Diverse condivisioni Facebook riportano le affermazioni controverse del dottor Juan Bertoglio, presentato come lo scopritore dell’Hantavirus Andes, oppure come il primo ad averlo trattato. La fonte originale è un’intervista pubblicata su La Bussola Quotidiana. L’intervista viene usata per portare avanti la narrazione secondo cui la trasmissione tra persone dell’Hantavirus Andes non sarebbe dimostrata e che il vaccino sarebbe inutile.Per chi ha fretta:Il medico cileno Juan Bertoglio viene presentato sui social e da alcune testate come lo «scopritore dell’Hantavirus Andes», un titolo usato per dare autorevolezza a tesi che definiscono i vaccini inutili e la paura irrazionale.Si tratta di un errore: il virus Andes è stato identificato genomicamente nel 1996 da un gruppo di ricercatori argentini. Il nome di Bertoglio non compare in quel lavoro scientifico.Contattato da Open, lo stesso dottor Bertoglio ha smentito la paternità della scoperta, spiegando di aver solo gestito nel 1993 un focus clinico poi ricondotto retrospettivamente a quel virus.La trasmissione da uomo a uomo dell’Hantavirus Andes è scientificamente dimostrata ed è una caratteristica specifica di questa variante. Il dibattito scientifico riguarda l’efficienza del contagio (ad esempio per via aerea), non la sua esistenza.Il contestoLe condivisioni dell’intervista riportano la seguente didascalia: «Parla lo scopritore dell’Hantavirus: vaccino inutile, paura irrazionale».Come e quando è stato scoperto l’Andes virusNella fonte originale non si attribuisce mai a Bertoglio la paternità della scoperta. Sembrerebbe invece che il Medico si sia occupato del primo caso noto. Eppure Il Giornale d’Italia nel riportare l’intervista titola «Lo scopritore dell’hantavirus Bertoglio: “Vaccino inutile, paura irrazionale, follia parlare di lockdown e mascherine” ». Curiosamente non vi è traccia della paternità di tale scoperta nelle Agenzie di stampa, né nei principali quotidiani nazionali.L’intervista originale riporta che l’Immunologo cileno avrebbe trattato nel suo ospedale il primo caso conosciuto:«La Bussola intervista Juan Bertoglio, l’internista immunologo che 40 anni fa trattò nel suo ospedale, il primo caso conosciuto di contagio con il ceppo Andes dell’Hantavirus. […] Nessuno più del dottor Juan Bertoglio, immunologo dell’Universidad Austral del Cile a Valdivia, può parlare dell’Hantavirus. […] Perché fu proprio nel servizio di Medicina Interna di Bertoglio, già 40 anni fa, dove si trattò per la prima volta la sottospecie andina che oggi fa parlare di sé dopo la messa in quarantena della nave da crociera e gli otto casi conclamati di Hantavirus».Il problema è che il primo caso documentato di Andes virus risale a 31 anni fa, quando colpì nel marzo 1995 una famiglia argentina che viveva nella campagna vicino a El Bolson. L’anno successivo venne pubblicato lo studio condotto da Nora López, Paula Padula, Carlos Rossi, María Ester Lázaro e María T. Franze-Fernández, i quali riconoscono che il patogeno è un nuovo virus del gruppo hantavirus, facente parte della famiglia Hantaviridae.«I risultati dimostrano che questo virus, provvisoriamente denominato virus delle Ande – spiegano i ricercatori -, rappresenta un hantavirus di recente identificazione associato a gravi malattie respiratorie nell’uomo».Gli autori non menzionano mai nel paper né Bertoglio, né l’Universidad Austral del Cile. Lo studio riporta i ringraziamenti a numerosi colleghi per aver contribuito al lavoro. Si menziona persino un certo signor Sergio Miguel «per l’assistenza tecnica». Del professor Bertoglio invece nessuna menzione. La smentita del dottor BertoglioAbbiamo contattato direttamente la fonte primaria. Il dottor Bertoglio spiega a Open l’equivoco che ha originato queste narrazioni imprecise. Riportiamo di seguito la sua replica integralmente (il grassetto è nostro):Gentile Sig. Pili,la ringrazio moltissimo per avermi contattato attraverso la sua precedente e-mail, cordiale, opportuna e utile, che mi offre l’occasione e il mezzo che cercavo per completare il chiarimento e precisare questa informazione. Lo stesso giorno successivo alla pubblicazione, chiesi al mio intervistatore, il signor Andrea Zambrano, di provvedere in tal senso; egli lo fece immediatamente nel testo della sua cronaca, spiegandomi che purtroppo non era più possibile fare lo stesso con il titolo, poiché la pubblicazione era ormai stata indicizzata in quel modo. Purtroppo questa imprecisione si è poi replicata in alcune riprese della cronaca sulla stampa scritta e sui social network collegati.Per questo motivo ho avuto particolare cura di precisarlo anche nella mia presentazione personale, all’inizio di ciascuna delle cinque video-interviste in diretta che successivamente mi sono state fatte su questo argomento: nelle trasmissioni Alla Mezza con Stefano Becciolini, Personaggio del giorno con Francesco Toscano, Galt Right con Francesco Borgonovo, Camelot Tavola Rotonda con Francesco Capo e Medici del Dr. Andrea Stramezzi. In tutte queste occasioni ho dichiarato che io NON sono lo scopritore dell’identità molecolare né dell’Hantavirus né di questa specie Andes, così come non ho mai detto di essere, né mi sono mai considerato, un esperto mondiale di questa malattia.Quanto al merito di questo equivoco, il fatto preciso e concreto risale a quando,nella mia limitata padronanza della lingua italiana, menzionai brevemente che durante l’inverno del 1993, ormai 33 anni fa — mi sono sbagliato dicendo 43 anni — ero medico responsabile del dipartimento di Medicina Interna dell’Ospedale Regionale John F. Kennedy di Valdivia, nel sud del Cile. Alla nostra Unità di Terapia Intensiva arrivò prima una madre di 54 anni, che morì, poi il marito e un altro membro della famiglia, che sopravvissero; tutti e tre presentavano un quadro clinico allora sconosciuto e molto grave, che si rivelò essere ciò che oggi conosciamo come sindrome cardiopolmonare da Hantavirus Andes.A quell’epoca non si conoscevano né questa specie Andes della famiglia microbica degli Hantavirus, né l’infezione nei roditori selvatici, il cui serbatoio naturale silvestre è il topo colilargo (Oligoryzomys longicaudatus), né l’infezione umana in questa o in un’altra forma di malattia zoonotica.Tuttavia ci venne il sospetto che si trattasse di una nuova infezione virale, che doveva essere osservata con molta attenzione, studiata, classificata e gestita secondo protocolli in tutti i nodi della nostra rete sanitaria.Nel 1995, poi nel 1996 e nel 1997, si presentarono altri casi simili in due località di confine tra Cile e Argentina, su entrambi i lati della Cordigliera delle Ande.In Argentina questo virus fu identificato genomicamente nel 1996 come una nuova specie/ceppo di Hantavirus, distinta da quelle fino ad allora conosciute nell’emisfero nord; fu classificato tassonomicamente come Andes orthohantavirus (ANDV). La relativa pubblicazione in Cile avvenne nel 1998, confermando che si trattava dello stesso virus.Io NON partecipai a quel lavoro di identificazione di biologia molecolare, ma dopo la pubblicazione di quell’informazione noi potemmo successivamente confermare retrospettivamente questa diagnosi nella nostra prima paziente di quell’inverno del 1993.In seguito a ciò, il Ministero della Salute del Cile creò nel nostro ospedale il primo Centro di Riferimento per l’Hantavirus Andes nel Paese, con il cui lavoro continuo attualmente a collaborare.Sperando di essere riuscito a chiarire e precisare correttamente questa confusione mediatica, Le rinnovo il mio ringraziamento per la sua così preziosa dedizione al rigore dell’informazione e per il suo così significativo aiuto sul piano personale.La saluto cordialmente,Juan Carlos Bertoglio-CruzatMedicina Interna / ImmunologiaValdivia – CILELa trasmissione tra personeA un certo punto dell’intervista Bertoglio esprime i propri dubbi sulla trasmissione tra persone dell’Andes virus:«Gli studi epidemiologici condotti in questo caso non hanno dimostrato che ci sia trasmissione tra gli uomini – continua l’Immunologo – non è ancora dimostrata con certezza infettivologica per questa variante; soltanto come ipotesi basata su coincidenze di contemporaneità e vicinanza tra casi, in un gruppo di persone in un evento sociale. In Argentina qualche anno fa ci fu un focolaio che coinvolse 25 persone, ma il contesto era stata una festa di un paesino di campagna dove si sono verificate le condizioni, ognuno si è contagiato da solo attraverso l’ambiente. Perché non è chiaro se in quel locale dell’evento c’era già il virus e si sono contagiati tutti insieme direttamente da quel ambiente».Non di meno, il caso menzionato da Bertoglio non è importante per la trasmissione tra persone, la quale è dimostrata, come riporta l’OMS. Molto probabilmente l’Immunologo fa riferimento al focolaio di Hantavirus Andes di cui tratta uno studio pubblicato dal New England Journal of Medicine. I ricercatori suggerivano che il contagio tra umani potesse avvenire in maniera molto più efficiente di quanto i casi precedenti facessero pensare. Tutto era cominciato a partire da una festa di compleanno finita molto male in Argentina. Si parla infatti di una persona che pur manifestando sintomi simili a una influenza decide di partecipare alla serata. Sarà l’evento scatenante. I fatti risalgono al periodo tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, quando Andes colpì la comunità di Epuyén, un paesino nella provincia del Chubut.Questo “paziente 1” resta in contatto con 100 persone per circa 90 minuti. Dopo un paio di settimane chi era vicino a lui manifesterà i primi sintomi. Durante la festa una persona in particolare va in bagno e ne incrocia un’altra che sta uscendo. Risulterà comunque contagiata. Si tratta però di un dato aneddotico, che non esclude l’esposizione dei positivi a una fonte comune – come afferma lo stesso Bertoglio -, ma l’esistenza del contagio tra persone non è messo in discussione negli studi successivi. Il professor Enrico Bucci, biologo esperto nella revisione degli studi scientifici citava lo scorso 4 maggio su Il Foglio una revisione sistematica che mette in discussione modalità ed efficacia del contagio tra persone, senza mettere in dubbio che questo sia dimostrato per Andes.«In conclusione – riportano i ricercatori -, questa revisione sistematica ha dimostrato che le prove a sostegno della trasmissione da uomo a uomo dell’hantavirus sono deboli, specifiche per l’ANDV e limitate ad alcune zone dell’Argentina e del Cile. A causa dell’elevato tasso di mortalità per HPS, potrebbe essere prudente raccomandare misure di prevenzione e controllo dell’infezione nei casi di sospetta infezione da hantavirus, ma ciò deve essere accompagnato dalla raccolta di prove di ricerca più solide».Attenzione, perché questo passaggio è fraintendibile. Come anticipavamo, i ricercatori sollevano dubbi non sulla trasmissione tra umani, che infatti ritengono «specifica» di questo Hantavirus. Mettono in discussione l’efficienza di una sua trasmissione in modalità aerea. Per altro gli autori nel testo invocano comunque il principio di precauzione onde prevenire l’emergere di «super-diffusori». Quella che ancora non risulta né dimostrata né smentita è la trasmissione tra asintomatici.ConclusioniPresentare l’immunologo Juan Bertoglio come lo «scopritore dell’Hantavirus Andes» per sostenere che la trasmissione tra umani non sia dimostrata è un’operazione fuorviante. Come confermato dallo stesso medico a Open, l’identificazione molecolare del patogeno è avvenuta nel 1996 ad opera di un team di scienziati argentini. Bertoglio afferma a Open di aver trattato uno dei primi casi nel 1993, ma non ha isolato il virus. Inoltre, la trasmissione tra gli umani dell’Andes virus è un dato accertato. Il dibattito tra gli esperti si concentra esclusivamente sui canali di diffusione e sulla loro efficacia, non sull’esistenza del contagio tra persone.Questo articolo contribuisce a un progetto di Meta per combattere le notizie false e la disinformazione nelle sue piattaforme social. Leggi qui per maggiori informazioni sulla nostra partnership con Meta.L'articolo No, Juan Bertoglio non è lo «scopritore» dell’Hantavirus Andes e la trasmissione tra umani è dimostrata proviene da Open.