L’assemblea degli industriali a Roma, davanti al Presidente della Repubblica, alla premier e a una platea di ministri, ha riproposto il solito rito nazionale: imprese che chiedono aiuto, governi che promettono attenzione, applausi reciproci e nessuna vera assunzione di responsabilità. Da decenni il copione è identico. Cambiano i nomi, non le abitudini. Si invoca competitività, si denunciano costi eccessivi, si accusano i mercati internazionali, ma si evita accuratamente di affrontare la radice del problema: l’Italia continua a perdere terreno soprattutto per colpa propria.La politica scarica sull’Europa responsabilità che appartengono alle classi dirigenti italiane. Bruxelles viene descritta come lenta e burocratica, dimenticando che l’Unione resta incompleta perché gli stessi governi nazionali non hanno mai voluto costruire una vera federazione europea capace di decidere su energia, difesa, industria e finanza. Si pretende rapidità da un’Europa cui vengono negate sovranità e strumenti politici. È l’ipocrisia di un continente che vorrebbe protezione senza integrazione e di un’Italia che preferisce lamentarsi anziché scegliere.Nel frattempo il mondo cambia brutalmente. Gli imperi economici e militari usano energia, materie prime, tecnologia e rotte commerciali come strumenti di dominio. Gli alleati di ieri difendono ormai soltanto i propri interessi strategici. E l’Italia arriva impreparata perché ha consumato anni preziosi tra sprechi pubblici, tasse elevate, burocrazia soffocante, proliferazione di enti inutili e politiche assistenziali costruite più per il consenso elettorale che per la crescita. Abbiamo trascurato scuola, ricerca, infrastrutture ed energia, salvo poi stupirci se la nostra manifattura arretra.I dati confermano il declino. La produzione industriale continua a rallentare, mentre resistono soltanto alcuni comparti come farmaceutica e metallurgia. A sostenere il sistema sono soprattutto i servizi e il turismo internazionale. Oltre la metà delle presenze alberghiere arriva ormai dall’estero e gli stranieri spendono più degli italiani, sempre più in difficoltà. È un segnale evidente: il Paese regge grazie alla propria attrattività globale mentre perde forza produttiva interna.Ma nessuna economia può vivere soltanto di turismo, ristorazione e rendita culturale. Senza industria, innovazione e autonomia energetica si diventa fragili, dipendenti, ricattabili. Per questo il tempo degli alibi è finito. Non servono più assemblee celebrative, slogan sulla competitività o scaricabarile contro Bruxelles. Servono scelte dure, responsabilità e una classe dirigente capace di dire finalmente la verità agli italiani: il declino non nasce fuori dai confini nazionali. È cresciuto dentro le nostre convenienze, le nostre paure e le nostre continue rinunce. Continuare a fingere che basti un nuovo incentivo o un’altra emergenza internazionale per spiegare tutto significa soltanto preparare un declino ancora più profondo. Per tutti.