Quanti anni ha Elisa? D’aspetto si direbbe una cinquantina, portati non benissimo, di maturità 40 di meno, di mentalità due secoli di più. Fa quasi tenerezza in quella spocchietta ottocentesca di chi vuol redimere il mondo, roba che a Leopardi, che era Leopardi, non passava per la testa, il suo Zibaldone era un mirabile sterminato esercizio di scetticismo per le umane genti. Ma Giacomo era istintivamente liberale, poeta, erudito, classista, deforme, viziato, figlio di nobili, incazzato, sentimentale, marchigiano e “gobbo fottuto” come lo chiamavano quelle carogne grette dei recanatesi; i presunti e presuntuosi emuli invece sono viziati e basta, comunistelli con l’occhio al fatturato. Difatti eccola Elisa che per lanciare un concerto, un disco, una carriera sfilacciata a forza di traumi e scelte sbagliate, lei voleva emanciparsi dalla burattinaia Caterina Caselli ma avrebbe dovuto farlo da se stessa, eccola che torna a predicare per la salvezza dei popoli, ma solo alcuni, coprendosi di ridicolo come ai bei tempi della frignata gnegnegne con broncio incorporato per la Flotilla, roba che Sandra Milo con “Ciro Ciro” era più vera. “Ah, ho avuto la mia prima shitstorm”, che sarebbe lo sputtanamento, olè, e ci senti la vanità della influencer mai cresciuta, anche masochista, ma pur che se ne parli.L’intervista promozionale a Repubblica, what else, è il solito campionario di stupidario woke, non ne manca una, neanche il concetto di festa ecocompatibile che vuol dir niente ma suona bene alle orecchie stolide insieme allo yoga (lo yoga mentre senti un concerto?), lo spazio famiglie, come all’asilo, il combustibile ecosostenibile per lottare contro i cambiamenti climatici. Pensare che pareva normale, questa. Un po’ come i Pearl Jam, campioni mondiali dei pesi massimi di politicamente corretto, che girano il mondo coi jet privati e alla fine del tour “regalano” centomila dollari come risarcimento per le emissioni. E siccome fanno in modo che tutti subito lo sappiano, tutti, subito, a bocca aperta che fanno oooh, che sensibilità, che sostenibilità. Elisa esige l’impegno che porta consapevolezza e quindi vittimismo da lungi – “Manifesto per Gaza e mi tolgono i finanziamenti” – e quindi la promozione. Ma c’è pure una solida fetta di presunzione squisitamente immatura e intellettualmente, culturalmente approssimativa. Del resto se questa si sente di predicare agli infedeli, potremo bene noi predicare agli inconsapevoli?Elisa l’impegno lo concepisce come all’assemblea d’istituto, frii palestai, il resto e tragico resto non la sfiora e sì che di faccende drammatiche da discutere, da denunciare in confezione possibilmente lirica non ne mancano dalla spersonalizzazione del lavoro all’artificializzazione dell’intelligenza (il nostro Barista ne ha fatto una sintesi impeccabile), dalla degenerazione dell’informazione alla disumanizzazione dei rapporti di classe fino alla penetrazione islamista in funzione eversiva, per buttar giù solo le prime. E questa viene a parlarci della Flotilla? All’insegna di un millantato impegno vacuo, verboso? Certo Flotilla è la via più facile per agitarsi, per dar segni di vita, ma non una via felice: abbiamo poco tempo da dedicare a stagionatelle cantanti in caccia di seconde occasioni, ma se Elisa vuole qualche minuto glielo troviamo per informarla su una cinquantina di flotilleri pesantemente compromessi con Hamas, coi Fratelli Musulmani, e non c’è bisogno di ricordarle di cosa sono capaci. Almeno non nascondessero certe attitudini, certe insofferenze, più o meno rozze, dietro il paravento del parastato spettacolistico che c’era già ai tempi di Maarcabrù, questa è gente che canta sempre per un padrone. Quel tale, somigliante a Fred Flinestone, conosciuto da pochissimi nel giro indie che sarebbe sfigato, che vaneggia di cancri veneziani siccome non ha sfondato l’islamismo piddino di conquista del quale il commissario politico Bersani dice: se non ve lo siete ingoiato stavolta, vi toccherà la prossima. Meno di un mese fa aveva accusato di essere tutti venduti, anche quelli del concertone cigiellino, tutti meno lui, unico a tener dritta l’asta lunga, alla cinese, della bandiera della musica di qualità, musica rivoluzionaria. Ma questo Pierpaolo Capovilla chi bazzica la musica dei pochissimi lo conosce come un consunto esaltato dalle mille sparate, direttore di un “Teatro degli orrori” che metteva paura, sì, ma per l’efferata propensione al luogo comune, alla tonante invettiva da antiquariato pasoliniano. La presunzione straziante degli ultracomunisti di ultranicchia!Elisa spaccia la stessa merce, solo col musetto offeso della flotillera da concertino. E fa le pulci a De Gregori, detto “il Principe”. Ma De Gregori, capace di alcune pagine memorabili, quando manda a dire al Boss degli ipocriti, una specie di Benigni americano, di starsene zitto, di pensare a suonare, sa di che parla, è stato cantautore impegnato, schierato, a volte al limite di certo qualunquismo, salvo sperimentare negli anni della contestazione più vile e violenta la bassezza malavitosa del Movimento, degli Autonomi che non lo facevano esibire, che volevano entrare gratis, cioè rubare, ed erano pronti a menarlo sul palco. Per dire che ha sperimentato i massimalismi di cartone, gli opportunismi cialtroneschi di stampo terroristico uscendone scottato, disilluso. Un altro ad avere attraversato le stagioni della libertà condizionata dal capitalcomunismo tecnocratico delle Feste dell’Unità e dell’ARCI, del giro culturalegemonico propagandistico del PCI è Bennato, anche lui critico verso certa petulanza velleitaria. Finardi è un altro della “musica ribelle” ma non gli bastava a scampare l’aggressione al Re Nudo di Parco Lambro, prima che Elisa nascesse. ha fatto l’anno scorso un disco molto bello, molto sincero, in cui cerca di salvare il salvabile: sono cresciuto nella bambagia in certi valori, non posso rinnegarli, ma mi hanno deluso, la realtà è più complicata di uno slogan. A 70 anni, come ad ammettere lo sbando di una vita, nobilitato dalla senilitas. Perfino il più compagno di tutti, Guccini, quello dell’eskimo, a 85 primavere passa la mano, non gli interessa più la rivoluzione dei menestrelli che se va bene cambiano solo il loto conto in banca.Non per forza che chi canta debba metterla sulla perennità preindustriale di Sal da Vinci, ma anche questo cipiglio da semicolti, da analfabeti politici e culturali che pretendono di dettare la linea! Le vecchie abitudini sono dure a morire, specie se rendono, ma il prezzo è ritrovarsi nella bolgia degli ipocriti insopportabili, gli Sting, i Bono Vox, i Boss, tutta gente che, in deficit di poesia, compensa con le prediche. Tra una visita e l’altra nelle isole della gioia di Epstein, a volte. Di John Lennon, Paul McCartney ha detto: si atteggiava a eroe della classe operaia ma era il meno proletario di tutti. L’istinto classista non l’ha mai perso, chiamava la stampa per farsi riprendere avvinghiato a letto con quella giapponese marxista che gli aveva spappolato il cervello, in segno di protesta contro il Vietnam, ma poi ordinava alla cameriera di rifargli bene il letto. E nessuno ha mai salvato il mondo con le filastrocche, “Imagine”, l’inno dei Flotilla, delle professoresse democratiche che abbracciano chi le scanna e di tutti i farisei di Manhattan, resta la canzonetta più stupida nella vastità sovrannaturale delle sette note con le sue visioni all’insegna di un sincretismo cretino, di un marxismo immaginario, infantile cantato da un miliardario.Quanti anni hai, Elisa? Non avrai più il successo della gioventù e ti prepari, sai che risultato, a diventare la nuova Mannoia, a ricevere il testimone sulla pista della musica più petulante e, diciamolo pure, mortalmente noiosa.Max Del Papa, 30 maggio 2026L'articolo Flotilla e vittimismo: Elisa ricicla Gaza per vendere il tour proviene da Nicolaporro.it.