Patrimoniale e tassa extraprofitti: gli autogol di Schlein e Landini

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La segretaria del Pd Elly Schlein ha rilanciato con forza la sua battaglia per una tassazione sui grandi patrimoni, dichiarando di essere «sempre stata favorevole» a introdurla a livello europeo e precisando che «non può essere un tabù capire come fare a livello europeo ad introdurre una tassazione sui miliardari». Una proposta che, nelle sue parole, riguarderebbe «l’1%, forse anche meno, della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99%». Linguaggio da comizio, non da proposta di governo. E i numeri, purtroppo per lei, non reggono all’analisi.La cornice europea non basta a salvare la patrimonialeSchlein cerca di schivare l’accusa di voler introdurre una tassa punitiva a livello nazionale agganciandosi al dibattito europeo e internazionale, citando le proposte avanzate in sede G20 durante la presidenza brasiliana e i report dell’Osservatorio Fiscale Europeo di Gabriel Zucman. La cornice globale serve a dare credibilità a una proposta che, applicata solo in Italia, si smonta da sola.E lei lo sa, tant’è che ammette come su questo «ci sono posizioni diverse» persino dentro la sua coalizione. L’Alleanza Verdi-Sinistra la vuole subito e senza mezze misure, il Movimento 5 Stelle frena per non alienarsi l’elettorato delle partite IVA e del ceto medio. Renzi, inutile dirlo, non ne vuole sentire parlare. Il risultato è che lanciare il tema «in vista del tavolo di coalizione dopo l’estate», come ha fatto la segretaria del Nazareno, assomiglia più a un test sui rapporti di forza interni che a una proposta seria di politica fiscale.I numeri della patrimoniale: il gettito reale è molto meno di quello teoricoProviamo a fare i conti. In Italia ci sono circa 70 miliardi nella disponibilità di individui con patrimoni superiori al miliardo di dollari. Una tassa del 2% su questa platea genererebbe teoricamente circa 4,5-5 miliardi di euro l’anno. Se si allargasse la platea allo 0,1% più ricco, cioè a chi ha un patrimonio netto superiore a 5,4 milioni di euro (circa 50.000 italiani), i modelli stimano un gettito teorico fino a 15 miliardi annui. Numeri che sulla carta sembrano convincenti, ma che nella realtà vengono dimezzati – o peggio – dalle reazioni comportamentali che una simile misura inevitabilmente innesca.La storia insegna, e lo insegna bene. La Francia ha introdotto l’ISF, l’imposta di solidarietà sul patrimonio, e ha assistito a una fuga di capitali e residenti fiscali verso Svizzera, Belgio e Regno Unito così sistematica che Macron ha finito per abolirla. I grandi patrimoni sono raramente liquidi: sono fatti di quote societarie, pacchetti azionari, trust, holding. Spostare la struttura di controllo all’estero è relativamente semplice per chi ha risorse e consulenti adeguati. Il gettito reale, al netto delle elusioni, dei cambi di residenza e del rallentamento economico conseguente, si riduce strutturalmente tra il 40% e il 60% rispetto alle stime teoriche, con una tendenza a decrescere nel tempo. Chi vuole tassare i ricchi finisce spesso per tassare un vuoto.C’è poi il problema della doppia tassazione. L’Italia dispone già di una serie di imposte patrimoniali settoriali: l’IMU sulle seconde case, l’imposta di bollo sui conti correnti e sui dossier titoli allo 0,2%, l’Ivafe sui prodotti finanziari detenuti all’estero. Una nuova patrimoniale si sovrapporrebbe a queste, aprendo la strada a contenziosi legali e costituzionali che costerebbero allo Stato più di quanto incasserebbe.La Cgil e il “contributo di solidarietà”: 26 miliardi l’anno di sogniLa proposta di Schlein non nasce nel vuoto: trova una sponda politica e sindacale ben precisa. Dietro lo slogan del “contributo di solidarietà” rilanciato dalla Cgil si nasconde una patrimoniale da circa 26 miliardi l’anno, costruita attorno a un prelievo dell’1-1,3% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, rivolta a circa 500mila contribuenti. Maurizio Landini ha spiegato senza troppi giri di parole che «chiediamo un contributo dell’1% ai più ricchi».Accanto a questa proposta si muove la campagna di iniziativa popolare “1% Equo”, sostenuta dall’area della sinistra radicale, che immagina aliquote progressive fino al 3,5% sui grandi patrimoni e una revisione della tassa di successione, con un gettito teorico stimato dai promotori in oltre 70 miliardi annui. Cifre che, alla luce di quanto detto sopra, vivono più nel mondo dei desideri che in quello dell’economia reale.Leggi anche:Fisco: aumentano i redditi, ma anche i “sussidiati”Patrimoniale, riecco Schlein: la sinistra ha nostalgia del vostro portafoglioLa pressione fiscale è in aumento ma il Pd ripensa alla patrimonialeGli extraprofitti: l’Italia ci ha già provato. È andata maleSchlein propone anche di tassare «gli extraprofitti delle società energetiche», sostenendo che «non è normale che in questo Paese il prezzo dell’energia diventa tre o quattro volte quello del famoso mercato di Amsterdam». L’Italia ha già tentato questa strada nel biennio 2022-2023, con risultati che definire deludenti è un eufemismo. Il primo decreto del governo Draghi stimava un gettito teorico di 10-11 miliardi di euro. Nella realtà, a causa di formulazioni giuridiche imprecise e di una valanga di ricorsi giudiziari da parte delle società energetiche, lo Stato ha incassato inizialmente meno di 3 miliardi. Circa un quarto di quanto previsto.Il problema strutturale è che in economia non esiste una definizione univoca di profitto “normale” rispetto a quello “eccezionale”. Le aziende dimostrano con relativa facilità che i picchi di profitto compensano anni di perdite o gli enormi investimenti infrastrutturali necessari per la transizione energetica. E poi c’è il rischio, tutt’altro che teorico, di traslazione dell’imposta: se lo Stato tassa pesantemente i produttori di energia, questi tendono a scaricare il maggior costo fiscale sui prezzi al consumo finale, finendo per colpire esattamente quel 99% di cittadini che Schlein dichiara di voler tutelare.Vale anche la pena segnalare un’inesattezza tecnica nella dichiarazione della segretaria del Pd. Il «mercato di Amsterdam» cui fa riferimento è il TTF, cioè l’hub europeo di riferimento per lo scambio del gas naturale, espresso in euro per megawattora di gas. Il PUN, il Prezzo Unico Nazionale, è invece il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica. Confrontare i due è come confrontare il prezzo del petrolio greggio con quello della benzina alla pompa: sono grandezze non omogenee. Il PUN italiano è strutturalmente più alto di quello di altri paesi europei non per speculazioni arbitrarie delle società, ma perché l’Italia produce oltre il 40% della sua energia elettrica bruciando gas naturale, non dispone di nucleare e sconta storicamente un mix energetico più costoso da gestire rispetto a Francia o Germania.Il vero problema: non manca redistribuzione, ne abbiamo troppaIl presupposto ideologico su cui poggiano tutte queste proposte – che l’Italia sia un paese di disuguaglianze crescenti dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri – non trova riscontro nei dati fiscali reali. I dati pubblicati dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e rielaborati dal Centro Studi Itinerari Previdenziali raccontano un’Italia molto diversa da quella descritta nel dibattito pubblico dominante. Dalle dichiarazioni Irpef del 2025, relative all’anno fiscale 2024, emerge che i redditi dichiarati crescono e milioni di contribuenti si spostano verso fasce più alte.La fascia tra 29 e 35mila euro cresce di 2,6 milioni di contribuenti, quella tra 35 e 55mila di altri 2,88 milioni. Non è esattamente il quadro di un paese che sprofonda nella povertà. Eppure il sistema continua a caricare il peso del welfare su una platea sempre più ristretta. Chi dichiara fino a 20mila euro ha visto ridursi drasticamente il proprio contributo al gettito Irpef, passato dai 27,5 miliardi del 2008 ai 10,8 miliardi del 2024. Al contrario, i contribuenti tra 35 e 55mila euro pagano oggi oltre 25 miliardi in più rispetto al 2008. I cosiddetti “nuovi obbligati del fisco” – coloro che superano i 35mila euro di reddito – sostengono gran parte della spesa pubblica senza ricevere benefici proporzionati, mentre chi resta nelle fasce più basse continua ad accedere a detrazioni, bonus, assegni e agevolazioni di ogni tipo.Il problema dell’Italia, dunque, non è l’assenza di redistribuzione. È semmai il suo eccesso. Perché più si allarga la platea di chi riceve benefici fiscali e sussidi, più si restringe quella di chi finanzia l’intero sistema. Aggiungere una patrimoniale e una tassa sugli extraprofitti a questo quadro non risolverebbe nulla: sposterebbe capitali all’estero, comprimerebbe ulteriormente il ceto produttivo e lascerebbe invariato – o peggiorato – il saldo finale. La sinistra di Schlein e Landini ha scelto la redistribuzione come bandiera. Peccato che sia un’altra parola per dire anticapitalismo.Enrico Foscarini, 1 giugno 2026L'articolo Patrimoniale e tassa extraprofitti: gli autogol di Schlein e Landini proviene da Nicolaporro.it.