di Samuele Lucia – Per anni abbiamo raccontato internet come qualcosa di immateriale. Una rete astratta fatta di cloud, algoritmi, satelliti e connessioni wireless. Una dimensione apparentemente senza geografia, sospesa sopra il mondo fisico. È un’immagine che abbiamo interiorizzato così profondamente da influenzare ancora oggi il modo in cui parliamo di tecnologia, piattaforme e intelligenza artificiale. Ma è anche una rappresentazione profondamente fuorviante.Internet non è una nuvola. È un’infrastruttura fisica globale fatta di data center, reti elettriche, server e soprattutto cavi sottomarini: oltre 1,4 milioni di chilometri di fibra ottica posati sul fondo degli oceani che trasportano più del 95% del traffico internet mondiale.Email, transazioni finanziarie, cloud computing, comunicazioni diplomatiche, piattaforme AI, sistemi militari, videochiamate: quasi tutto passa da lì.Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sul livello “visibile” del digitale, cioè chatbot, social network, contenuti sintetici, algoritmi, ignorando l’infrastruttura fisica che rende possibile l’intero ecosistema tecnologico. È una rimozione significativa. Perché il potere digitale contemporaneo dipende sempre di più dal controllo di infrastrutture materiali.La geografia che il digitale avrebbe dovuto cancellare.Per anni la retorica della globalizzazione digitale ha raccontato internet come uno spazio capace di rendere irrilevanti confini e Stati nazionali. La rete veniva descritta come qualcosa di inevitabilmente globale, decentralizzato e difficilmente governabile.La realtà è molto meno astratta.I dati seguono rotte precise. Attraversano choke points strategici, approdano in territori controllati da Stati specifici e dipendono da infrastrutture concentrate in aree geopoliticamente sensibili: il Mar Rosso, il Mediterraneo, il Baltico, lo stretto di Malacca, il Pacifico occidentale.Abbiamo raccontato internet come una nuvola per così tanto tempo da dimenticarci che dipende ancora da cavi, energia, navi e reti elettriche.Anche l’intelligenza artificiale, spesso presentata come una tecnologia quasi “magica”, sta aumentando enormemente questa dipendenza materiale. Modelli linguistici, cloud computing e data center richiedono quantità gigantesche di traffico dati, energia elettrica e capacità computazionale. Secondo il report State of the Network 2025 di TeleGeography, il traffico internazionale continua a crescere rapidamente proprio per l’espansione dei servizi cloud e delle piattaforme digitali globaliPiù il digitale si espande, più cresce la centralità geopolitica delle infrastrutture che lo sostengono.Ed è qui che la retorica della smaterializzazione inizia a mostrare i suoi limiti politici.I satelliti contano molto meno di quanto immaginiamo.Quando si parla di comunicazioni globali l’immaginario contemporaneo corre immediatamente ai satelliti. Starlink, lo spazio, Elon Musk, le costellazioni orbitali.Ma la maggior parte di internet non passa dallo spazio.Passa dal fondo del mare.I satelliti svolgono un ruolo importante in aree isolate, emergenze o contesti militari, ma trasportano una quota minima del traffico globale rispetto ai cavi sottomarini. La fibra ottica garantisce velocità e capacità enormemente superioriEd è proprio questa invisibilità a rendere i cavi quasi assenti dal dibattito pubblico: infrastrutture fondamentali ma poco spettacolari, lontane dall’immaginario futuristico con cui siamo abituati a raccontare la tecnologia.Eppure è proprio lì che si concentra una parte crescente del potere contemporaneo.Chi controlla l’infrastruttura controlla i flussi.Negli ultimi anni Stati Uniti e Cina hanno progressivamente trasformato le infrastrutture digitali in un terreno di confronto strategico.La questione non riguarda soltanto l’accesso ai dati o la cybersecurity. Riguarda il controllo fisico delle reti attraverso cui scorrono informazioni, capitale e comunicazioni globali.Nel 2023 Reuters ha descritto i cavi sottomarini come uno dei fronti centrali della competizione tecnologica tra Washington e Pechino, sottolineando come gli Stati Uniti abbiano ostacolato diversi progetti legati a Huawei Marine — poi diventata HMN Tech — per timori legati a sicurezza e spionaggio.Nel frattempo anche Big Tech ha assunto un ruolo infrastrutturale crescente. Google, Meta, Microsoft e Amazon investono direttamente nella costruzione e nella gestione di nuovi cavi transoceanici. Secondo TeleGeography, le grandi aziende tecnologiche partecipano oggi a una quota crescente dei nuovi progetti sottomarini globali. È un passaggio enorme, ma ancora poco discusso.Per anni il dibattito sul potere delle piattaforme si è concentrato soprattutto sui contenuti: moderazione, disinformazione, algoritmi, hate speech. Molto meno spazio è stato dedicato al fatto che queste aziende stanno assumendo anche il controllo dell’infrastruttura attraverso cui circola una parte crescente delle comunicazioni mondiali. La questione non è soltanto tecnologica. È politica. Perché affidare infrastrutture strategiche globali a poche aziende private significa ridefinire i rapporti tra Stati, mercato e sovranità digitale.E l’Europa, oggi, rischia di trovarsi in una posizione di crescente dipendenza: priva di grandi piattaforme globali, in ritardo sull’AI e sempre più legata a infrastrutture controllate da attori esterni.Taiwan e il rischio del “digital blockade”.La vulnerabilità dei cavi sottomarini emerge soprattutto nei momenti di crisi geopolitica.Nel 2023 alcune isole periferiche taiwanesi, le Matsu, hanno subito interruzioni internet dopo il danneggiamento di due cavi sottomarini. Secondo un’analisi del CSIS, l’episodio lasciò circa 14 mila residenti in isolamento digitale per settimane.L’episodio ha rafforzato il timore che, in caso di escalation con Pechino, la Cina possa usare le infrastrutture digitali come strumento di pressione “sotto soglia”: non un’invasione diretta, ma una forma di isolamento progressivo capace di colpire comunicazioni, economia e coordinamento interno.Ed è proprio questa ambiguità a rendere i cavi sottomarini centrali nella guerra ibrida contemporanea.Non serve “spegnere internet” per produrre effetti strategici. Rallentare connessioni, colpire nodi specifici o aumentare i costi di comunicazione può già avere conseguenze enormi in economie altamente digitalizzate.La guerra infrastrutturale contemporanea raramente assume forme spettacolari. Funziona piuttosto attraverso vulnerabilità diffuse, pressione economica e instabilità sistemica.Il ritorno della materialità.Per molto tempo abbiamo immaginato il digitale come il superamento definitivo della geografia e della materia. Ma il capitalismo tecnologico contemporaneo sta producendo l’effetto opposto: più aumentano digitalizzazione e AI, più cresce la dipendenza da infrastrutture fisiche, energia e controllo territoriale. La globalizzazione digitale non ha eliminato la geografia. L’ha resa meno visibile.Nel Novecento le grandi potenze competevano per oleodotti, rotte marittime e stretti strategici. Oggi una parte crescente di quella competizione passa dai dati. E quindi dalle infrastrutture che permettono ai dati di circolare.Per questo continuiamo probabilmente a raccontare internet nel modo sbagliato. Discutiamo ossessivamente di chatbot, contenuti sintetici e piattaforme, ma molto meno delle reti materiali che rendono possibile l’intero ecosistema digitale.Eppure è proprio lì, nei cavi posati sul fondo degli oceani, nei data center energivori, nelle infrastrutture invisibili della rete, che si sta ridefinendo una parte del potere contemporaneo. Internet non è mai stato davvero immateriale. Siamo stati noi a volerlo immaginare così.