sovviene nessuna enciclica contemporanea – a parte quella “cofirmata” da Bergoglio e Ratzinger – che avesse come indice un atto del predecessore che diventa atto programmatico del successore. Magnifica Humanitas sviluppa i punti che papa Francesco aveva toccato nel messaggio per la giornata della pace del 2024 e al quale è forse possibile che l’allora cardinale Prevost abbia collaborato, come certamente vi lavorarono il cardinale Michael Czerny e padre Paolo Benanti, il teologo francescano al quale il prestigio meritato in sede Onu, nel governo Meloni, nell’Università Luiss, ha dato l’autorevolezza del precursore. Il che introduce un altro aspetto singolare, che ricorda la famosa pipa di Magritte.In che senso?Magnifica Humanitas è un’enciclica programmaticamente non programmatica. Non fissa l’agenda del pontificato come fecero Pio XII o Paolo VI. Non disegna l’architrave teologico a cui il nuovo papa si ispira come fecero Wojtyła o Bergoglio (che però preferì l’esortazione apostolica). Rivendica il diritto e il dovere della Chiesa di accogliere nella fede le sfide del tempo e della storia.Come?È come se il primo papa ordinato prete dopo la morte dei papi del concilio riscrivesse la sua fedeltà al Vaticano II con l’incipit di Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Uno schiaffo discreto ma sonoro a chi rimproverava a Francesco di non parlare della vita eterna e di dedicare troppo tempo ai poveri, di cui Lui disse “l’avete fatto a me”.C’è un paradigma politico che si può rintracciare nell’enciclica di Leone?Sì, ed è un altro tratto originale. Secondo la “dottrina sociale” che Leone XIV vuole affermare, a frenare le minacce alla dignità umana sono il potere “pubblico”, l’intervento “pubblico”, il controllo “pubblico”, il sostegno “pubblico” all’educazione “pubblica”. All’anticristo dell’apprendista teologo Peter Thiel, il papa di Roma oppone (come katechon?) la lunga eredità del Kathedersozialismus di Adolph Wagner (economista chiave del cattolicesimo tedesco di fine Ottocento, venato di antisemitismo), la lezione di John M. Keynes, e poi quello che sarà l’Ordoliberalismus tedesco e la Civitas humana di Wilhelm Röpke nel secondo dopoguerra. È una potente indicazione sullo “stato democratico”, nella sua completezza: non democrazia senza Stato come piace ai populisti, non Stato senza democrazia come piace agli autocrati. E indica come metro delle democrazie e degli Stati “la verità”, di cui la chiesa non rivendica il “possesso” perché “la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere”.Quale può essere il lascito di questa enciclica, in un mondo che evolve sempre più rapidamente?Dopo Giovanni Paolo II le enciclice hanno avuto vita breve: tendono a cancellarsi l’una con l’altra e a durare lo spazio di un titolo. Magnifica Humanitas invece può restare se incoraggerà uomini e donne, cristiani e non, agnostici e credenti, a uscire da “entusiasmi ingenui” che alimentano “paure sterili”: Leone XIV non aderisce alla faciloneria di “un mondo è possibile”, ma chiede che lo si costruisca, pur non avendo ricette da fornire. Non si limita a strepitare sul mercato, ma domanda di prendere atto che il “capitalismo storico” è diventato preistorico rispetto al sistema che concentra denaro e potere manipolando istituzioni e leggi. Non invoca sentimenti, ma pensiero. Pensiero che – basta guardare le note dell’enciclica piene di riferimenti autoreferenziali a una “Dottrina” e a un “Magistero” sulla cui maiuscolatura si può sorridere con Congar e Chenu – domanda per il futuro un impegno che oggi non c’è. Il che è un atto programmatico. Tanto quanto la pipa di Magritte è una pipa.