La Sicilia è un sentimento. Il nuovo libro di padre Spadaro letto da Cristiano

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La presentazione del libro di padre Antonio Spadaro, oggi sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, “La Sicilia è un sentimento. Viaggio sul limite dello Stretto”, edito dal Touring Club, con l’autore e Marino Sinibaldi, è stato un momento inatteso, forse sorprendente anche per il MAXXI che l’ha promosso e ospitato.Un argomento né teologico, come i temi per cui è noto Spadaro, né politico culturale, come i temi per cui è noto Sinibaldi, indimenticato per la sua lunga stagione alla guida di Radio3? Pensando così (e sbagliando) si arriva solo con leggero anticipo: e si sale al secondo piano del museo. Si sale con calma e ben presto ci si accorge che la sala è già piena, le sedie non bastano, bisogna aggiungerne altre, segno che forse l’affluenza ha sorpreso anche gli organizzatori. Di certo sorprende chi arriva e aspetta che arrivi un’altra sedia per potersi sedere. Loro, i presentatori, non sono ancora entrati, ma tutti sono già lì, e nessuno si muove. Prodotto dei nomi degli ospiti o del tema? La Sicilia è un sentimento per molti dei presenti, ma questo non basta a spiegare l’inatteso pienone.Subito diviene evidente che la percezione di chi arrivando ha pensato di andare a un evento né teologico né politico-culturale era sbagliata, è vero esattamente il contrario. I temi si accavallano già nell’attesa, nelle chiacchiere, le caratterizzano, insieme a imperdibili fughe nel culinario, che è essenza imperdibile per questo come per tanti altri luoghi. Ma i siciliani, in sala qualcuno ce n’è, devono essere certi che da loro ci sia un vantaggio.I punti caldi nella presentazione del volume sono stati tanti, per chi scrive il momento più coinvolgente è stato il confronto appassionante su quel vento che Spadaro dice che a Messina ci sia ma nessuno conosce, c’è ma non ha un nome, è un vento ma non può dirne la direzione. È la fede? La domanda di Sinibaldi riscalda tutti i presenti, il discorso si avventura per sentieri non prevedibili, dove l’ironia, la profondità e la cultura degli oratori divengono stimolo per tutti, quasi un Viaggio sul limite del colloquio possibile.Non si può prescindere dal discorso su cosa sia lo Stretto, quello stretto, domanda che pochi si pongono oggi, magari pensando a un vuoto improvviso tra due sponde, da una parte Scilla dall’altra Cariddi. Dalla discussione lo Stretto emerge come uno spazio pieno, non vuoto. È un pieno per le famose spadare? Beh, anche per questo: è un luogo di caccia, di appostamenti, con il cacciatore che dalla cima dell’altissima torre scruta il mare, “a caccia” della preda che alla fine appare; la vede? La insegue, sparisce, riappare, è un duello vitale, mortale; “Vedere, qui, è sempre un atto che resta incompiuto, e proprio per questo è capace di pensiero. […] Non si conosce mai del tutto. Si intravede, si intuisce, si cerca”.Poi ci sono anche le correnti che esistono ancora, non sono scomparse con Ulisse e le Sirene, né con Enea, che le temeva (grazie al veggente) al punto da fare un viaggio molto più lungo per evitarle. Quelle correnti spaccano il mare, c’è un punto dove chi si tuffa viene preso e riappare molto più là. Un punto che Spadaro sa trovare con facilità, a differenza di chi non è del posto: sullo stretto, dalla sua parte almeno, dalla parte cioè di Messina, il litorale è sassoso, ghiaioso, ma all’improvviso diventa sabbioso, basta guardare per trovarlo: è lì, dove la roccia, i sassi, diventano sabbia. La domanda è “di che cosa stiamo parlando?”. Acque calde e acque fredde, acque veloci e acque lente? Ok.No, non basta. Scrive Spadaro: “La filosofia dello Stretto messinese ci suggerisce che questo non può mai riposare in una quiete definitiva: al contrario, abita uno spazio dinamico e convulso, attraversato da correnti culturali, morali, politiche e concettuali divergenti e spesso antagoniste”. Il discorso si fa visione, visionaria forse, chissà. Vale la pena leggere ancora, per orientarsi: “Proprio come nello Stretto di Messina l’incontro fra correnti calde e fredde produce vortici e gorghi imprevedibili, così nell’animo l’urto di idee opposte genera tensione, crisi e instabilità. Ma è precisamente questa turbolenza incessante a stimolare il movimento dello spirito, alimentandone la vitalità. Il dialogo tra correnti contrastanti evoca simbolicamente il dialogo tra passioni e ragione, tra istinto e intelletto, tra emozione e pensiero. L’uomo infatti non vive solo di astratta razionalità, ma è immerso anche nel calore delle passioni e degli affetti”.Lo Stretto è un luogo che tiene in tensione gli opposti? È dunque il luogo di Romano Guardini, della tensione polare di cui lui parlò e tanto cara a quel papa Francesco di cui Spadaro è stato amico, divulgatore, interprete? Il discorso non viene esplicitato, ma prende; cosa sarà l’identità in questo Stretto non vuoto ma pieno? “Le due rive, proprio nel loro distacco, si definiscono a vicenda. In questa luce, lo Stretto diventa un confine impuro […] un traffico di significati reciproci più che una barriera netta. La sfida allora è riconoscere nell’altro non soltanto ciò che ci divide ma anche ciò che ci rispecchia, mantenendo però la distanza che rende fecondo l’incontro”.Discorrendo di questo Spadaro sorprende i presenti svelando che a lui il mare “infinito” non piace: si va su un’isola esotica per vedere la maestosità infinita dell’oceano, lo sguardo che si perde verso l’infinito da una costa bellissima, forse di sabbia finissima, verso uno spazio che non ha confini nel mare più bello del mondo. Ecco, questo a lui non piace. Leggendo si capisce come mai: “La strettoia si declina come prossimità. Le due coste vicine non rappresentano due muri angoscianti, ma piuttosto due interlocutori vicini che si riconoscono reciprocamente, si chiamano, si cercano, alimentando il desiderio e la possibilità del dialogo e dell’incontro verso un futuro sempre possibile”.Condotta da due grandi oratori la discussione affascina, soprattutto chi non sa, ma risuonerà per chi sa. È un pieno, non un vuoto, anche di due effetti che i locali conoscono: la Fata Morgana e la Lupa. Nel prima sullo specchio creato dalla luce sull’acqua dello Stretto compaiono immagini di costruzioni che non esistono, non ci sono, eppure si vedono. La seconda al contrario scontorna il reale, l’esistente, si capisce che deve essere qualcosa come una nebbia che toglie definizione a ciò che c’è.Dunque? Anche per concludere è bene cercare una possibile fine: “Il sole che tramonta su Reggio non è lo stesso che sorge su Messina. Eppure, è lo stesso sole. È questa differenza nella somiglianza che rende possibile lo sguardo reciproco. Non ci si guarda per trovare se stessi riflessi, ma per conoscere l’altro nella sua irriducibile alterità. Il paesaggio dello Stretto insegna che il vedere non è mai un atto solitario: di nuovo, si è visti mentre si guarda. […] Qui, nessuna delle due rive serve all’altra per definirsi. Nessuna si chiude sull’altra per completarsi. L’una esiste in presenza dell’altra. È un respiro alternato: quando una sponda tace, l’altra parla. Questo paesaggio chiama alla responsabilità. Si fonda sul riconoscimento dell’altro non come funzione, ma come volto. Vedere la riva opposta è sapere che da lì si è visti. E questo muta la natura del vedere: non si osserva da lontano, si entra in relazione”.