Si avvicina il periodo estivo e arriva il momento della chiusura delle scuole, che comporta forti disagi organizzativi per i genitori che si ritrovano di punto in bianco a dover gestire il tempo dei figli e la loro vita lavorativa. All’interno della vasta categoria dei genitori, esiste però un gruppo di mamme e papà ancora più fragili: sono i genitori di bambini con disabilità, penalizzati dai tanti ostacoli burocratici e assistenziali che Stato, Regioni e Comuni frappongono tra loro e l’assistenza che i figli dovrebbero ricevere nei centri estivi. È sempre più difficile, infatti, per queste famiglie poter iscrivere i loro bambini e ragazzi: Open ne ha parlato con l’avvocato Walter Miceli, esperto in diritto scolastico e vice-presidente della Federazione Osservatorio 182.Le forme di discriminazione indiretta «Il problema è noto: la scuola finisce, i genitori continuano a lavorare, ovviamente, e gli studenti con disabilità si vedono in qualche modo frapporre ostacoli, talvolta insormontabili, alla frequentazione di questi centri estivi». Comincia così il nostro colloquio con l’avvocato Walter Miceli che, con la Federazione Osservatorio 182 di cui è vice-presidente, riunisce molte associazioni che tutelano gli studenti con disabilità ai fini dell’inclusione scolastica tramite iniziative di formazione, ma anche giudiziarie nel caso studenti con disabilità che si vedono ridurre le ore di sostegno. Nell’anno scolastico 2023/2024 gli alunni con disabilità che hanno frequentato le scuole italiane di ogni ordine e grado erano quasi 359mila, il 4,5% del totale degli iscritti, +6% rispetto all’anno precedente: un numero cresciuto del +26% negli ultimi cinque anni. Il 28% di loro ha un problema di autonomia, legato alla difficoltà nello spostarsi, mangiare, andare in bagno o comunicare. Oltre ai problemi raccolti nel corso dell’anno scolastico, ci racconta una prassi capillare di discriminazione indiretta, diffusa anche nelle iscrizioni ai centri estivi.Le richieste illegittime dei centri estiviSarebbero più rari i casi di esclusione a priori degli studenti con disabilità dai centri rispetto a quelli in cui vengono presentate alle famiglie soluzioni più subdole. Diversi gli scenari descritti dall’avvocato Miceli: «Un primo esempio è quando alle famiglie viene chiesto il pagamento di una tariffa aggiuntiva per coprire il costo dell’educatore o di un assistente dedicato, secondo il ragionamento: “Io – ente – non posso garantirne l’incolumità di tuo figlio, quindi ti chiedo di finanziare il costo di un operatore dedicato”». In altri casi, ancora più gravi, «alla famiglia viene richiesto di retribuire integralmente l’educatore professionale privato, arrivando talvolta a richieste esorbitanti dal punto di vista economico, tali da indurre la famiglia sostanzialmente a desistere». Inoltre, non è infrequente «la riduzione del tempo di permanenza all’interno del centro, giustificata spesso dal fatto che l’orario dell’educatore termini alle ore 13. Accade così che molti ragazzi con disabilità rimangano da soli in mensa». Per finire, il caso in cui lo studente venga accettato dal centro estivo, ma la sua frequenza venga posticipata a quando l’educatore a lui dedicato risulti disponibile.L’opinione del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di LEDHANel parere pubblicato dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di LEDHA si legge: «Non accettare l’iscrizione di un bambino o di una bambina con disabilità – o subordinarla alla presenza di assistenza educativa dedicata – per inidoneità degli spazi o del personale […] costituisce una discriminazione sanzionabile ai sensi della legge n. 67 del 2006, dal momento che la causa di esclusione è la disabilità». Per lo stesso principio, qualunque richiesta di un contributo aggiuntivo a carico delle famiglie risulterebbe «discriminatorio e sanzionabile». Si legge inoltre: «Anche nel caso di necessità di un rapporto 1:1, gli enti gestori e i Comuni non possono rifiutare l’iscrizione o limitare la frequenza dello studente, dichiarandosi non in grado». Sarebbero invece tenuti a valutare caso per caso e, in via generale, non dovrebbe mai essere imposto un rapporto 1:1 per la sola presenza di una disabilità. Infine, i bambini e le bambine con disabilità hanno il diritto di poter frequentare il centro estivo sin dal primo giorno, anche nell’attesa dell’assistente di supporto: «È compito degli enti gestori adottare ogni misura e accomodamento ragionevole per garantire da subito la partecipazione dei bambini con disabilità».Assistenza “a rimborso”Esisterebbero anche forme di discriminazione più sottile: «Per esempio la scelta del Comune di adottare il sistema del rimborso. Le famiglie, così, devono prima sostenere di loro tasca le spese dell’operatore, per poi essere rimborsate dai centri estivi quando questi riceveranno i fondi dal Comune». In Italia esiste un sistema misto, con centri estivi comunali o gestiti da cooperative, ma anche oratori della Chiesa, che ricevono finanziamenti pubblici. Il problema è sempre di natura economica: «La legge di bilancio del 2026 ha istituito il fondo per le attività socio-educative a favore dei minori, destinandogli solo 60 milioni di euro annui. Una somma assolutamente insufficiente, essendo destinata non agli studenti con disabilità, ma a tutti gli studenti del Paese. Inoltre, esistono criteri molto stringenti che rendono difficile per i Comuni presentare le domande per accedere al Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza». L’avvocato ha fatto sapere che l’Osservatorio182 ha messo a disposizione un modello di istanza di accomodamento ragionevole, che impone agli enti l’obbligo di adottare modifiche e adattamenti organizzativi, logistici o metodologici per garantire alle persone con disabilità la piena parità di accesso, svolgimento e avanzamento nel lavoro, a patto che non rappresentino un onere sproporzionato.La testimonianza di una mammaL’avvocato Miceli riferisce di almeno 5 casi da lui seguiti e portati inizialmente all’attenzione dell’associazione Vorrei prendere il treno Onlus, che raccontano storie di grande preoccupazione familiare. Questo il messaggio di una famiglia che abita in provincia di Milano: «Sono la mamma di un ragazzo, di quasi 13 anni, autistico grave. Dai primi anni di scuola elementare mio figlio ha sempre frequentato il centro estivo che si tiene nella stessa scuola che frequentava. Il Comune, fino all’estate del 2024, dava l’assistenza educativa di 30 ore alla settimana per un massimo di 5 settimane. Dall’anno scorso ha tagliato notevolmente le ore a quasi tutte le famiglie che ne hanno fatto richiesta, a noi in modo notevole. Da 150 ore nel 2025 ne sono state assegnate a mio figlio solo 55 (3 settimane 1/2 a 3 ore al giorno). Le vacanze estive sono di 13 settimane, mi chiedo questo è il diritto all’inclusione?».La scelta di una famiglia: «Non diciamo che nostro figlio è disabile»Un esempio su tutti però spiegherebbe, secondo l’avvocato Miceli, il livello di mortificazione che spesso le famiglie arrivano a interiorizzare: si tratta del caso di una famiglia che ha riferito di voler nascondere la disabilità del figlio. La convinzione era che ciò l’avrebbe aiutata a risolvere la sua difficile situazione: «Soltanto in questo modo lo accetteranno». In sostanza, riferisce Miceli: «Si arriva a pensare che se si dichiara che lo studente ha una disabilità, dal momento che le strutture dei centri estivi spesso non hanno nemmeno le attrezzature né l’adattamento dei luoghi per evitare problemi di incolumità, è facile che i centri rispondano che non possono accogliere il ragazzo se non con un accompagnatore». L’avvocato mette comunque in guardia dall’accettare queste proposte: «È assolutamente vietato rispondere positivamente a queste proposte, perché in caso di incidente, la responsabilità ricade sulla famiglia che ha nascosto la disabilità alla cooperativa». E ha concluso: «È estremamente doloroso per le famiglie».L'articolo Centri estivi, la beffa per i genitori di bambini con disabilità: tariffe aggiuntive, orari ridotti e inizio delle attività posticipato proviene da Open.