È un titolo clickbait? In parte lo è, va bene. Ma solo in parte. In realtà, c’è un preciso ragionamento dietro, che corre attraverso fatti, conoscenze, esperienze. E che corre anche attraverso la percezione, anzi, la certezza, che quello che oggi è Sónar non ha troppo da spartire, come spirito, a quella che è stata l’origine del festival catalano. L’ultimo colpo ferale da quando sono entrati progressivamente i fondi a comandare le danze è stato, per l’edizione 2026, praticamente “ammazzare” il Sónar Dia (…inutile indorare la pillola dicendo, festanti, “Ehi, ora è tutto nello stesso posto! Che comodità!”). Se c’era un modo per dire che le cose sono davvero cambiate, questo è in effetti perfetto, efficacissimo.Non che il Sónar sia diventato tout court una merda commerciale, occhio: se scorrete la line up di quest’anno c’è ancora eccome del buono, c’è ancora una cartografia dell’elettronica che può essere assai interessante, c’è addirittura una certa dichiarata voglia di essere vivo, pulsante, di operare cioè un ricambio generazionale vitale per non fare la fine di altri dinosauri dell’eventistica da clubbing nati tra la fine dei ’90 e l’inizio del nuovo millennio. Però, e lo notavamo già l’anno scorso, più che una profonda necessità culturale ed una voglia di esplorare ad opera di una comunità di illuminati/fulminati, questo pare più un posizionamento strategico sul mercato fatto a modo e con un occhio a rendere sostenibile il grande investimento fatto per rilevare il festival. Siamo prevenuti perché siamo affezionati al vecchio, e al vecchio team alla guida? Chissà.Una cosa però di cui siamo sicuri è che la scintilla del Sónar originario, almeno dal punto di vista musicale, la rivediamo in quello che negli anni sta diventando Jazz Is Dead a Torino. Apparentemente sono festival molto diversi, e non solo apparentemente: Jazz Is Dead è sempre stato multiforme e non solo a trazione digitale, come invece sta nel DNA originario del festival catalano. Ma in Jazz Is Dead riconosciamo esattamente quello che c’era nel Sónar storico: una mano curatoriale cazzuta, vogliosa di esplorare, ogni tanto persino di mettersi in relazione con contesti più “normali” e meno sperimentali, e soprattutto consapevole che il suo pubblico sono persone che consumano musica avidamente, non come background disimpegnato o come accessorio da indossare. Esattamente come il Sónar dei tempi migliori, Jazz Is Dead non attira gli hipster e i ragazzi in cerca di sballo garantito, attira i weirdos, o i normcore – però quelli divorati dalla passione approfondita per la musica.(Che line up! Continua sotto)Se all’inizio Jazz Is Dead poteva essere una curiosa entità immaginata e fatta crescere dalla ribollente visione caleidoscopico e sonico-bulimica di Alessandro Gambo, il direttore artistico (uno che guarda caso arriva dal clubbing, ma che ben presto ha saputo e voluto andarci oltre), e se i primi esperimenti di crescita e di collaborazione erano piccoli coriandoli sempre più interessanti ma mai soverchianti, con l’edizione 2026 che si celebra dal 29 al 31 maggio ecco che si provoca un deciso strattone. Un alzare il livello.Cambia la location, ci si sposta in Cascina Falchera, che sulla carta può diventare una curiosa e particolare “repubblica indipendente” segregata dal mondo normale (come lo era il MACBA dei bei tempi, chi c’era lo sa); cambia il format, coi concerti che iniziano fin dal mattino. E che concerti: grazie alla collaborazione col Torino Jazz Festival, giù il cappello, ci sono act come Yazz Ahmed o Dwarf Of East Agouza prima dell’ora di pranzo, quindi davvero non ci sono scuse per non vivere il festival dal mattino fino alla notte inoltrata.Ma è proprio in generale che Jazz Is Dead parla una lingua particolarissima, diversa da quasi tutti gli altri festival che ci sono in giro, esattamente come il Sónar ha fatto per tantissimi anni (e, in parte, vorrebbe fare tuttora). Non è un festival di elettronica, o solo quella. Non è un festival di sole cose sperimentali (ma quelle che ci sono, sono cazzute). Non è un festival jazz. Non è un festival dove non c’è il jazz. Non è un festival indie. Non è un festival dove manca l’indie (…quello vero, quello di Emidio Clementi, non quello che ora si è fatto pop acqua e sapone e ledwall giganti nei palasport). È sfuggente, Jazz Is Dead, ti sfida; e per accettare – e soprattutto capire – la sfida, devi essere che consuma musica per davvero, e non solo si accontenta di seguire i trend, le mode, le playlist, i fenomeni di costume, le dosi di viralità, eccetera eccetera.(La nuova, isolata sede di Jazz Is Dead vista dall’alto; continua sotto)Non c’è un altro festival del genere in Italia. Il che non significa sia il miglior festival in assoluto. Ma altre due eccellenze di quest’anno, citiamo Festivalle che per la decennale ha dato il meglio con un cartellone strepitoso e il sempre da noi amato Jazz:Re:Found, rientrano in qualche modo in un filone già codificato all’estero e per i saputi, in quel ventaglio che va da Gilles Peterson all’elettronica intellettuale con in mezzo la sana voglia di stare bene in posti belli. Sono insomma in qualche modo “riconoscibili” e, badate bene, non è certo un difetto. Lo ripetiamo, sono festival bellissimi, lunga vita a loro, avercene. Jazz Is Dead non è meglio o peggio, è invece quel tipo di festival che anche (e soprattutto…) gli esperti della materia si chiedono: e che minchia è? Dove lo categorizzo? In che filone lo metto? Qui sta la differenza.Tutto questo mantenendo un feroce controllo della qualità da un lato, e senza arroccarsi su rendita di posizione o posizionamento dall’altro. Non c’è infatti un act che non abbia un senso, che non abbia una qualità certificata, che non sia perfettamente coerente all’atipico ed obliquo DNA del festival; e al tempo stesso non ci sono chiusure, il “Jazz” del nome è in effetti perfettamente azzeccato non per i suoni e lo stile ma per il modo attitudinale in cui si muove la direzione artistica: libero, capace di improvvisare, di lavorare sui cambi d’accordo, di passare con naturalezza da Emidio Clementi ad A Guy Called Gerald passando per Matmos, The Heliocentrics, Killmanjaro Darkjazz Ensemble, Bono/Burattini, Moor Mother, Alessandro Cortini. Sarà forse che è un festival dove mettono poco le mani come direzione “suggerita” le proposte delle agenzie, grandi o piccole che siano, e sgorga invece più l’orgoglio del “Faccio le cose a modo mio, e se nessun altro le fa così sarà mica un problema mio” che del “Vedo di fare una cosa bella, intelligente, che mi piaccia, che stia in piedi, parlando con le agenzie meno stronze e meno avide”.C’è un’altra caratteristica che ci piace parecchio: c’è molta musica italiana che parla da pari a pari coi nomi stranieri in cartellone. Non è “Metto i nomi grossi stranieri che ovviamente sono le cose più grosse, poi delle cose carine italiane a riempire il cartellone” (o viceversa). Guardate che non è poco. E infine, last but not least, i prezzi. Ve lo ripetiamo: i prezzi. In anni in cui ci tocca sentire – ed è anche comprensibile che venga detto, eh – “Beh dai, questo concerto costa poco, è meno di 40 euro” Jazz Is Dead ti chiede 40 euro come prezzo dell’abbonamento a tutt’e tre i giorni del festival (…se ci aggiungete 20 euri, potete anche campeggiare). Il singolo giorno, 15 euro. Chiaro, devi avere la tessera ARCI, e devi mettere in conto di aggiungere 5 o 10 euro se ti vuoi fare anche la parte più notturna. Ma queste postille a parte, quando parte la litania del “Eh ma Putin, le materia prime, i costi dei tour, il personale che non si trova, l’inflazione, le spese dei management…” tutto quello che dovete fare adesso è dire “E allora, Jazz Is Dead?”: perché chiedendo veramente poco al proprio pubblico dà un’offerta spaventosamente figa.Come ci riesca non lo sappiamo (cioè, lo intuiamo, ma la spiegazione sarebbe tecnicamente lunga, e in parte realtà già affiora in queste righe); come del resto non sappiamo come a Gambo e ciurma sia venuto in mente di puntare sull’idea di un festival così atipico, così fuori dagli schemi, e pensare che potesse funzionare. Sta di fatto che: ha funzionato. Sta funzionando. Sta crescendo. E l’edizione 2026, porco cane, è a vederla così sulla carta assolutamente strepitosa, di una bellezza insensata (…in tutte le accezioni dell’aggettivo). Ora sta a chi ci andrà renderla davvero memorabile, ascoltando per davvero, ballando per davvero, meditando per davvero, vivendo la musica per davvero.Jazz Is Dead è davvero un festival unico, particolarissimo, verso cui essere dannatamente innamorati e partigiani se si parte da un background di reale passione verso la musica che vuole essere naturaliter alternativa ma non per questo meno coinvolgente e stimolante, un best kept secret fatto anche di genio e humour nel suo piglio costituente su cui spargere la voce solo tra iniziati. Trent’anni fa iniziammo ad innamorarci del Sónar per questi motivi. Vediamo fra quanto Jazz Is Dead arriverà ai capannoni, alle decine di migliaia di biglietti, all’ingresso in società delle multinazionali: conoscendo le persone attorno al festival e il suo spirito, occhio e croce presumibilmente mai. Teniamocelo stretto.The post Il vero Sónar adesso è in Italia, e si chiama Jazz Is Dead appeared first on Soundwall.