La recentissima sospensione dell’Executive Order del Presidente Donald Trump in materia di Intelligenza Artificiale è l’indice di uno scontro politico tra due visioni che si oppongono all’interno del Partito Repubblicano. L’ordine esecutivo avrebbe dovuto introdurre controlli federali preventivi sui modelli AI di frontiera, ma è stato congelato dopo settimane di pressioni incrociate.Da un lato c’è la “Silicon Valley trumpiana” (Peter Thiel, Elon Musk, Marc Andreessen), che vede l’affermazione del primato internazionale degli Stati Uniti nell’AI fondato sulla velocità e si oppone a ogni forma di regolazione. Questa visione è sintetizzata nel manifesto “The Techno-Optimist” di Andreessen.Dall’altro lato c’è chi, nel governo degli Stati Uniti, considera l’Intelligenza Artificiale una tecnologia duale di rilevanza strategica, paragonabile agli armamenti nucleari.Il Financial Times ha documentato con puntualità questo scontro interno. Per chi si occupa di sicurezza nazionale, affidare l’Intelligenza Artificiale alle mani dei privati è un errore, perché essi in ultima analisi rispondono all’andamento delle borse e agli azionisti. La sospensione dell’Executive Order appare una vittoria temporanea del primo schieramento, ma la partita è ancora tutta da giocare.Il nodo è ancora una volta la competizione con la Cina. Bloomberg ha documentato il boom di esportazioni cinesi nei comparti collegati all’intelligenza artificiale:È inoltre ben noto che Pechino ha costruito un modello di totalitarismo digitale che integra AI, sorveglianza biometrica e controllo politico dei cittadini e dei media, definito dal New York Times “il sistema di sorveglianza algoritmica più avanzato del mondo”:Per molti a Washington – e non solo al Pentagono – l’AI non è solo mercato: è parte integrante della sicurezza nazionale e delle politiche di deterrenza militare. Per i trumpiani della Silicon Valley, invece, si tratta di un’arena competitiva in cui vince chi corre più veloce, non chi regola meglio.Sul fronte democratico, è inoltre doveroso ricordare che il governatore della California Gavin Newsom (uno dei possibili candidati alla Casa Bianca) ha deciso di affrontare i problemi occupazionali generati dalla crescita esponenziale dell’AI. Emblematico, in questo senso, è il caso di Meta, che la scorsa settimana ha licenziato 8.000 dipendenti.Il dilemma intervento pubblico versus libertà di impresa non riguarda solo gli Stati Uniti, ma tutte le democrazie del mondo, siano esse occidentali, asiatiche o africane. Il nocciolo del problema è che nei settori dell’intelligenza artificiale non funzionano i meccanismi tipici della società aperta e dell’economia di mercato.Il processo di concentrazione delle risorse tecnologiche e finanziarie è di tali proporzioni da creare barriere strutturali all’ingresso. Il risultato è che anche nel “mondo libero” si forma un oligopolio composto da un numero molto limitato di colossi integrati verticalmente: aziende che possono sostenere gli altissimi costi dell’addestramento (machine e deep learning), della supply chain dei semiconduttori e delle forniture energetiche e di raffreddamento dei data center.In questo contesto, l’acquisizione di startup da parte delle Big Tech è una strategia chiave per mantenere il potere di mercato, integrando tecnologie innovative e assorbendo talenti. L’acquisto di startup nascenti diventa così un’arma per neutralizzare potenziali minacce future. Lo stesso vale per il controllo delle filiere, che consente alle Big Tech di espandersi in nuovi settori chiave e di possedere l’intera catena del valore digitale.Non dobbiamo dimenticare che il pilastro dell’economia liberale è l’esistenza di un level playing field, un campo di gioco in cui gli attori economici possano competere liberamente in condizioni di reciprocità.La crisi del paradigma liberale nell’alta tecnologia affonda le sue radici nelle modalità con cui si è sviluppata la globalizzazione negli ultimi 25 anni. L’ingresso della Cina nel WTO nel 2001 si basava sulla convinzione che l’integrazione economica avrebbe favorito l’apertura al libero mercato e alle libertà civili. È accaduto l’opposto: si è prodotta una crescente asimmetria.Mentre le imprese cinesi hanno beneficiato per anni della libertà di investimento e acquisizione di asset nel mondo, le imprese straniere in Cina sono state sistematicamente condizionate da joint ventures opache e da trasferimenti tecnologici forzati. In assenza di un antitrust globale dotato di poteri coercitivi sovranazionali, il mercato internazionale dell’high tech è diventato un far west.In questa cornice è bene ricordare che i fenomeni di concentrazione del potere tecnologico e finanziario ostacolano il dinamismo economico tanto quanto la burocrazia statale.Anche la regolamentazione centralizzata ex ante rischia di cristallizzare il mercato, soffocando l’innovazione delle piccole imprese a vantaggio dei grandi attori industriali, capaci di sostenere i costi di lobby e di compliance governativa. Il rischio è quello di affidare l’AI ad apparati burocratici disfunzionali che, come descritto da Robert Merton, interpretano le norme secondo i propri interessi di casta, senza attenzione ai risultati.In sostanza – al netto della concorrenza sleale del Dragone – nelle democrazie si corre il rischio di “passare dalla padella alla brace”: dall’oligopolio privato a un intervento pubblico soffocante e inefficiente. Per uscire da questo vicolo cieco, una possibile soluzione è ispirarsi (con tutte le differenze del caso) al paradigma normativo adottato nel settore chimico‑farmaceutico.Nel settore dei farmaci si è stabilita una chiara linea di demarcazione tra ricerca, sperimentazione e ingresso nel mercato, articolando il processo in tre fasi. Nell’ area AI si potrebbe immaginare la seguente prospettiva:1. Ricerca: massima libertà ai laboratori pubblici e privati, salvo il rispetto di criteri etici minimi. Ciò significherebbe limitare i controlli pubblici alle minacce biologiche e alla produzione di cyber‑armi letali.2. Sperimentazione: da attuare tramite sandbox informatiche.Prima dell’immissione su scala planetaria, i modelli devono essere testati in ambienti controllati (Regulatory Sandboxes), seguendo l’esempio israeliano promosso da scienziati come Isaac Ben Israel. La sperimentazione su target limitati consente di osservare in sicurezza l’emergere di comportamenti asimmetrici, bias cognitivi e rischi di cybersecurity senza arrestare il dinamismo.3. Commercializzazione di massa: corrisponde alla “somministrazione del farmaco” alla popolazione. Qui lo Stato deve essere presente non come censore ideologico, né come tribunale della verità, ma come autorità pubblica di valutazione tecnica, incaricata di valutare periodicamente sicurezza, permeabilità alla disinformazione e rispetto della concorrenza.Ma rispetto ai tempi di validazione dei farmaci, i processi di innovazione dell’AI si sviluppano a velocità supersonica. Per questo, come argomenta il democratico Sam Liccardo, membro del Congresso in rappresentanza del sedicesimo distretto elettorale della California, sul Washington Post, più che un regolatore serve un’autorità pubblica di valutazione tecnica, capace di monitorare l’evoluzione dei modelli, verificare i rischi sistemici e garantire standard di sicurezza e di affidabilità senza irrigidire il mercato con norme destinate a diventare rapidamente obsolete.Le regole e i parametri predefiniti rischiano di essere sempre in ritardo rispetto all’evoluzione tecnologica, mentre un’autorità di valutazione analizza parte delle migliori best practice adottate dalle aziende per ciascuna categoria di rischio e stimola una corsa al miglioramento delle prestazioni e della sicurezza delle piattaforme. La proposta di legge presentata da Liccardo affida questo compito al Center for AI Standards and Innovation (Caisi) del National Institute of Standards and Technology (.gov).Il Caisi ha il compito di sviluppare standard tecnici, metodologie di valutazione e protocolli di sicurezza per i sistemi di intelligenza artificiale. La sua funzione non è regolatoria in senso stretto, ma tecnico‑scientifica: definisce criteri di affidabilità, robustezza, trasparenza e resilienza dei modelli, elabora strumenti di test e di misurazione dei rischi e coordina la collaborazione tra settore pubblico, industria e comunità scientifica. In questo senso, il Centro rappresenta l’architrave di quella autorità pubblica di valutazione tecnica necessaria per monitorare l’evoluzione dell’AI senza bloccarne l’innovazione, garantendo standard di sicurezza e di affidabilità.Si tratta di una scommessa che potrebbe intercettare una domanda crescente dei cittadini-consumatori: la richiesta “dal basso” di informazioni e piattaforme affidabili, decisamente preferibile a regolamenti calati dall’alto.In attesa di conoscere il testo dell’Enciclica di Papa Leone XIV in materia di Intelligenza Artificiale l’idea di privilegiare la valutazione scientifica e tecnologica rispetto ai più tradizionali impianti giuridici appare una direzione di marcia estremamente stimolante.