A qualcuno potrà suonare strano. La Cina, che con la religione cattolica e la Chiesa ha sempre avuto un rapporto a dir poco conflittuale, fa suo il messaggio di Leone XIV che impregna la prima enciclica del pontefice, pubblicata pochi giorni fa. Come a dire, Pechino sta cercando di scrivere una nuova pagina del diritto del lavoro nell’era dell’Intelligenza Artificiale: non frenare l’adozione dell’IA, considerata decisiva per la modernizzazione industriale e la competizione tecnologica globale, ma impedire che diventi una scorciatoia per licenziare, tagliare salari e scaricare sui lavoratori i costi della trasformazione. In tre parole, uomo al centro.Il segnale politico è arrivato dall’alto. La scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.Ora, da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale cinese ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’IA. Alle aziende viene chiesto di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici.La questione si inserisce in una cornice giuridica già protettiva. In Cina i licenziamenti collettivi e le riduzioni di personale sono sottoposti a vincoli procedurali, consultazioni e controlli, e la legge sui contratti di lavoro limita la possibilità per il datore di lavoro di risolvere unilateralmente il rapporto. L’arrivo dell’IA sta però creando un nuovo terreno di scontro: stabilire se l’automazione possa essere considerata un cambiamento oggettivo delle condizioni di lavoro o se, al contrario, resti una scelta imprenditoriale che non cancella gli obblighi verso il dipendente.Una direzione coerente con la tradizionale priorità della leadership cinese: difendere la stabilità sociale. L’IA può aumentare la produttività, ma rischia di aggravare tensioni già presenti nel mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione urbana tra i giovani fra 16 e 24 anni, esclusi gli studenti, era al 16,3% ad aprile. Milioni di laureati competono ogni anno per un numero limitato di posti qualificati, mentre molte aziende sono sempre meno propense ad assumere personale inesperto. Il nodo è proprio l’ingresso nel mercato del lavoro. Alcuni responsabili delle risorse umane di società tecnologiche cinesi spiegano in tal senso di avere già ridotto gli organici nelle funzioni in cui l’Ia si è dimostrata più efficace. In altri casi stanno ridisegnando le mansioni, lasciando ai sistemi automatici le attività semplici e ripetitive e spostando i dipendenti verso compiti più complessi, relazionali o a contatto con i clienti. Insomma, l’IA fa paura anche alla Cina.