Il Diavolo Veste Prada 2 – recensione

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Un ritorno a 20 anni di distanza per un secondo capitolo carico di buone idee, manterrà fede alla fama del suo predecessore?  La vita è cambiata negli ultimi 20 anni, è cambiata nella politica, nella società, nella moda e anche nel lavoro, in particolare se il vostro lavoro è il giornalista. Lo sa bene l’autore che vi scrive così come lo sa bene Andy Sachs, ormai cresciuta e affermatasi come giornalista d’inchiesta di successo, ma nella nostra epoca i meriti non valgono e quindi proprio mentre viene premiata per la qualità del suo lavoro riceve per messaggio la comunicazione del suo licenziamento, a causa del motivo più banale e brutale: mancanza di budget. Andy non ci sta e attacca dal palco della premiazione non solo la sua ex azienda ma l’intero mercato del lavoro odierno accusando le aziende di mettere il profitto davanti a tutto sacrificando sull’altare del dio denaro talenti, qualità e letteralmente le vite delle persone, che vengono private della libertà di compiere scelte che un tempo erano normali come comprare una casa o fare un figlio poiché perennemente precarie e senza possibilità di raggiungere una parvenza di stabilità. Non certo gli argomenti che mi aspettavo andando in sala a vedere Il Diavolo veste Prada 2! Questo però è solo l’incipit della storia, che da qui prende la sua strada, facendo incrociare nuovamente Andy e la redazione dell’iconica rivista Runway e della sua direttrice Miranda Priestley. E fino a metà film le tematiche iniziali sembrano anche evolversi, declinandosi più approfonditamente nel settore giornalistico e toccando i veri trend della comunicazione contemporanea, svuotata di un’anima e riempita di metriche social che dettano dura legge su quale contenuto sia più o meno meritevole di essere pubblicato anche su una rivista cartacea (se ancora ne esistono!). La seconda metà di film, però, sposta l’attenzione su un nuovo argomento, limitrofo a quanto raccontato finora ma comunque diverso portando ad una conclusione che sembra lasciare senza un vero finale alcune delle linee narrative aperte all’inizio. Il Diavolo veste Prada 2 resta quindi un film semplice, prevedibile che non annoia mai ma è lontano da brillare. Un film che non osa veramente quanto avrebbe potuto, spingendo l’acceleratore su quei temi che sorprendono inizialmente ma finiscono poi per essere abbandondati a favore della storia privata della nostra protagonista, quasi seguendo in sceneggiatura la stessa analisi che Miranda fa a Andy nel film parlando di come l’egoismo guidi tutti nel mondo del lavoro, anche chi pensa di esserne esente e se lo racconta. Non è però un film da buttare. Intrattiene e scorre puntando quasi tutto su quello che è il vero punto di forza del film: il cast stellare tornato insieme dopo vent’anni e l’effetto nostalgia. Gli attori sono felici di rientrare nei panni dei loro personaggi e si vede, traspare dalle loro interpretazioni. Si divertono, sembra quasi non vedessero l’ora di farlo e di conseguenza funzionano molto bene. Una cosa che sorprende poco considerando la qualità messa in campo solo dal quartetto principale: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci sono nomi che parlano da soli. Un peccato, dunque, perché con questi ingredienti e un’attenzione maggiore per la sceneggiatura questo sequel poteva essere molto di più di un’operazione commerciale, poteva essere un’interessantissima sorpresa che al momento è riuscita a metà ma che già promette la possibilità di tornare a visitare la redazione di Runway in futuro quindi…mai dire mai!