“Gli distrussero la vita in 48 ore: oggi è assolto ma nessuno ne ha parlato”

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Antonio Caridi ha aspettato dieci anni per sentirsi dire, definitivamente, quello che sapeva dal primo giorno: era innocente. Lunedì scorso la Corte d’Appello ha confermato la sua assoluzione, assolvendo con lui quasi tutti gli altri imputati dell’inchiesta denominata GOTA — sigla che stava per “stato maggiore”, perché la Procura di Reggio Calabria era convinta di aver decapitato la cupola della ‘ndrangheta. Invece aveva arrestato degli innocenti.La notizia, però, non è uscita praticamente da nessuna parte. Su una sessantina di testate giornalistiche nazionali, chi l’ha data si conta sulle dita di una mano. Gli altri hanno fatto silenzio. Lo stesso silenzio assordante che avevano osservato dieci anni prima, quando titolarono in coro che “avevano preso il capo della ‘ndrangheta.”Chi è Antonio CaridiCaridi è un politico calabrese cresciuto nell’UDC e poi approdato in Forza Italia. Nel 2013 viene eletto senatore. È un uomo delle istituzioni, con una carriera costruita nel tempo.Tutto finisce il 1° agosto 2016, quando la Procura di Reggio Calabria — allora guidata da Cafiero de Rao, magistrato che di lì a poco sarebbe diventato senatore del Movimento 5 Stelle — deposita in Parlamento una richiesta di arresto nei suoi confronti. Le accuse sono pesantissime: essere non solo affiliato alla ‘ndrangheta, ma addirittura uno dei capi della cupola mafiosa.Il fascicolo depositato conta circa 6.000 pagine.Il presidente del Senato Pietro Grasso — anche lui magistrato di lungo corso, già presidente della Direzione Nazionale Antimafia, anche lui approdato alla politica con il PD — decide di convocare d’urgenza l’assemblea, invertendo l’ordine dei lavori con la conferenza dei capigruppo, per votare la richiesta di arresto prima che il Senato andasse in vacanza estiva.Il 4 agosto 2016, appena 48 ore dopo il deposito degli atti, i senatori sono chiamati a votare. Nessuno ha letto le 6.000 pagine — sarebbe fisicamente impossibile. Eppure 154 senatori votano a favore dell’arresto.Caridi sale in tribuna, ripete la propria innocenza, spiega che in quelle carte non c’è nemmeno un indizio. Nessuno lo ascolta. Quella stessa sera esce dal portone di Palazzo Madama, sale in auto e viene condotto nel carcere di Rebibbia. Ci resterà per quasi due anni.Una Cassazione ignorata due volteQuello che accade nei mesi successivi è, se possibile, ancora più inquietante. Caridi ricorre al Tribunale del Riesame: respinto. Ricorre in Cassazione: la Suprema Corte stabilisce che non ci sono indizi, e rimanda al Riesame. Il Riesame respinge anche la Cassazione. Caridi ricorre di nuovo in Cassazione: stessa risposta, stesso esito. Solo al terzo tentativo, dopo un anno e otto mesi di detenzione, viene scarcerato.Il processo va avanti, ma le accuse si sgonfiano: addio associazione mafiosa, rimane solo il contestato e indefinito concorso esterno. Il primo grado, infine, lo assolve con formula piena. Non c’era nulla. L’appello, lunedì scorso, ha confermato.Nel frattempo, a testimonianza del vuoto accusatorio, era emerso un dettaglio emblematico: Caridi era stato accusato di aver comprato voti in una circoscrizione di Reggio Calabria dove votavano circa 10.000 persone. In quella circoscrizione, alle elezioni, aveva preso 212 voti.154 senatori e nessuna scusaTra quei 154 voti favorevoli all’arresto c’erano quasi tutti i senatori del PD — il partito di governo di Renzi — e diversi altri gruppi. A votare contro furono quasi esclusivamente i senatori di Forza Italia, più un pugno di coraggiosi dissidenti dem: Luigi Manconi, Mario Tronti (filosofo fondatore di Potere Operaio, recentemente scomparso), Emma Fattorini e altri cinque o sei.Loro si alzarono e dissero: qui non c’è niente, non si può arrestare quest’uomo. Pagarono politicamente quella scelta. Gli altri 154 no.Oggi Antonio Caridi ha 55 anni. Ne aveva 45 quando lo hanno portato in cella. La carriera politica è distrutta. Non tornerà in Parlamento. E nessuno, tra quei 154 senatori, ha ancora chiesto scusa.Il silenzio assordanteC’è un’ultima questione che questa vicenda lascia aperta, e riguarda il ruolo dell’informazione. Nel 2016, quando Caridi fu arrestato, quasi tutti i giornali titolarono con entusiasmo: “Preso il capo della ‘ndrangheta.” Oggi che è stato definitivamente assolto, quegli stessi giornali non trovano spazio per la notizia.Questo non è un incidente. È un modello. Lo stesso modello che Indro Montanelli chiamava “sbatti il mostro in prima pagina”: urlare l’accusa, tacere l’assoluzione. Costruire una colpevolezza nell’opinione pubblica che nessuna sentenza riesce poi a cancellare del tutto.Il caso Caridi non è solo la storia di un uomo ingiustamente perseguitato. È uno specchio in cui si riflette lo stato di salute di tre pilastri della democrazia: la magistratura, il Parlamento e l’informazione. E quello che si vede, in quello specchio, non è rassicurante.Prima a riportare la notizia l’Unità di Piero Sansonetti, che abbiamo intervistato a Un Giorno Speciale.The post “Gli distrussero la vita in 48 ore: oggi è assolto ma nessuno ne ha parlato” appeared first on Radio Radio.