Il governo tratta con Bruxelles: flessibilità sì, ma no alla spesa facile

Wait 5 sec.

Il governo proroga il taglio delle accise sui carburanti fino alla prima settimana di giugno e prepara un nuovo decreto per sostenere autotrasporto e trasporto pubblico locale, mentre a Bruxelles prende forma un confronto molto più ampio sul futuro della politica fiscale europea. Sul tavolo non ci sono soltanto i margini per affrontare il caro energia, ma anche il nodo di fondo che l’Europa continua a rinviare da anni: come sostenere crescita, sicurezza e competitività senza trasformare ogni crisi in una giustificazione permanente per aumentare il debito.È qui che la linea italiana prova a muoversi su un equilibrio delicato. Da un lato resta la necessità di evitare una stretta prociclica nel pieno di uno shock energetico e geopolitico che rischia di frenare ulteriormente l’economia europea. Dall’altro, però, c’è la consapevolezza che il problema dell’Italia non può essere risolto semplicemente aprendo nuovi rubinetti di spesa pubblica dopo anni in cui il mercato unico europeo è rimasto frammentato, con economie che continuano a crescere a velocità molto diverse.La trattativa con Bruxelles e la richiesta italianaDal Festival dell’Economia di Trento e poi dall’Ecofin informale di Nicosia, Giancarlo Giorgetti ha ribadito la strategia italiana: ottenere flessibilità europea per affrontare l’emergenza energetica senza compromettere il percorso di rientro dei conti pubblici. «Questi negoziati sono lunghi, richiedono tante spiegazioni, anche in sede non ufficiale», ha spiegato il ministro dell’Economia, sottolineando che il confronto con Bruxelles procede quotidianamente.La richiesta italiana punta ad allargare all’energia gli spazi già previsti per la difesa attraverso la clausola nazionale di salvaguardia. «Abbiamo fatto una proposta di buon senso», ha detto Giorgetti, ricordando che i piani fiscali europei erano stati costruiti «in una situazione totalmente diversa» rispetto a quella attuale, segnata dalla guerra in Medio Oriente, dal blocco dello Stretto di Hormuz e dal nuovo shock energetico.Il ministro insiste soprattutto su un punto: evitare che il ritorno della disciplina fiscale si trasformi in una nuova stagione di austerità automatica nel momento peggiore del ciclo economico. «Purtroppo una politica prociclica già la vedo all’orizzonte, quella dell’aumento dei tassi di interesse», ha avvertito, spiegando che una stretta simultanea su credito, consumi e finanza pubblica rischierebbe di colpire soprattutto i sistemi industriali più esposti, come quello italiano e tedesco.Il tema non è marginale. Una cosa è finanziare spesa improduttiva o perpetuare bonus senza effetti strutturali, altra cosa è impedire che uno shock energetico straordinario travolga imprese manifatturiere e filiere produttive. È esattamente il confine che Roma prova a far valere nel negoziato europeo.Dombrovskis apre, ma i vincoli restanoDall’altra parte del tavolo, il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis mantiene una linea prudente. Bruxelles, ha spiegato, sta «esaminando» le opzioni disponibili per affrontare la crisi energetica ed è «pronta a reagire agli sviluppi», ma senza mettere in discussione il principio della sostenibilità fiscale.Le aperture esistono, ma sono accompagnate da una cautela evidente. Gli eventuali interventi dovranno essere «temporanei e ben mirati», evitando di trasformare gli aiuti energetici in nuovi strumenti permanenti di spesa pubblica. Il commissario lettone ha anche ricordato che «la soluzione, in breve, è più crescita e una spesa migliore», sintetizzando un problema che l’Europa continua a trascinarsi dietro da anni: non è sufficiente spendere di più, se il sistema continua a crescere poco e male.Il tema emerge anche nel dibattito sul nuovo debito comune europeo. Dombrovskis ha ammesso che la questione «è certamente sul tavolo», anche se tra gli Stati membri «le posizioni variano». Il riferimento è sia ai futuri eurobond sia alla necessità di finanziare le nuove priorità strategiche europee, dalla difesa all’energia fino alla competitività industriale.Leggi anche:Bruxelles gela Meloni sul caro energia: “Arrangiatevi!”Meloni sfida Bruxelles sul caro energiaCrescita debole e investimenti insufficientiLe nuove previsioni economiche della Commissione europea spiegano perché il confronto sia diventato così delicato. Bruxelles ha tagliato le stime di crescita praticamente ovunque. Per l’Eurozona il Pil è atteso allo 0,9% nel 2026, mentre l’Italia resta fanalino di coda tra le grandi economie con una crescita prevista allo 0,5% nel 2026 e allo 0,6% nel 2027.Ancora più preoccupante è il quadro dei conti pubblici. Il debito italiano salirà al 139,2% del Pil nel 2027, superando perfino quello greco. Nel frattempo gli spread sovrani hanno ricominciato lentamente ad allargarsi, segnale che i mercati stanno tornando a distinguere tra economie più solide e Paesi ad alto debito.È qui che il dibattito europeo rischia di diventare sterile se ridotto alla semplice alternativa tra austerità e nuova spesa comune. Il vero nodo resta la capacità dell’Europa di creare crescita reale, investimenti produttivi e un mercato interno finalmente integrato. Non a caso anche il Fondo monetario internazionale insiste sulla necessità di accelerare l’unione dei mercati dei capitali, integrare meglio il mercato energetico e mobilitare il risparmio privato europeo.Per anni l’Unione ha moltiplicato regole, eccezioni e strumenti straordinari senza affrontare davvero il problema della competitività. Oggi il rischio è ritrovarsi contemporaneamente con più debito, meno crescita e un apparato industriale sempre meno competitivo rispetto a Stati Uniti e Asia.Tra flessibilità e credibilità fiscaleLa linea che emerge dal confronto di questi giorni è dunque una ricerca di equilibrio. L’Italia chiede margini per evitare che lo shock energetico degeneri in recessione, ma sa anche che non può permettersi una stagione di spesa incontrollata. Non a caso Giorgetti continua a parlare di «mix» tra revisione del Pnrr, riallocazione delle risorse esistenti e strumenti temporanei.È probabilmente questo il punto più realistico del confronto europeo: riconoscere che uno shock straordinario richiede una risposta straordinaria, senza però trasformare ogni emergenza in una sospensione permanente della disciplina fiscale. Perché la differenza tra proteggere il sistema produttivo e buttare soldi fuori dalla finestra resta enorme. E l’Europa, dopo anni di crescita debole e investimenti insufficienti, non può più permettersi di confondere le due cose.Enrico Foscarini, 24 maggio 2026L'articolo Il governo tratta con Bruxelles: flessibilità sì, ma no alla spesa facile proviene da Nicolaporro.it.