di Giuseppe Gagliano – “The Gutul Case. Anatomy of Political Persecution”, attribuito a Evghenia Gutul, governatrice della Gagauzia, non è un libro ordinario di memorie politiche. È, almeno nella sua intenzione dichiarata, un atto d’accusa, un memoriale difensivo, una confessione civile e insieme un documento di propaganda politica nel senso più antico del termine: non la manipolazione grossolana del consenso, ma il tentativo di trasformare una vicenda personale in una questione pubblica. L’edizione digitale in lingua inglese disponibile nel fascicolo consultato non indica chiaramente un editore commerciale nelle pagine iniziali; la pubblicazione è stata presentata come raccolta di trenta lettere scritte durante la detenzione e resa disponibile gratuitamente in inglese, turco e russo.Il titolo è già un programma: “The Gutul Case. Anatomy of Political Persecution”. Non “la storia di Evghenia Gutul”, non “le mie prigioni”, non “la mia verità”, ma “il caso”. La scelta sposta subito il centro del discorso. Gutul non vuole apparire soltanto come vittima individuale, ma come sintomo di una crisi più ampia: quella di una Moldova sospesa tra integrazione europea, conflitto interno, questione delle minoranze, pressione geopolitica russa, fragilità economica e uso politico della giustizia.Il libro si apre con una immagine potente, quasi brutale nella sua semplicità: un volto femminile coperto da mani gialle. Il giallo, nella narrazione dell’autrice, richiama il colore del Partito Azione e Solidarietà, il partito della presidente Maia Sandu. La copertina non chiede neutralità. Dice al lettore fin dall’inizio che il volume nasce da una ferita, da una denuncia, da un’accusa frontale. E proprio qui sta il primo elemento da cogliere: questo non è un testo da leggere come un rapporto indipendente, ma come un documento politico in prima persona. La sua forza non consiste nella distanza, ma nella partecipazione. La sua debolezza, inevitabilmente, è la stessa: tutto passa attraverso lo sguardo dell’accusata.Gutul costruisce il libro come una sequenza di lettere. Scrive al padre, alla madre, ai figli, al marito, agli avvocati, a Ilan Shor, a Vladimir Putin, al popolo gagauzo, a Maia Sandu, al Parlamento europeo, ai giornalisti indipendenti, a se stessa nel futuro. Questa struttura epistolare permette una continua oscillazione tra intimo e politico. Il lettore passa dalla cucina materna alla cella, dai ricordi d’infanzia alle accuse di violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalle strade della Gagauzia ai corridoi della giustizia moldava.Nel prologo Gutul afferma di trovarsi nel carcere numero 13 di Chisinau e di essere stata condannata a sette anni in un procedimento che definisce fabbricato. Racconta di essere nata a Etulia, nella Gagauzia meridionale, di aver studiato legge all’Università statale della Moldova e di essere passata da semplice impiegata a governatrice della regione autonoma. Il libro, spiega, non sarebbe né una confessione né una memoria tradizionale, ma la prova che non è stata spezzata.Qui il tono è volutamente elementare, quasi evangelico: una donna, due figli, una terra, una lingua, una minoranza, un potere centrale che non tollera il dissenso. La narrazione non cerca l’ambiguità. Cerca la chiarezza morale. Da una parte chi difende il popolo, dall’altra chi reprime. Da una parte la Gagauzia, dall’altra Chisinau. Da una parte la memoria, dall’altra la macchina dello Stato. È una semplificazione? Certamente. Ma è anche il modo in cui molti conflitti politici diventano comprensibili alle comunità che li vivono.La parte più interessante del volume non è quella strettamente giudiziaria, ma quella identitaria. Gutul ricorda al lettore che la Gagauzia è una piccola autonomia nel sud della Moldavia, abitata da circa 155mila persone, i gagauzi: popolazione turcofona e cristiana ortodossa, con una propria lingua, una propria memoria e una storia segnata dal compromesso del 1994, quando l’autonomia venne riconosciuta per evitare un conflitto armato. La regione ha un’Assemblea popolare e un governatore, il Baskan, che per legge dovrebbe essere membro del governo moldavo.Secondo Gutul, la sua elezione nel maggio 2023, con oltre il 52 per cento dei voti, avrebbe innescato la reazione del potere centrale. La presidente Sandu avrebbe rifiutato di includerla nel governo, nonostante la previsione normativa. Poi, nel 2024, il referendum nel quale il 94,84 per cento dei gagauzi avrebbe votato contro l’integrazione europea avrebbe trasformato la regione in un’anomalia politica da correggere. Il punto centrale è formulato con una domanda che attraversa tutto il libro: che cosa accade a una minoranza quando vota nel modo “sbagliato”?Questa è la domanda più seria del volume. Non riguarda solo la Moldova. Riguarda l’Europa intera. Perché l’Unione europea ama presentarsi come spazio di tutela delle minoranze, del pluralismo, delle autonomie locali, della legalità costituzionale. Ma quando una minoranza, per ragioni storiche, linguistiche, economiche o geopolitiche, rifiuta la linea dominante dell’integrazione euro-atlantica, la tolleranza liberale viene messa alla prova. Il caso gagauzo, nella lettura di Gutul, diventa così una crepa nel racconto europeo della Moldova.Il nucleo più duro del libro è l’“anatomia della persecuzione politica”. Qui Gutul elenca due procedimenti penali: il primo relativo al presunto finanziamento illegale del Partito Shor tra il 2019 e il 2022, il secondo relativo al presunto finanziamento illegale della sua campagna elettorale del 2023. Secondo l’autrice, il secondo caso sarebbe stato tenuto in riserva e usato come strumento di pressione al momento opportuno, in particolare al suo fermo all’aeroporto di Chisinau nel marzo 2025.Le accuse sono presentate dall’autrice come prive di base concreta: mancanza di prova di un gruppo criminale organizzato, genericità dell’imputazione, rigetto sistematico delle prove difensive, rifiuto di ascoltare oltre 170 testimoni, decisioni giudiziarie non motivate, difficoltà di partecipare realmente al processo da remoto, impossibilità di comunicare in modo riservato con i propri avvocati, uso di intercettazioni su 69 telefoni senza adeguata autorizzazione giudiziaria.Qui il libro diventa interessante anche per chi non condivide la linea politica di Gutul. Perché il tema non è se Gutul sia simpatica o antipatica, filorussa o no, vicina a Ilan Shor o meno. Il tema è un altro: lo Stato di diritto vale anche per i nemici politici? Vale per le figure scomode? Vale per le minoranze che disturbano il progetto geopolitico dominante? Se la risposta è no, allora la democrazia si riduce a una procedura per legittimare chi ha già vinto.Naturalmente, la recensione deve mantenere una cautela essenziale: il libro offre la versione dell’autrice e della sua difesa. Non può essere scambiato per una sentenza terza. Ma proprio per questo ha valore documentario. È la voce di chi si considera perseguitato e che organizza la propria difesa davanti all’opinione pubblica internazionale, sapendo che il tribunale più importante, ormai, non è sempre quello dell’aula giudiziaria, ma quello della percezione globale.Un altro elemento forte del volume è l’intreccio tra politica e povertà. Gutul insiste sul fatto che la Moldova non è solo un laboratorio geopolitico, ma uno spazio sociale devastato dall’emigrazione, dall’aumento dei prezzi, dalla debolezza delle pensioni, dal declino produttivo. Nella lettera al Parlamento europeo, il libro parla di un Paese poverissimo, di pensioni medie da circa 2.800 lei, di inflazione, debito pubblico, agricoltori in difficoltà, chiusura di mezzi di comunicazione e tagli al bilancio della Gagauzia.Questa dimensione geoeconomica è decisiva. La Gagauzia non appare soltanto come una minoranza culturale, ma come una periferia sociale. È il luogo in cui l’integrazione europea, invece di presentarsi come promessa concreta di benessere, viene percepita da una parte della popolazione come linguaggio delle élite urbane, dei donatori occidentali, delle riforme imposte dall’alto. Il dissenso gagauzo non nasce solo da Mosca. Nasce anche da pensioni insufficienti, strade rotte, villaggi svuotati, famiglie emigrate, paura di perdere lingua e identità.È qui che il libro tocca un nervo scoperto: l’Europa orientale post-sovietica non vive la geopolitica come un dibattito accademico. La vive come prezzo del gas, salario, pensione, scuola, lingua, televisione chiusa, figlio emigrato. Quando Gutul racconta i pensionati, i bambini, le strade, i villaggi, non sta solo facendo retorica sociale. Sta spiegando perché una regione può votare contro la traiettoria ufficiale dello Stato senza per questo sentirsi traditrice della patria.Il rapporto con la Russia attraversa il libro come una presenza evidente. Gutul scrive a Vladimir Putin, ricorda la scelta della Gagauzia, denuncia la punizione del dissenso e invoca un orizzonte alternativo a quello imposto da Chisinau. Questo è l’aspetto più delicato. Per i sostenitori della linea governativa moldava, il caso Gutul si inserisce nel più ampio tentativo russo di condizionare la politica moldava, frenare l’integrazione europea e usare le minoranze come leve di pressione. Per Gutul, invece, è il potere centrale moldavo a usare l’accusa di filorussismo per criminalizzare un’intera regione.La verità politica, come spesso accade, sta nel conflitto fra questi due piani. La Russia ha certamente interesse a mantenere influenza in Moldova, soprattutto in un momento in cui la guerra in Ucraina ha reso il Mar Nero, la Transnistria, il Caucaso e i Balcani spazi comunicanti della stessa contesa strategica. Ma sarebbe ingenuo pensare che ogni forma di dissenso moldavo sia fabbricata a Mosca. Le minoranze non sono pedine mute: hanno memorie, paure, interessi, risentimenti, classi dirigenti locali, reti economiche, chiese, media, famiglie transnazionali.Il libro di Gutul va letto dentro questa ambiguità. È insieme testimonianza personale, arma politica, appello internazionale e tassello della battaglia narrativa sulla Moldova. Chi lo legge deve evitare due errori opposti: prenderlo come verità assoluta o liquidarlo come semplice strumento di influenza. In entrambi i casi si perderebbe l’essenziale: la crisi di una democrazia periferica sotto pressione, dove la giustizia, l’informazione e l’identità diventano campi di battaglia.Dal punto di vista letterario, il libro è diseguale ma efficace. Le lettere al padre e alla madre sono costruite su registri emotivi molto forti: il rimorso per una telefonata non richiamata, la cucina di casa, le mani della madre, i figli, il marito, la paura di essere dimenticata. A tratti il tono può apparire eccessivo, ma sarebbe un errore leggerlo con freddezza notarile. Gutul vuole produrre identificazione. Vuole che il lettore non veda una funzionaria accusata di reati finanziari, ma una madre separata dai figli, una figlia che non ha salutato abbastanza il padre, una donna che scrive da una cella.Le lettere politiche, invece, hanno il passo dell’arringa. La struttura è spesso binaria: valori europei dichiarati contro prassi repressive, autonomia riconosciuta contro centralizzazione, giustizia contro vendetta, informazione contro censura. La prosa non cerca la complessità stilistica, ma l’accumulo: fatti, date, accuse, nomi, episodi, numeri. È una scrittura da dossier emotivo. Non vuole soltanto convincere; vuole inchiodare.“The Gutul Case” ha un valore che va oltre la vicenda personale della sua autrice. È un libro che segnala l’apertura di un nuovo fronte nella guerra politica dell’Europa orientale: quello delle autonomie interne, delle minoranze identitarie e della legittimità democratica. Se la Moldova prosegue il suo cammino verso l’Unione europea, dovrà dimostrare che l’europeismo non è soltanto allineamento geopolitico, ma anche capacità di tollerare il dissenso interno. Se non lo farà, offrirà ai suoi avversari l’argomento più potente: l’idea che i valori europei valgano solo per chi obbedisce.Dal punto di vista militare e strategico, la Gagauzia non è un dettaglio folkloristico. Si trova in un Paese confinante con l’Ucraina, vicino alla regione separatista della Transnistria, in uno spazio dove Russia, Unione europea, Romania, Turchia e Stati Uniti osservano ogni movimento. Una crisi politica interna può diventare rapidamente questione di sicurezza regionale. Non servono carri armati per destabilizzare un Paese fragile: bastano un processo percepito come politico, una minoranza che si sente accerchiata, un governo che risponde con la forza amministrativa, una potenza esterna pronta a presentarsi come protettrice.Il libro di Evghenia Gutul non è neutrale, e non vuole esserlo. È un atto di difesa, una denuncia, una costruzione politica di sé. Ma proprio per questo merita attenzione. Perché racconta, dall’interno di una parte in causa, la frattura profonda della Moldova contemporanea: tra centro e periferia, tra europeismo e sovranità, tra giustizia e uso politico del diritto, tra minoranza e Stato nazionale, tra povertà sociale e grandi strategie internazionali.Il lettore prudente non dovrà accettare tutto senza verifica. Dovrà distinguere tra fatto, interpretazione e retorica. Ma non potrà ignorare la domanda che il libro pone: quando una democrazia punisce una comunità perché vota contro la direzione voluta dal potere centrale, resta ancora una democrazia piena o diventa una democrazia disciplinare?The Gutul Case è dunque un libro da leggere non soltanto per capire Evghenia Gutul, ma per capire la Moldova come frontiera nervosa d’Europa. Una frontiera dove le parole più nobili, cioè democrazia, valori europei, Stato di diritto, lotta alla corruzione, possono diventare strumenti di emancipazione oppure armi di esclusione. La differenza, come sempre, la fanno i fatti. E i fatti, quando riguardano una donna eletta, una minoranza storica e sette anni di carcere, non possono essere archiviati come una questione locale.