L’Unione Europea aveva fissato una data precisa. Una di quelle che perfino gli studenti ricordano la sera prima dell’esame. Il 7 maggio 2026. Entro quel giorno gli Stati membri avrebbero dovuto recepire la Direttiva anti-SLAPP-Strategic Lawsuits Against Public Participation (Tradotto: azioni giudiziarie strategiche contro la partecipazione pubblica), la norma nata per proteggere giornalisti, attivisti e cittadini dalle querele usate come arma di intimidazione.Ma cosa sono in concreto queste azioni giudiziarie strategiche? Sono cause civili o querele penali il più delle volte intentate non per vincere realmente in tribunale, ma per intimidire giornalisti, scrittori, attivisti, ricercatori, associazioni o cittadini che abbiano reso pubblici fatti di interesse generale suscettibili di arrecare danno reputazionale a soggetti pubblici o privati.Bruxelles aveva acceso il semaforo verde due anni prima. Tempo abbondante. Tempo sufficiente. Tempo europeo, addirittura.Eppure a Roma il cronometro sembra essersi fermato. O forse è stato impugnato. Perché mentre l’Europa cercava di limitare le cause usate come manganelli giudiziari, il governo italiano è riuscito nell’impresa di mancare una scadenza annunciata da mesi.Non un fulmine a ciel sereno. Non un evento imprevedibile. Non l’eruzione improvvisa del Vesuvio. Una semplice data sul calendario. Ma evidentemente le date europee hanno il difetto di arrivare sempre quando nessuno le aspetta.Così la direttiva che introduce strumenti per l’archiviazione anticipata delle azioni manifestamente abusive, resta ancora sulla banchina mentre il treno europeo è già partito da un pezzo. E pensare che l’Italia non è esattamente un Paese estraneo al fenomeno. Da anni giornalisti e cronisti raccontano di richieste di risarcimento astronomiche, querele seriali e processi che durano più delle legislature.Il meccanismo è semplice. Non serve vincere. Basta far paura. Basta costringere chi scrive a pagare avvocati, perdere tempo e vivere nell’incertezza. Una tecnica raffinata. Quasi artigianale. Altro che censura. Qui si usa la burocrazia. Più elegante. Più moderna. Più presentabile.La direttiva europea nasce proprio per contrastare questo sistema. Ma in Italia il dibattito sembra essersi trasformato nella classica partita del rinvio. Domani. La prossima settimana. Dopo l’estate. Dopo la finanziaria. Dopo qualcosa. Sempre dopo.Nel frattempo il governo assicura attenzione. Le associazioni chiedono interventi. I cronisti attendono. E il calendario continua a fare il suo lavoro con ostinata puntualità. Una qualità che evidentemente non tutti apprezzano.Ma il recepimento della direttiva non sarà indolore. Alcuni aspetti dell’attuale disciplina italiana della stampa e della diffamazione dovranno inevitabilmente confrontarsi con la nuova impostazione europea. Il conflitto maggiore riguarderà tre punti. Il primo nodo riguarda il rapporto tra diffamazione e libertà. La tradizione giuridica italiana tutela ampiamente il diritto di querelare. La direttiva europea punta invece a impedire che tale diritto venga trasformato in uno strumento intimidatorio contro chi esercita il diritto di cronaca.Il secondo punto riguarda invece le “Domande risarcitorie milionarie”. In Italia è frequente chiedere centinaia di migliaia o milioni di euro. La direttiva UE considera espressamente queste richieste un possibile indice di abuso processuale.Terzo punto finale da considerare verte a sua volta sulle “Querele Nazionali”. La direttiva europea copre formalmente soprattutto i casi transfrontalieri. Ma oltre il 90% delle querele temerarie italiane è interno al territorio nazionale. Per questo molte associazioni dovranno chiedere al Governo di estendere le tutele previste in sede Comunitaria anche alle cause nazionali.C’è da evidenziare, infine, un dettaglio curioso. La maggioranza che ama presentarsi come paladina della sovranità nazionale, rischia ora di essere richiamata con una procedura d’infrazione per mancata applicazione della norma UE proprio da quell’Europa che spesso accusa di interferire negli affari nazionali. Un po’ come l’arbitro che ammonisce le squadre in campo per perdita di tempo e poi sparisce negli spogliatoi lasciando la partita calcistica sospesa.Certo, recepire una direttiva non significa risolvere tutti i problemi della libertà di stampa. Ma ignorarla certamente non aiuta. E così la Legge Daphne, come anche viene definita la direttiva anti-SLAPP, spesso associata al nome di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese assassinata nel 2017 dopo anni di intimidazioni e pressioni giudiziarie, resta sospesa in una terra di mezzo tutta italiana. Approvata a Bruxelles. Attesa nelle redazioni. Smarrita nei corridoi della politica. Forse arriverà. Magari presto. Magari accompagnata da solenni dichiarazioni sulla centralità dell’informazione libera.In teoria la direttiva serve a impedire che il processo diventi una punizione per chi racconta fatti veri e scomodi. In pratica, in Italia, la direttiva è diventata la dimostrazione che esistono ancora argomenti capaci di rallentare perfino la macchina della politica.Le querele-bavaglio fanno paura ai giornalisti. La legge che dovrebbe limitarle sembra invece creare qualche imbarazzo nei palazzi del potere. E questa, più che una conclusione, è già una notizia. (Pier Francesco Corso)