Il ritornello è sempre lo stesso: invece di discutere di chi sarà il leader, meglio prima stilare un programma. Una sua logica, questo discorso, ce l’ha. E il centrosinistra, o meglio il campo largo, sta lavorando per presentarsi alle elezioni del 2027 con un briciolo di unità d’intenti su cosa fare una volta — se dovesse accadere — a Palazzo Chigi. Impresa ardua per chi non ha mai governato insieme, se non tramite governi tecnici, e sui temi divisivi non ha mai davvero trovato unità. Bene. E così Avs, Pd e M5S si sono messi lì a pensare a cosa scrivere nel programma che verrà e hanno deciso di partire… dalla patrimoniale.Grande idea, non c’è che dire: se vuoi convincere gli elettori, perché non parlare di tasse? Un po’ come affrontare una conferenza di vegani invitandoli a un Burger King. Fatto sta che Avs è tornata a chiedere una patrimoniale, idea che al M5S non va poi tanto giù (e per una volta possiamo capirli). Ed Elly Schlein? Sta nel mezzo. Nel senso che sotto sotto vorrebbe colpire anche lei i grandi patrimoni, ma forse ha capito che cominciare a discutere di tasse da imporre non è una grande mossa di marketing. La segretaria dem sarebbe favorevole a una tassazione a livello Ue: “In altri Paesi europei si sta ragionando nella stessa direzione e io penso che non possa essere un tabù capire come a livello europeo introdurre una tassazione sui miliardari. Stiamo parlando dell’1% forse anche meno della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99%”. Ma la verità è che, anche se in ipotesi riguarderebbe solo i ricchissimi, nella pratica l’idea di una tassa (oggi colpisce loro, ma magari domani anche me) non è mai stata una buona strategia elettorale.Intanto, però, il nodo patrimoniale si va ad aggiungere ai tanti altri nodi che compongono il filo che dovrebbe tenere uniti i partiti del campo largo. Su questo tema, come su altri, ci sono “posizioni diverse” e il tavolo per discuterne è ben lontano dal trovare una mediazione. Lo stesso dicasi per l’Ucraina. Oggi Giuseppe Conte ha ribadito che sulla politica estera il M5S non intende fare grosse concessioni, soprattutto non all’ala riformista del Pd e alla creatura centrista (e renziana) che verrà: “Dobbiamo arrivare al governo ad alcune condizioni – ha detto l’ex premier – che significa programma chiaro, condiviso, e non può essere che radicale. A noi non basta scrivere un testo di un programma e buttarlo lì. Quello che scriviamo con grande attenzione per noi sono obiettivi strategici per tutelare gli interessi dei cittadini. E sarà il nostro vincolo che firmeremo col sangue e tuteleremo a qualsiasi costo”. Tradotto: non basta far finta di non vedere certi temi, bisogna esporsi fattivamente. E se Israele, sulla Palestina, è riuscita a unire Pd e M5S, Kiev potrebbe rischiare di dividerli. “Il programma abbiamo già iniziato a scriverlo insieme, continuiamo e facciamolo tra la gente e non chiusi nelle stanze – ha detto Schlein – Perché altrimenti sarebbe come non accorgersi che in quei 15 milioni che hanno votato no al referendum costituzionale, ce ne sono almeno cinque che hanno votato no ma che non hanno votato noi alle scorse elezioni europee. Allora insieme a Conte, a Fratoianni, a Bonelli, a Renzi, a tutti quelli che ci vogliono stare, dobbiamo capire con umiltà come metterci all’ascolto di quel pezzo di Paese che chiede un’alternativa chiara e comprensibile”.Senza contare che, temi a parte, ci sarà da risolvere anche la questione leadership. I problemi sono noti: Conte vorrebbe avviare le primarie di coalizione, aperte a tutti, per massimizzare il suo consenso. Elly Schlein, pur dicendosi pronta ad affrontarle, preferirebbe fare come in altri Paesi nel mondo (e come fa il centrodestra): il partito con più voti esprime il candidato premier. A rompere le uova nel paniere potrebbe esserci la nuova legge elettorale proposta dal centrodestra, che prevede l’indicazione del presidente del Consiglio voluto dalle coalizioni, cosa che costringerebbe il campo largo a trovare la quadra molto prima del voto. “È importante che ci affidiamo a quello che vogliono gli elettori e a quello che vogliono i nostri militanti e sostenitori”, ha spiegato Schlein. L’importante è che “non decidiamo da soli a tavolino”. Quel che è certo è che il Pd non intende affidarsi a un Papa straniero.Le amministrative, intanto, non hanno fatto crollare il suo essere “testardamente unitaria”. “È un pareggio”, ha detto Schlein sul voto della scorsa settimana, “non certo una vittoria di Meloni”. Eppure, dice, “la sinistra negli anni deve fare una profonda autocritica perché evidentemente se la destra si è tanto rafforzata qualcosa non ha funzionato. Adesso siamo qui per cambiare, per parlare alle persone dei loro problemi concreti quotidiani”. I sondaggi di oggi, infatti, dicono quello che in tanti dopo il referendum non hanno voluto vedere: dopo quattro anni di governo Meloni, il centrodestra non è calato in termini di preferenze e anzi, con Vannacci, potrebbe addirittura superare la soglia del 2022. Altro che “crisi di consensi”.L'articolo Il Campo Largo prepara il programma. Grande idea: si parte dalla patrimoniale proviene da Nicolaporro.it.