Finiremo perfino per rimpiangere i vecchi poteri forti: almeno avevano il pudore di non trasformare ogni disfatta in storytelling. Erano riconoscibili: avevano indirizzi, rituali, gerarchie e silenzi codificati. Si avanzava solo dopo una dura gavetta. C’erano i cosiddetti “salotti buoni”: il circolo reale degli Agnelli, che Giulio Andreotti soprannominava ironicamente in romanesco “degli abbacchi”, la Mediobanca di Enrico Cuccia — che pure di disastri ne ha fatti tanti — e poi i grandi partiti di massa, dalla Dc al Pci, la Cgil di Lama, i quotidiani che vendevano milioni di copie e direttori simbolo come Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari, la Rai di Bernabei e Agnes, Bankitalia, Confindustria, la grande tradizione dei dirigenti delle aziende di Stato.Tre nomi su tutti: Beneduce inventò l’IRI, Mattei l’ENI, Mattioli la Comit moderna e formarono poi una nidiata di fuoriclasse scelti non, come avviene soprattutto oggi, per fedeltà politica. Si potevano criticare, sfidare, perfino detestare. Ma almeno si sapeva con chi prendersela. Oggi, invece, il potere non ha più un volto: scorre nelle reti finanziarie, nelle piattaforme digitali, negli algoritmi, nelle tecnocrazie che governano attraverso server e codici. Ci si trincera dietro parole come policy, compliance, governance, pronunciate con aria salvifica e rigorosamente in inglese. Nessuno comanda davvero, tutti “coordinano”. Perfino l’educazione all’AI trasformata nel business privato dei nuovi santoni dell’etica: Luciano Floridi, da filosofo a imprenditore milionario della reputazione, usa il cappello della Fondazione Leonardo targata Roberto Cingolani per alimentare un circuito infinito di eventi.Nel frattempo sono scomparse le scuole di formazione dei partiti; si sono progressivamente impoverite quelle delle grandi aziende, ormai dominate dagli “imperatori delegati” delle partecipate pubbliche, circondati da corti di consulenti senza memoria né cultura aziendale, mentre l’alta dirigenza pubblica è stata lentamente svuotata di autorevolezza e quella regionale continua ad espandersi senza misura. Ai vertici siedono figure sempre più fragili, spesso impreparate, perennemente sospese fra crisi di nervi e smarrimento identitario. Ossessionate dall’apparire, inseguono compulsivamente visibilità e reazioni che, immancabilmente, finiscono per ritorcersi contro di loro. Molti amministratori delegati, per insicurezza o convenienza, si circondano di “stellette” o di “mandarini”, convinti di blindarsi. Salvo poi scoprire che producono soprattutto rancori interni e silenziose vendette organizzative.Anche la politica indulge nello stesso vizio, nominando ex commis d’État agli organi apicali delle aziende pubbliche. La Prima Repubblica, almeno, aveva il buon senso di controllare certi mondi senza trasformarli in manager per diritto di provenienza. Una riflessione che mi si è ripresentata con forza seguendo il Festival dell’Economia di Trento, ormai punto di riferimento del dibattito pubblico italiano, organizzato da Il Sole 24 Ore (360 eventi, 700 relatori). E leggendo due libri, solo apparentemente distanti, ma in realtà complementari: Oligocrazia – Il potere sono io di Alfonso Celotto e Cinichilismo – Il nuovo paradigma del potere di Virginia Saba. Due neologismi che, in fondo, danno corpo a due facce della stessa decadenza.Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale, ci porta sul palcoscenico della politica italiana, fino alle stanze dei capi di gabinetto, con episodi vissuti irresistibili. Virginia Saba, invece, prova a dare un nome allo spirito del nostro tempo: un cinismo diffuso che svuota politica e società di profondità e riduce tutto a un mero nichilismo da prestazione per un consenso effimero. Angolazioni molto diverse — il diritto costituzionale per lui, la filosofia sociale per lei — che però convergono nella stessa diagnosi: la crisi della democrazia contemporanea attraverso la metamorfosi del potere. Una democrazia che funziona male non perché qualcuno la saboti deliberatamente, ma perché si è creato un equilibrio perverso tra classi dirigenti che preferiscono l’immobilismo e società che hanno smesso perfino di pretendere il cambiamento.Ma il potere non scompare mai: cambia forma, si adatta, si rende invisibile. Ogni epoca ha avuto la propria legittimazione del potere — divina, ideologica, economica — mentre oggi, nell’epoca della sovraesposizione permanente, il paradosso è questo: più il potere diventa onnipresente mediaticamente, più si sottrae alla responsabilità sostanziale. Dietro un algoritmo, nei feed dei social, nei podcast dove chiunque pretende di spiegare tutto, creando per di più sbandamento nelle giovani generazioni che non sanno più a chi ispirarsi. Nella Prima Repubblica esisteva almeno una struttura riconoscibile. Dietro il leader c’era sempre un’organizzazione che si riconosceva in lui. La Seconda Repubblica ha sostituito la struttura con la rappresentazione. Guy Debord parlava già negli anni Sessanta di “società dello spettacolo”: oggi il leader è un intrattenitore permanente che presidia social e televisioni indicando continuamente un nemico di turno da additare.Ma proprio mentre il potere diventa più visibile sul piano mediatico, diventa invisibile su quello reale. Lo aveva intuito anche Francesco Cossiga: il potere vero raramente coincide con quello visibile. Agisce nelle reti di influenza, negli apparati, nelle relazioni che sfuggono alla scena pubblica. Qui entra in scena il “cinichilismo”, nella fortunatissima definizione di Virginia Saba, non a caso docente di filosofia della comunicazione: un potere che non sente più nemmeno il bisogno di apparire coerente con valori universali o verità condivise. Conta solo funzionare, occupare lo spazio pubblico, restare “connessi”.Da questa trasformazione derivano mali che entrambi gli autori riconoscono con lucidità: la crisi della rappresentanza — con il partito degli astensionisti ormai maggioritario —, la concentrazione delle opportunità nelle mani di chi conosce i codici del sistema. E allora sì, forse finiremo davvero per rimpiangere perfino i vecchi poteri forti. Almeno avevano il pudore di esporsi e di assumersi una responsabilità storica. Oggi, invece, il potere preferisce nascondersi dietro la retorica della trasparenza assoluta, mentre rende tutto sempre più opaco e manipolabile. È una minore trasparenza nel nome di una democrazia sempre più drogata dalla comunicazione permanente: una democrazia dove tutto viene raccontato, commentato e spettacolarizzato, ma sempre meno davvero governato. E forse il capolavoro del potere contemporaneo è proprio questo: essere riuscito a diventare invisibile nel momento stesso in cui non smette mai di andare in onda.Luigi Bisignani per Il Tempo 24 maggio 2026L'articolo Rimpiangere i vecchi poteri forti proviene da Nicolaporro.it.