Il conformismo degli anticonformisti

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Si stava meglio quando si stava peggio. Banalità e frasi fatte a parte, ogni fatto di rilevante cronaca ed ogni fatto politicamente rilevante sembra seguire un copione, indicando uno stile di vita che pare ormai sfuggito al controllo degli umani.Con buona pace di coloro i quali si ritengono dei trend-setter, per quanto spesso autoproclamati tali, è questa l’epoca di uno smaccato conformismo, seppur mascherato da atteggiamenti che vorrebbero ispirarsi al suo esatto opposto.I giovaniSe guardiamo ai giovani, inconsapevoli protagonisti del nostro futuro prossimo, salta agli occhi una bella dose di piattume ideologico, unito alla mancanza di originalità nelle mode e nei gusti. Sono ormai conformi allo stampino di un robot che ripete compulsivamente lo stesso gesto meccanico sul tapis roulant che gli scorre sotto. Bam bam bam! Altri umanoidi tutti uguali da buttare nel mucchio,  per  gioire del contatore che avanza al ritmo incessante dei follow, dei like, dei grandi numeri alle manifestazioni di piazza e nei concerti dove conta solamente il totale dei presenti per valutarne il successo.A parte quelli delle vecchie glorie sfiatate e calanti (ai cui concerti l’età media è da pace dei sensi), quelle che piacciono sono canzoni che iniziano inevitabilmente con i soliti quattro accordi ripetuti e che finiscono tutte con una frasetta sussurrata da cantanti privi di ogni distinguibilità. Cambiano i nomi degli esecutori (e mancano pochissimi tra quelli di malattie o altre schifezze) ma non cambia la musica.Si confondono tra loro le canzoni come le auto. Tutto ciò ci viene ammannito come la novità rivoluzionaria, ma la vera innovazione, tanto nella musica quanto nelle automobili, la devi cercare cinquant’anni fa, come minimo.L’epoca del PensaveloxIn epoca di pensavelox l’Intelligenza Artificiale è una manna dal cielo. Fa tutto da sola e ci solleva dal fastidio di avere idee e gusti personali e differenziati. Persino la sessualità, unica vestigia rimastaci  di un confuso istinto umano endogeno o endocrino si vive e si esibisce in piazza, secondo schematizzazioni ben precise e precotte che diventano bandiera più che gioia nel viverla. Tutto ciò sarebbe anticonformismo? Come no?Rivoluzionari da tastiera, ammalati di un protagonismo privo di nome e cognome, siamo persino convinti che basti essere in tanti per avere ragione su qualcosa, e financo per avere un’idea degna di questo nome, ossia di saperla esporre fuori di quei pochi centimetri quadri del nostro telefonino nei quali non vigono grammatica, sintassi e buon senso. Sum ergo cogito. E se ci mettiamo che pensare soltanto perché si esiste, è pure gratis, il resto è facile.Non sanno nemmeno scrivere in corsivo, quando non sia nemmeno il saper tenere in mano una penna in modo differente da come tengono (orribilmente) una forchetta, ma sputano sentenze. Non ci saranno più lotte per far sentire la voce dei giovani al mondo. Parlano solo loro e i risultati si vedono. Tanto comandano i vecchi. Se lo mettano bene in testa quelli che credono che basti essere giovane per essere nel giusto.Gli anni SettantaSe vogliamo essere sinceri, chi abbia vissuto la c.d. rivoluzione giovanile dei primi anni Settanta del secolo scorso, ben ricorda che all’inizio fu un movimento trasversale caratterizzato da una bella dose di anticonformismo, espresso con forti gesti simbolici contro un “potere” che i giovani sentivano lontano, auspicando di poter dire la loro e che ciò diventasse valore fondante di una nuova società, almeno eticamente più giusta.Fu la sinistra mondiale, scaltramente molto lesta anche allora, a mettervi sopra la bandiera rossa. Ma, da quel momento in avanti, le motivazioni iniziali virarono sempre sempre più verso la lotta di classe di sapore leninista, tragicamente sfociata nel terrorismo combattente, di cui la contestazione giovanile fu inconsapevole precursore.Non si dimentichi che furono i giovani di allora a “prestare” più o meno consapevolmente ai criminali terroristi le loro università per farne centrali di eversione armata. Qualcuno nemmeno se ne accorse, altri lo sapevano e lo volevano, ingannando quelli in buona fede, ma quello successe.Volevano cambiare la società, quella che conta e decide, e non furono così intelligenti da preconizzare che lo Stato vince sempre, alla fine, perché armato del vero potere della burocrazia di sistema, quel deep state resistente a qualsiasi governo e a qualsiasi rivolta che nemmeno chi ne uccise i più significativi esponenti sconfissero.Uno Stato che vive di vita propria e che unicamente potrebbe implodere su se stesso. Così era prima delle risibili manifestazioni studentesche di allora e così è ancora oggi nell’epoca degli studenti fuori corso che ancora non abbiano preso la saggia decisione di andare a lavorare e smetterla di stare a carico di mamma e papà.La vera anima del comunismoNulla potrà mai cambiare davvero perché a legioni intere di consociati fa comodo così. Finché si resta nell’ambito delle chiacchiere nulla è: pranzo e cena arrivano puntualmente perché altri, che il tempo per manifestare non ce l’hanno, permettono loro di sparare cazzate in piazza senza aver mai aperto un libro di storia né mai guardato da vicino un atlante geografico. Resterebbe il discorso, tutt’altro che secondario, di chi si senta vessato e compresso nei suoi diritti, ma è spesso soltanto una fase della vita. Ritagliatosi un posticino in un sistema basato sul letamaio dei privilegiati senza merito, il gioco è fatto: anche il più renitente dei rivoltosi si calma e smette immediatamente di nuocere a quel sistema che falsamente diceva di combattere ed al quale, alla fine della fiera, conviene far parte.In tale meccanismo, peraltro, risiede stabilmente l’anima vera del comunismo: una mera sostituzione di ruoli: da sfruttati a nuovi padroni, facendo scontare agli ex oppressori tutto quanto si ritenga di aver patito da operai. O padroni oppure lavoratori (dei quali sono unici consoli a vita gli operai).Per i comunisti non esiste una tertia species. Smessi i panni (firmatissimi) degli operai, si cambia musica. Succedeva così anche al militare: da recluta si passavano le pene dell’inferno, nella semplice ed inoperosa attesa di poter infliggere le stesse umiliazioni a nuove reclute una volta diventati “anziani”.Unica parvenza di progresso sociale di questo nuovo secolo è la maggior possibilità statistica di  passare dalla classe operaia a quella dei nuovi padroni, quello non possiamo negarlo, poiché fino a cinquant’anni fa, se si nasceva sottomessi si moriva tali. Oggi è diverso: una buona fetta dei nuovi padroni ha radici operaie in famiglia, anche se quelli che hanno compiuto personalmente il grande salto sono ormai anziani o estromessi dai figli.I nuovi imprenditoriNella maggior parte dei casi, la nuova classe imprenditoriale è composta da nipoti di operai e artigiani, ed assai probabilmente se chiedessimo ad un ceo di una grande industria meccanica come si utilizza un tornio, a differenza di suo padre, egli non saprebbe nemmeno come si accende. A nulla serve considerare che assai raramente una dinastia industriale sia andata oltre la terza generazione.Lo vediamo ogni giorno: è uno stillicidio di grandi e medie aziende che non riescono ad arrivare alla terza generazione. Andavano bene, si dava lavoro a molte famiglie, si aveva un nome ed una clientela affezionata. Poi, sono arrivati gli “anticonformisti” che l’hanno mandata a gambe all’aria o svenduta ai soliti speculatori stranieri che si stanno comprando l’Italia pezzo a pezzo.Pareva troppo conformista continuare nel solco del successo, che diamine! Bisognava innovare, svecchiare, stare al passo coi tempi. Ed è stato il passo della marcia funebre. Non ci starebbe male questo cartello, in quelle poche aziende che ancora resistono, soprattutto quelle in mano alla seconda generazione: “In questa azienda non si tocca una virgola finché l’azienda va bene, vende e chi vi lavora sta bene”.Il salto di una generazione (da operai a padroni) comporta enormi rischi, tra i quali uno dei principali è costituito dalla totale incompetenza dei nuovi padroni nello svolgere le mansioni di base di quell’attività industriale. Tutto ormai si delega e la stessa figura dell’amministratore delegato è l’unica che conti nelle aziende.“Non chiedete mai ad un vostro sottoposto di fare qualcosa che non siate capaci di fare voi stessi”; questo dovrebbe essere l’art. 1 della bibbia dell’imprenditore. A proposito: pochi sanno che nel nostro Codice Civile non esiste la definizione di “impresa”, ma soltanto quella di “imprenditore”, contenuta nell’art. 2082 c.c. che recita testualmente: “È imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi“.Da tale definizione deriva una marcata componente individuale (quello che i giuristi chiamano “intuitus personae”) ove l’impresa non è qualcosa a sé stante ma l’attività, svolta dall’imprenditore nel suo complesso. Capita l’antifona?Una generazione di privilegiati “figli di” procede di pari passo coi numeri crescenti delle aziende che portano i libri in tribunale, quasi sempre lasciando senza lavoro sempre più persone, per nulla tutelate da sindacalisti tra i quali non mancano lazzaroni e nullafacenti unicamente protesi a mantenere il loro ingiustificato ed immeritato privilegio.Il copione dei contestatoriV’è persino chi sostiene che il padrone non sia più il principale nemico dell’operaio, ma che questa debba guardarsi le terga anche e soprattutto da quelli che dovrebbero tutelarlo e delle cui formazioni sociali ha la tessera in tasca.Non si dice certamente nulla di straordinario affermando che quando nelle manifestazioni degli operai si parla unicamente di Palestina e si bruciano le immagini di Netanyahu, senza minimamente occuparsi di salari e licenziamenti, le vacche sono ormai scappate e ben lontane dalla stalla.Ciò è tanto più esecrabile quanto più a qualcuno comporti benefici economici organizzare tali buffonate, giungendo ad avvalersi di “manodopera” assunta sul posto e senza contratto alcuno per manifestare e sfilare dietro agli striscioni che inneggiano a questioni del tutto sconosciute a chi li sorregge.Rischio di buscarle dalla polizia? Zero. State tranquilli, cari figuranti: al momento giusto in prima fila compariranno “quelli giusti” che lanceranno fuochi di artificio ad altezza carabiniere. Si fa soltanto per spettacolo. Tutto è ormai spettacolo, per di più monotematico e ripetitivo.Persino le azioni dimostrative dei rumorosi contestatori (guarda caso, coi soliti tre slogan berciati da ragazze sguaiate) seguono un copione trito e conformato che non stupisce, non denuncia, non fa altro che rompere i coglioni ad altre persone che non c’entrano nulla, oltre a creare danni che nessuno pagherà.Insomma, tutta la stessa minestraccia cattiva e prodromica di rumorose sedute al bagno, senza nulla avere ottenuto che alzare ulteriormente il livello della tensione e dello scontento generale, in un clima che favorisce la crescita di nuove bande terroristiche, stavolta magari manovrate dall’estero.L’improvvisazioneIn tanta noiosa conformità, unica nota di gioiosa improvvisazione, talvolta così fantasiosa da sembrare quasi la commedia dell’arte? La politica estera. Non solo quella italiana; anzi, potremmo dire che in questo viaggiamo a traino, con un’ampia scelta di rimorchiatori disponibili.In quel settore, che semmai dovrebbe tracciare rotte ben definite e sicure per i naviganti, più che mai si recita a soggetto, quando non a braccio e con ampia approssimazione.Cosa si dice oggi, domani non si sa se valga ancora. Questo passa il convento. Il grosso guaio è che di tale monastero non si conosce di preciso chi sia il superiore e, a ben pensarci, nemmeno si intuisce il santo a cui sia dedicato. Ma anche ai santi, prima o poi, gireranno le balle e faranno come Ponzio Pilato.L'articolo Il conformismo degli anticonformisti proviene da Nicolaporro.it.