di Maurizio Delli Santi * – Dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Sahel ad altri 50 conflitti dimenticati nel mondo, non si ferma l’escalation delle guerre. Dopo l’intrusione minacciosa di un drone in Romania, l’Europa non può più rimanere inerme: deve rilanciare con forza la ripresa dei negoziati per l’Ucraina e un’iniziativa multilaterale per una Conferenza internazionale per la pace universale.Per molti, oggi, la pace è diventata una parola svuotata di significato. Una prospettiva evocata nei discorsi ufficiali e nelle commemorazioni, ma lontana dalla realtà. Parlare di pace è considerato un esercizio di ingenuità, quando non una vera e propria utopia. Eppure la storia insegna che molte delle conquiste che hanno cambiato il volto dell’umanità furono a lungo giudicate proprio impossibili utopie. L’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, la fine dei totalitarismi, il superamento del colonialismo e dell’apartheid, la stessa caduta del Muro di Berlino apparivano, per i contemporanei, obiettivi irraggiungibili. Eppure furono proprio quelle utopie, sostenute dalla mobilitazione delle coscienze e da leader politici responsabili, a trasformarsi in realtà. Le società progrediscono quando qualcuno trova il coraggio di immaginare ciò che ancora non esiste e di costruire le condizioni affinché diventi possibile.Oggi siamo giunti all’ultima pericolosa escalation che rende ogni giorno più fragile il confine con la guerra, con il rischio di un coinvolgimento diretto dell’Europa. Bastano un’incursione nello spazio aereo, la deviazione di un ordigno, un errore di valutazione o un incidente militare perché si apra una falla dagli esiti imprevedibili. Il drone penetrato in Romania, colpendo un edificio civile e causando alcuni feriti, evidenzia l’equilibrio precario sul quale poggia la sicurezza del continente. È un fatto nuovo rispetto ai precedenti allarmi: non si tratta della traiettoria errata del residuo di un ordigno esploso ai confini, ma di un drone diretto nei cieli europei.A rendere grave il quadro sono state le dichiarazioni di parte russa. Putin ha chiesto di accertare la provenienza del drone, ritenendolo proveniente dall’Ucraina. Nel frattempo, l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, oggi vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, ha tenuto a rimarcare: «C’è una guerra in corso. Questo continuerà a succedere», aggiungendo che «i cittadini dei Paesi dell’Unione Europea, come popolazione di Paesi belligeranti, non potranno dormire sonni tranquilli».L’Europa ha reagito con la doverosa fermezza delle istituzioni e della diplomazia. Tuttavia, proprio questo episodio deve indurci ad alzare lo sguardo oltre l’emergenza. È questo il momento di rilanciare, con la stessa fermezza, una riflessione politica e morale non più rinviabile: oltre la guerra non si può e non si deve andare.Secondo diversi osservatori e anche alcuni leader europei, è singolare che l’intrusione del drone in Romania sia avvenuta proprio quando l’Unione si accinge a valutare un avanzamento del processo di adesione dell’Ucraina. Anche per questo, le ultime aperture di Putin a negoziati che coinvolgerebbero ora l’Europa rappresenterebbero soltanto una mossa tattica finalizzata a guadagnare tempo per consolidare le posizioni militari nel Donbass e allentare la coesione europea sulle sanzioni e sulla minaccia di congelare le riserve russe detenute presso istituzioni e banche occidentali.Tuttavia, una prospettiva negoziale va sollecitata senza ulteriori esitazioni, pur partendo da condizioni chiare: un immediato cessate-il-fuoco per poi affrontare, in un quadro multilaterale e con tutti i tempi necessari, le questioni più controverse, quali lo status dei territori occupati, anche acquisendo, se del caso, pareri giuridici della Corte internazionale di giustizia, le garanzie di sicurezza richieste dall’Ucraina e i futuri equilibri della sicurezza europea. Si tratta di un percorso complesso, ma che non va escluso a priori, restituendo alla diplomazia il ruolo che le compete al posto delle sole dinamiche minacciose delle armi.Ma oggi l’umanità intera ha bisogno anche di un gesto radicale: una Conferenza internazionale per la pace che, oltre a un negoziato fra potenze, rappresenti una ricostruzione dell’anima dei popoli. L’Europa, per storia, cultura e responsabilità, può e deve assumere un ruolo propulsivo. Proprio il continente che nel Novecento ha conosciuto le tragedie più devastanti della modernità e che, dopo la Seconda guerra mondiale, ha saputo trasformare antiche rivalità in un progetto di cooperazione senza precedenti, possiede l’autorevolezza necessaria per promuovere una nuova iniziativa globale.In concreto, una Conferenza per la pace può nascere dalla scelta di figure autorevoli dell’Europa, da un’iniziativa congiunta dei capi di Stato e di governo europei. Il presidente Mattarella ha l’autorevolezza per essere tra i principali promotori. L’iniziativa potrebbe poi estendersi ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e diventare una proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.Potrebbe sfociare così nella redazione di una Carta della Pace, documento simbolico e operativo al tempo stesso, che raccolga principi e impegni concreti: il cessate il fuoco e l’avvio di negoziati immediati per tutti i conflitti, il divieto dell’aggressione, il disarmo progressivo e la controproliferazione nucleare, la diplomazia preventiva, la cooperazione per lo sviluppo sostenibile, la protezione dei civili e dei migranti.Anche il dialogo tra i leader delle grandi religioni è strategico nella costruzione della pace, perché mette in rete la responsabilità morale di tutte le comunità di fede, fondando ponti di reciproco rispetto e collaborazione. Lo ha ricordato Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace. La costruzione della pace è un compito affidato a tutti».Le conferenze di pace non sono invenzioni del nostro tempo: dalle tregue tra le città greche alla Pace di Westfalia, dal Congresso di Vienna fino a Ginevra, Parigi e Helsinki, le grandi riunioni internazionali hanno sempre segnato la rinascita della legalità dopo il caos. Così nacque il diritto internazionale umanitario, grazie alla visione di Henry Dunant e del movimento della Croce Rossa; così si arrivò alla Dichiarazione di San Pietroburgo, che per la prima volta vietò l’uso di armi crudeli; così, nel 1928, il Patto Briand Kellogg pose la guerra fuori legge.Dopo il secondo conflitto mondiale, la Carta delle Nazioni Unite tradusse quell’intuizione in norma, mentre l’Atto di Helsinki del 1975 ne ampliò il significato nel contesto della cooperazione europea.Quel richiamo assume oggi una particolare attualità. L’Atto di Helsinki rappresentò il momento fondativo di un’architettura di sicurezza europea basata su principi condivisi quali il rispetto della sovranità degli Stati, l’inviolabilità delle frontiere, la cooperazione tra Est e Ovest, la sicurezza collettiva e la tutela dei diritti umani.Insieme all’Atto finale di Helsinki, resta un altro riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite. È il caso di rileggere i suoi passaggi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti dagli Stati membri: essi furono «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole».E ancora: «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale».Occorre credere ancora in questa scelta, che l’umanità può sollecitare affinché venga finalmente tradotta nella realtà attraverso un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader. Solo recuperando l’ambizione originaria del diritto internazionale, quella di trasformare il conflitto in diritto e la forza in regola condivisa, la comunità internazionale e l’umanità intera potranno fermare la logica distruttiva della guerra permanente.* Membro dell’International Law Association.