Trump e Xi cercano stabilità strategica, Taiwan resta la linea rossa

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Mentre la visita di Donald Trump a Pechino ha riaperto il dibattito su un possibile “G2” tra Stati Uniti e Cina, la successiva presenza di Vladimir Putin nella capitale cinese ha confermato la complessità del nuovo equilibrio internazionale.In questo quadro il ruolo di Washington sfugge ad apodittiche banalizzazioni meritando un approfondimento, specie per le ricadute regionali e globali delle sue posizioni su Teheran e Pechino. Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Gabriele Checchia, presidente del comitato strategico del Comitato Atlantico Italiano, direttore per le relazioni internazionali della Fondazione Farefuturo, e già ambasciatore italiano in Libano, presso la Nato e presso l’Ocse a Parigi.Due cipressi intrecciatiFRANCESCO SUBIACO: Ambasciatore, come commenta l’esito della visita di Trump a Pechino e l’incontro con Xi Jinping?GABRIELE CHECCHIA: È stata una visita importante e, direi, positiva. Non tanto per i contenuti, che ancora non conosciamo nella loro interezza, ma per il simbolismo che l’ha accompagnata. Xi Jinping ha voluto portare Trump nel complesso di Zhongnanhai, cuore del potere cinese e sede del Partito Comunista. Lì gli ha mostrato i due cipressi intrecciati: alberi con radici diverse, ma con rami che crescono insieme. È un’immagine significativa che vuole dire: i nostri due paesi possono avere sistemi diversi, ma è meglio essere partner che avversari.FS: Quindi vede una volontà reale di dialogo?GC: Sì. Colgo una volontà reciproca di stabilire una cornice di dialogo di medio-lungo periodo, capace di gestire le divergenze senza arrivare allo scontro. Questo mi pare il dato più importante. Anche l’invito di Trump a Xi a recarsi negli Stati Uniti conferma questa volontà di mantenere aperto un canale politico di alto livello.FS: Alcuni hanno interpretato la visita come un riconoscimento americano della primazia cinese.GC: Non esagererei. La visita riconosce certamente il ruolo che la Repubblica Popolare Cinese si è ritagliata negli equilibri mondiali. Ma non bisogna dimenticare che la Cina ha un forte bisogno degli Stati Uniti: per il proprio export, per assorbire la propria sovracapacità produttiva, per mantenere accesso a tecnologie avanzate.Il manifatturiero cinese resta potente, anche se fondato su dumping sociale e ambientale. Quindi non parlerei di resa americana. Anzi. Assistiamo piuttosto ad un riconoscimento reciproco degli interessi, dal food all’automotive passando per l’innovazione, in un quadro di concessioni e convergenze comuni.FS: Siamo davanti a un nuovo “G2” tra Stati Uniti e Cina?GC: In parte sì. Stati Uniti e Cina sono oggi le due potenze più in grado di incidere sugli equilibri mondiali. La Russia resta rilevante, ma è condizionata dalla scellerata aggressione all’Ucraina. Detto questo, non vedo un G2 stabilizzato. Vedo due giganti che cercano una stabilità strategica. La Cina vuole evitare lo scontro diretto. Gli Stati Uniti vogliono difendere i propri interessi tecnologici, economici e militari.Taiwan linea rossaFS: Taiwan resta il nodo principale?GC: Sì. Taiwan è il grande convitato di pietra. Per Pechino la linea rossa è l’indipendenza formale dell’isola. Per Washington lo è, viceversa, un’azione militare cinese per prenderne il controllo con la forza. Trump non mi pare abbia abbandonato la posizione americana consolidata dal 1979. Continua pertanto l’ambiguità strategica americana sul tema, che a mio avviso resta una politica saggia.FS: Quindi non vede un abbandono di Taiwan?GC: No tutt’altro. Gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere Taipei. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company produce una quota decisiva dei chip più avanzati al mondo. Chi controlla quelle tecnologie ha un vantaggio strategico enorme, non solo economico, ma anche militare. Nella questione taiwanese si intersecano inoltre i nodi quali Intelligenza Artificiale, difesa, semiconduttori e competizione tecnologica globale che rendono tale scenario più cruciale che mai. E l’attuale amministrazione dimostra di saperlo benissimo.Putin a PechinoFS: Pochi giorni dopo Trump, anche Putin è stato a Pechino. Che segnale ha voluto dare Xi?GC: La Cina ha voluto far capire che il rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti non comporta l’abbandono dell’intesa strategica con Mosca. Pechino prova a tenere vivi entrambi i tavoli: quello con Washington e quello con Putin. Se non è un G3, potremmo definirlo un G2 e mezzo. La Cina continua a sostenere, in varie forme, sia Mosca sia Teheran, e allo stesso tempo cerca stabilità nei rapporti con gli Stati Uniti.FS: Si tratta di una posizione di ambiguità strategica?GC: Esattamente. Si mandano consapevolmente segnali apparentemente contraddittori per conservare libertà di manovra. Xi sa che la Cina non è ancora abbastanza forte per uno scontro diretto con gli Stati Uniti, e speriamo che quello scontro non avvenga mai.Ma sa anche che Pechino deve continuare la sua azione di penetrazione nel Sud globale in Africa, America Latina, e nella stessa Asia. È una strategia di accerchiamento politico ed economico dalle periferie, che ricorda, traslata sul piano geopolitico, alcune tecniche già sperimentate nella storia cinese da Mao nella sua azione di conquista interna del potere.FS: Come interpreta le dichiarazioni di Putin e Xi contro l’unilateralismo occidentale?GC: Sono dichiarazioni in gran parte retoriche e propagandistiche. Parlano alla platea del Sud globale, dove Cina e Russia si presentano come baluardi contro l’imperialismo americano. Ma non bisogna dimenticare che parliamo di due regimi dittatoriali con ambizioni imperiali. Quando Putin richiama la necessità di superare la legge della giungla, è facile ricordare che la legge della giungla l’ha applicata proprio la Russia con l’aggressione all’Ucraina. Iran e Medio OrienteFS: Passiamo all’Iran. Come vede lo scenario mediorientale?GC: È uno scenario interrogativo. Trump sta valutando le opzioni. Certamente non vuole che l’Iran si doti dell’arma nucleare. Trovo però incoraggiante che abbia deciso di sospendere gli attacchi che sembravano imminenti, apparentemente anche su sollecitazione delle monarchie del Golfo. Se così fosse, sarebbe un gesto di responsabilità.FS: Possono avere inciso gli esiti dell’incontro con Xi?GC: Non ho certezze, ma è possibile. Mi chiedo se Trump non abbia ricevuto segnali da Pechino, durante o subito dopo la visita. La Cina ha tutto l’interesse a evitare un’ulteriore destabilizzazione del Golfo, anche perché dipende in misura rilevante da petrolio e gas iraniani. Quindi la sospensione degli attacchi va letta positivamente, pur sapendo che l’opzione militare resta sul tavolo. Non a caso il segretario alla guerra Hegseth ha fatto capire che la decisione di tornare al confronto militare può essere presa in qualsiasi momento.FS: Come valuta questa situazione?GC: È una fase delicatissima. Le opzioni diplomatiche devono restare aperte, ma nessuno può ignorare la complessità del dossier nucleare iraniano e il ruolo dell’Iran nella destabilizzazione regionale. La pressione militare rimane pertanto estremamente concreta.Cuba e la dottrina MonroeFS: Negli Stati Uniti si riapre anche il tema cubano dopo l’incriminazione di Raul Castro. Come vede il futuro del regime?GC: È molto difficile prevederlo. Ma penso che l’amministrazione Trump non intenda lasciare Cuba così com’è. Se un cambiamento potesse avvenire senza perdita di vite umane, sarebbe naturalmente la soluzione migliore. Non escludo però scenari di forte confronto.FS: In che senso?GC: La dottrina America First è, per certi aspetti, una riedizione della Dottrina Monroe. Nell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti si considerano la potenza titolata a dettare le regole del gioco e questa convinzione è radicata tanto nell’elettorato quanto nell’establishment. Da qui la volontà di regolare i conti con potenze storicamente ostili.Su Cuba manterrei quindi un punto interrogativo. La presenza navale americana vicino all’area cubana richiama una forma moderna di diplomazia delle cannoniere che prospetta diversi scenari: dal regime change ad un accordo tra i due Paesi, fino ad opzioni più eclatanti. Le eventuali componenti moderate del regime cubano, ammesso che esistano, non potranno ignorarlo. Staremo a vedere.L’Italia, Modi e l’Indo-PacificoFS: Pochi giorni fa Modi si è recato a Roma. Che ne pensa?GC: Mi sembra una visita molto importante. Conferma la centralità che il governo italiano, con Giorgia Meloni e il ministro Antonio Tajani, è riuscito a ridare all’Italia nei grandi scenari internazionali. Dopo la scelta sacrosanta dell’uscita dalla Via della Seta, l’Italia può sviluppare un rapporto significativo con Cina (che resta un partner importante su cui però non bisogna abbassare la guardia sui temi strategici e di sicurezza), ma deve averlo anche con l’India, che è una grande democrazia e una potenza decisiva per la stabilizzazione dell’Indo-Pacifico. Mi sembra ottimo quindi l’impegno del governo Meloni.FS: Quanto conta il corridoio India-Medio Oriente-Europa?GC: Molto. Il corridoio IMEC può aprire nuove prospettive di collegamento tra Asia ed Europa attraverso l’Italia. Può avere riflessi anche sui grandi flussi energetici, con il possibile coinvolgimento di Israele, se la situazione nel Golfo si stabilizzerà e se gli Accordi di Abramo potranno essere completati con un futuro ingresso dell’Arabia Saudita.FS: Che significato attribuisce alla lettera aperta firmata da Modi e Meloni?GC: L’ho trovata significativa. India e Italia sono due democrazie, ciascuna con le proprie specificità. Mi ha colpito anche il riferimento alla necessità che l’Intelligenza Artificiale e gli algoritmi non danneggino l’individuo e la sua dignità. Naturalmente Italia e India possono declinare diversamente il concetto di dignità individuale, perché hanno storie e culture diverse. Ma il fatto che il tema venga posto è importante.Nato e difesa europeaFS: La preoccupa l’annuncio americano sul possibile ritiro di militari dai Paesi europei della Nato?GC: In parte sì. Si parla di circa 5 mila militari. Ma questa scelta rientra in una più ampia redistribuzione degli oneri, richiesta da diversi presidenti americani prima di Trump e che Trump sta portando avanti in modo più operativo.L’Europa sembra finalmente svegliarsi e transitare verso una maggiore responsabilizzazione sulla propria difesa, come sottolineano i moniti pragmatici di Mario Draghi sul tema. Occorre quindi un maggiore impegno per rafforzare un pilastro europeo dell’Alleanza atlantica. L'articolo Trump e Xi cercano stabilità strategica, Taiwan resta la linea rossa proviene da Nicolaporro.it.