Lavoro, automazione e dignità umana nella Magnifica Humanitas

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“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”, così si apre Magnifica Humanitas, l’enciclica di Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Un proemio che già rivela il filo conduttore dell’intera enciclica. La questione sociale oggi è diventata radicalmente una questione antropologica, lo aveva affermato nel 2009 nella Caritas in Veritate Benedetto XVI e lo conferma papa Prevost a 135 anni dalla Rerum Novarum con una nuova rivoluzione industriale, quella delle nuove tecnologie e della cosiddetta intelligenza artificiale, che si affaccia sul mondo con opportunità e minacce, e la stessa necessità di oltre un secolo fa: che la persona umana non sia calpestata dai nuovi potenti strumenti dello sviluppo materiale.Corsi e ricorsi storici, parafrasando Giambattista Vico. E c’è una linea che attraversa la storia della Chiesa ogni volta che la modernità cambia pelle: è la linea del discernimento, che significa non il rifiuto (neoluddistico) del nuovo (la Chiesa, saggiamente, non ha mai fatto proprie le teorie sulla decrescita), ma il giudizio sul nuovo alla luce dei valori perenni dell’umanesimo cristiano.“Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire” sottolinea Leone XIV (MH n.3) che ribadisce subito che la Chiesa non condanna le nuove tecnologie, anzi, riconosce che “lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene” (MH, n. 4).Come Leone XIII affrontò la questione operaia nell’età industriale, Leone XIV affronta oggi la questione antropologica nell’età algoritmica, spaziando dalla politica all’economia, dall’educazione alla geopolitica senza dimenticare i pericoli delle nuove dipendenze comportamentali. L’enciclica, infatti, non è una semplice riflessione sull’IA. È un grande testo sul significato del lavoro e della pace, sulla centralità della persona umana, sul concetto di bene comune e sui pericoli della tecnocratizzazione del mondo nella convinzione che “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza” (Romano Guardini).“Il punto critico […] non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace” sottolinea il pontefice, che nel documento prende di mira il transumanesimo e il post-umanesimo, “una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una ‘salvezza’ puramente tecnica” (MH, n.117). Precisamente qui l’umanità è chiamata ad una scelta fra il falso messianesimo tecnologico di Babele e una rinnovata alleanza tra l’uomo e Dio per ridare un senso al progresso e custodire la dignità umana, scongiurando una “corruzione morale del nostro limite creaturale” (MH, n.121) foriera di pericoli.Nel testo si riafferma il magistero di sempre, affermando che il primo diritto umano è “il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto. Quando questo diritto fondamentale viene negato, come accade nell’aborto provocato, nell’uccisione di innocenti e nell’eutanasia, ci si trova davanti a scelte che la Chiesa giudica gravemente illecite.” (MH, n.55)Il cuore teologico del documento emerge con chiarezza nei passaggi dedicati al lavoro umano. Leone XIV recupera qui la tradizione più profonda del magistero sociale cattolico: il lavoro non è soltanto produzione di ricchezza materiale, ma forma di partecipazione alla creazione. Richiamando esplicitamente San Benedetto da Norcia, il papa ricorda che l’uomo “prolunga” l’opera del Creatore attraverso il proprio agire quotidiano. È una prospettiva che rimanda direttamente alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, in cui il papa polacco approfondì la dimensione soggettiva del lavoro, un riferimento decisivo oggi.Quindi l’invito a “fissare criteri sociali per l’innovazione: ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell’occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perché la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione. In secondo luogo, è necessario che politiche attive rendano accessibili a tutti formazione continua e passaggi professionali, senza scaricare sui singoli l’intero costo dell’adattamento alle trasformazioni. Infine, serve una responsabilità d’impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo. Quando queste condizioni sono presenti, l’innovazione può diventare alleata di un lavoro più sicuro, più creativo e più dignitoso; quando mancano, essa tende a trasformarsi in un’accelerazione dell’ingiustizia.” (MH, n.156).Non siamo davanti a una nostalgia del passato industriale. Al contrario, Leone XIV dimostra di comprendere perfettamente la natura della trasformazione in corso. Il problema non è l’innovazione tecnologica in sé. L’enciclica riconosce anzi le potenzialità dell’automazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale nel liberare l’uomo da attività pesanti, ripetitive o pericolose. Ma il papa coglie una contraddizione decisiva del capitalismo digitale contemporaneo, le tecnologie nate per servire l’uomo rischiano sempre più di costringere l’uomo ad adattarsi alla macchina, con il rischio di una dequalificazione del lavoro umano: lavoratori sottoposti a sorveglianza algoritmica, costretti a seguire il ritmo delle piattaforme e progressivamente privati della propria autonomia creativa.L’enciclica appare così come una critica radicale della riduzione dell’uomo. Il Pontefice rifiuta l’idea che l’efficienza possa diventare il criterio assoluto dell’organizzazione sociale. Ed è significativo che il documento individui proprio nella disoccupazione tecnologica una delle grandi emergenze del XXI secolo. Qui ritorna con forza Giovanni Paolo II. Leone XIV cita esplicitamente la definizione wojtyłiana della disoccupazione come “calamità sociale”, ma la colloca dentro il contesto della quarta rivoluzione industriale. L’automazione, osserva il papa, rischia di produrre una società duale: da una parte una ristretta élite altamente specializzata e iper-remunerata; dall’altra una massa crescente di lavoro precario, sottopagato o semplicemente espulso dal ciclo produttivo.L’aspetto più interessante, però, è che l’enciclica non si limita alla denuncia. Magnifica Humanitas prova, infatti, a delineare una antropologia economica adeguata. L’iniziativa imprenditoriale viene riconosciuta positivamente come generatrice di ricchezza e innovazione, ma solo a condizione che consideri la creazione di lavoro dignitoso parte integrante della propria missione. Non si demonizza il profitto, ma si nega che il profitto debba essere l’unico criterio di giudizio. In questo senso, il documento rappresenta una straordinaria attualizzazione della Centesimus Annus: il mercato è utile, persino necessario, ma senza cultura morale produce inevitabilmente nuove esclusioni.Anche il passaggio dedicato alla finanza è particolarmente significativo. L’enciclica denuncia il rischio di un’economia dominata dalla rendita e scollegata dal lavoro reale. La critica alle degenerazioni speculative e alla ‘finanza per la finanza’ riprende chiaramente le intuizioni di Oeconomicae et pecuniariae quaestiones e della Caritas in Veritate. Ma il papa aggiunge un elemento ulteriore: nell’economia algoritmica il capitale può emanciparsi completamente dal lavoro umano, fino a considerarlo marginale. Per questo Leone XIV insiste fra l’altro sulla ‘funzione sociale del credito’ e sulla necessità che la finanza torni a sostenere economia reale, innovazione produttiva e occupazione.Uno dei passaggi importanti dell’enciclica riguarda poi il superamento del Pil come misura esclusiva dello sviluppo. Qui emerge una visione profondamente alternativa rispetto al paradigma economico dominante: la crescita non può essere valutata soltanto in termini quantitativi, ma deve misurarsi sulla dignità del lavoro, sulla riduzione dei divari, sulla sostenibilità ambientale e sulla qualità della convivenza sociale.L’enciclica va a conclusione con un richiamo forte alla Vergine Maria, al suo canto della Speranza: il Magnificat, in cui Dio scalza i potenti dai troni innalzando gli umili. Come Leone XIII parlò al mondo industriale e Giovanni Paolo II al mondo post-totalitario, Leone XIV parla ora alla civiltà algoritmica. E lo fa recuperando il nucleo più profondo della tradizione cristiana: l’uomo non è un prodotto della tecnica, né una variabile dell’economia. È un mistero che nessun algoritmo potrà mai esaurire, custodire tale mistero da vecchie-nuove tentazioni significa custodire davvero la persona umana.