Ue. La guerra economica con la Cina entra nel vivo: Bruxelles scopre il costo della dipendenza industriale

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di Giuseppe Gagliano – La minaccia cinese di ritorsioni contro l’Unione Europea segna un nuovo capitolo della competizione economica globale. Bruxelles prende atto con crescente preoccupazione della sovracapacità produttiva cinese e di un deficit commerciale che ha raggiunto i 360 miliardi di euro, sintomo di una dipendenza industriale diventata ormai questione strategica.La Cina non è più soltanto la fabbrica del mondo, ma una potenza industriale capace di dominare settori chiave come veicoli elettrici, batterie, pannelli solari e tecnologie avanzate. L’eccesso di produzione viene riversato sui mercati internazionali, mettendo sotto pressione industrie e occupazione europee.Per anni l’Unione Europea ha considerato il commercio come uno spazio regolato da norme e concorrenza. Pechino, invece, ha integrato industria, finanza, ricerca e diplomazia in una strategia nazionale di lungo periodo. Bruxelles scopre ora che la dipendenza economica può trasformarsi rapidamente in vulnerabilità politica.Di fronte alle iniziative europee per limitare pratiche considerate distorsive, la Cina mantiene aperto il dialogo ma avverte che risponderà a ogni misura ritenuta discriminatoria. Una strategia che punta anche a sfruttare le divisioni interne all’Unione, dove Francia, Germania e Spagna mantengono approcci differenti verso Pechino.L’Europa si trova così davanti a una scelta. Può continuare sulla strada di una cauta convivenza commerciale oppure rafforzare strumenti di difesa economica attraverso dazi, controlli sugli investimenti e protezione dei settori strategici. Lo scenario più duro resta quello di una vera guerra commerciale, con conseguenze pesanti per entrambe le economie.La questione va oltre il commercio. Nel mondo contemporaneo la capacità di produrre batterie, semiconduttori, componenti elettronici e sistemi energetici è parte integrante della sicurezza nazionale. Senza una base manifatturiera solida, l’autonomia tecnologica e geopolitica dell’Europa rischia di indebolirsi ulteriormente.Anche l’Italia è direttamente coinvolta. Con una forte tradizione manifatturiera e un tessuto produttivo basato sulle piccole e medie imprese, Roma ha interesse a sostenere una politica europea capace di difendere l’industria continentale senza favorire esclusivamente i grandi gruppi franco-tedeschi.La sfida lanciata da Pechino rappresenta, in definitiva, la fine dell’illusione che il commercio internazionale sia separato dalla politica. Cina e Stati Uniti hanno già trasformato economia e industria in strumenti di potenza. L’Europa è chiamata a decidere se restare un grande mercato aperto o diventare un attore geoeconomico in grado di difendere la propria sovranità industriale.