L’appello per una svolta lanciato dagli industriali di tutta Italia all’Assemblea generale di Confindustria, davanti al Presidente della Repubblica Mattarella e al Presidente Meloni, non può – come ha ribadito anche il Presidente del Consiglio – restare inascoltato. Cinque le leve individuate per rimettere le imprese al centro: energia, crescita delle Pmi, sviluppo e innovazione, meno burocrazia e più risorse adeguate agli obiettivi. Sono leve ambiziose sì, ma l’alternativa è il deserto industriale.Nessuno nasconde il momento complesso – dall’Ucraina al Medio Oriente, passando per i dazi americani e il ruolo economico prepotente della Cina – che oggi il governo Meloni si trova a dover gestire, insieme agli altri governi europei. Forte, però, è la consapevolezza che “il tempo del coraggio inevitabilmente è anche il tempo delle scelte”, per usare le parole del Presidente Meloni.Occorre una linea ancor più incisiva in Europa. Una Ue “meno e meglio”, che sia libera dai lacci e lacciuoli che soffocano la competitività e la produttività e che sappia realmente veicolare le risorse dove serve. Ma non solo, il Presidente Meloni ha alzato ancora di più la posta, confermando la necessità di rendere il Patto di Stabilità flessibile per far fronte alla crisi energetica e di combattere a uno a uno – dal sistema Ets alla “inarrestabile capacità europea di moltiplicare le regole” – i “totem ideologici” che in Ue ancora vigono. È una sveglia brutale, ma necessaria, ed è una sveglia profondamente europeista, con buona pace di chi ha sempre tacciato il Governo Meloni come un nemico dell’Ue e – nel frattempo – promosso politiche controproducenti per l’intero sistema.Oggi l’Ue può vincere la partita contro le instabilità internazionali e contro coercizioni economiche assai dannose come quelle cinesi.L’Ue quando agisce unita, e prontamente, ottiene i risultati. È una comune convinzione, questa, che è emersa anche dal recente incontro che ho avuto a Berlino, al Bundestag, con il presidente della Commissione Affari europei, Anton Hofreiter. Con la Germania l’Italia ha un legame indissolubile – è il nostro primo partner commerciale nonché il principale mercato di destinazione per il nostro export – e da mesi, dal bilaterale di Roma dello scorso gennaio, sono tante le iniziative congiunte che i nostri due Paesi stanno concretizzando.Per ognuna di esse, vi è la certezza che un playfield europeo snello e dinamico sia indispensabile. I solchi sono già tracciati, occorre – per l’appunto – il coraggio di perseguirli. Abbiamo già esempi virtuosi. Basti pensare a come l’Ue ha gestito la questione dell’acciaio e dell’alluminio cinese, prodotti con aiuti di Stato e lavoro forzato e venduti da noi sottocosto. Tali importazioni stavano realmente annientando le nostre filiere produttive.L’introdurre, prontamente, dai dazi al 50% ha di fatto protetto le aziende europee dal dumping e dall’inondazione di prodotti Made in China. Non solo, recentemente la Commissione Europea ha definito la proposta di legge Industrial Accelerator Act, piano che prevederebbe dei requisiti precisi di produzione Made in Europe per accedere ai sussidi governativi.Tale iniziativa, se approvata, limiterebbe fortemente la tecnologia cinese nelle auto e imporrebbe di fatto un certo grado di rilocalizzazione della produzione in Europa. Non solo, vi sono poi tanti esempi di misure restrittive a cui ricorrere, basate sul modello statunitense, per vietare altre tecnologie digitali che troppo spesso esperti riconoscono come dual-use con gravi implicazioni per la sicurezza delle Nazioni europee.Insomma, per riprendere ancora una volta il pensiero del Presidente Meloni, “il declino non è un destino”. L’Ue ha tutte le carte in regola per poter cambiare il corso degli eventi, per invertire la rotta della de-industrializzazione, per riporre al centro la libertà d’impresa e non gli obblighi burocratici, per ritrovare – davvero – il coraggio di scegliere.