di Giuseppe Lai – È prassi consolidata che, in tutti i conflitti, contestualmente alle operazioni militari, le parti in causa affianchino una guerra informativa, riassumibile nel termine generico di “propaganda”.In tempi recenti, le strategie comunicative dei belligeranti si avvalgono dell’uso intenso dei social media e di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale, al fine di diffondere all’interno dei propri confini una percezione positiva e di parte sull’evoluzione delle ostilità, favorendo al contempo la coesione interna e il discredito dell’immagine del nemico. I soggetti coinvolti tendono inoltre a proiettare i propri messaggi oltre le linee di confine, nel tentativo di influenzare anche l’opinione pubblica avversaria e quella globale.In linea di principio, tali strategie sono riconoscibili nel conflitto in corso tra Iran e Stati Uniti, declinandosi tuttavia, sotto vari aspetti, in due specifiche geometrie narrative: quella americana e quella iraniana.Per quanto riguarda gli Stati Uniti, occorre distinguere tra i piani e le tattiche comunicative tradizionali adottate da qualche decennio e i canoni propagandistici più recenti che contraddistinguono la narrazione trumpiana.Riguardo alle tecniche convenzionali, gli Stati Uniti investono da tempo in strumenti di diplomazia pubblica diretti all’Iran, di cui Voice of America (VOA) in persiano e Radio Farda rappresentano i pilastri essenziali. Essi trasmettono quotidianamente ore di programmazione televisiva, radiofonica e digitale in lingua persiana e i loro messaggi sono stati intensificati da Washington durante l’escalation militare del 2025-2026, grazie al richiamo in servizio di numerosi giornalisti per rafforzare la comunicazione verso il pubblico iraniano.L’obiettivo dichiarato era offrire una narrazione alternativa a quella diffusa dal regime degli Ayatollah, in un contesto caratterizzato dall’interruzione delle relazioni diplomatiche con Teheran e dalla presenza di una censura capillare all’interno della Repubblica Islamica. La logica tecnico-operativa poggiava sul fatto che il broadcasting estero, attraverso la televisione satellitare, la radio a onde corte e le piattaforme online, potesse aggirare i controlli degli apparati di regime e diventare il canale privilegiato per raggiungere la popolazione.Accanto al broadcasting tradizionale, gli Stati Uniti hanno implementato una presenza digitale sofisticata in lingua persiana. Il Dipartimento di Stato gestisce da anni account ufficiali in lingua locale su diverse piattaforme social, utilizzati sistematicamente per commentare gli eventi interni iraniani, criticare la repressione del regime e sostenere le aspirazioni di libertà e i diritti civili dei cittadini iraniani.Questa strategia digitale mira a raggiungere segmenti specifici della popolazione iraniana, in primis giovani, studenti universitari, attivisti e la vasta diaspora iraniana nel mondo, tutte categorie sociali già tendenzialmente critiche verso il regime e potenzialmente mobilitabili in caso di crisi profonda.I contenuti diffusi coprono un ampio spettro di temi: la denuncia della corruzione sistematica e delle violazioni dei diritti umani si accompagna alla critica dell’incompetenza gestionale degli apparati statali, accanto alle promesse di sostegno americano per un cambiamento politico guidato “dal basso”, ossia dagli stessi iraniani. L’obiettivo operativo è duplice: amplificare la sensazione di isolamento del regime e rafforzare l’idea che Washington sia dalla parte del popolo iraniano.Tuttavia, nonostante la popolazione iraniana sia esposta da decenni a questa comunicazione esterna, non si è verificato l’evento che gli Stati Uniti e buona parte del mondo occidentale attendevano: il cambio di regime. Ciò ha posto al centro del dibattito degli analisti americani l’efficacia concreta di questi strumenti tradizionali che, di fatto, non hanno eroso la legittimità degli Ayatollah né indotto la disgregazione interna della catena di comando.Sul piano della comunicazione, un capitolo a parte è rappresentato dalla gestione del conflitto da parte di Donald Trump. Il presidente statunitense ha adottato un approccio personalistico, funzionale a una comunicazione di potenza e privo di toni istituzionali, sostituiti da uno stile diretto e avulso da filtri diplomatici. Ciò ha portato al riconoscimento implicito della centralità della narrazione trumpiana da parte dei nemici. In altri termini, si è consolidata la percezione che la responsabilità politica del conflitto fosse quasi esclusivamente attribuibile alla Casa Bianca, oltre che a Tel Aviv.L’approccio verticistico della campagna comunicativa statunitense, condotta dalla figura quasi solitaria del presidente, unito ai continui messaggi contraddittori, ha trasmesso disorientamento nell’opinione pubblica internazionale. A ciò si è affiancata un’immagine di divisione nel fronte occidentale.Quest’ultima è stata determinata dal disallineamento diplomatico di storici alleati e di attori internazionali chiave, con l’aggravio della presa di distanza dell’opinione pubblica americana rispetto alle opzioni militari di Donald Trump.L’assenza di sobrietà e di tono istituzionale, il paventato impiego della forza militare anche contro strutture civili e l’attacco costante agli alleati storici hanno provocato un danno d’immagine agli Stati Uniti. Si è indebolita la narrativa che ha sempre indicato gli altri come avversari o nemici, creando un vulnus rilevante nel messaggio di proiezione globale statunitense.Ciò che è emerso con evidenza è la sostanziale inefficacia degli strumenti tradizionali di guerra informativa che, uniti al “fattore Trump”, non hanno favorito l’emergere di una resistenza iraniana significativa, rivelatasi disomogenea, e non solo nel contesto del conflitto in corso.Vari fattori strutturali, in primo luogo decenni di antiamericanismo promosso dal regime, hanno creato anticorpi profondi nella coscienza collettiva iraniana. Molti cittadini, pur critici verso il governo, associano le comunicazioni americane a propaganda straniera e a ingerenza imperialistica. Senza dimenticare che lo stesso sistema educativo iraniano insegna sin dall’infanzia la narrativa della cospirazione occidentale contro l’Islam.Un simile contesto storico-culturale ha rappresentato e continua a rappresentare un ostacolo alla penetrazione dei messaggi statunitensi nella popolazione.Da decenni la comunità iraniana è esposta alla propaganda del regime, che controlla i canali Telegram ufficiali e amplifica vittorie spesso false o esagerate, mentre le televisioni di Stato proiettano un’immagine continua di resistenza e orgoglio nazionale. Comunicare al mondo l’unità e la solidità del Paese è il perno della strategia comunicativa di Teheran.Ad esempio, le manifestazioni di piazza a Teheran del 13 marzo scorso hanno visto la partecipazione anche di alte cariche del regime durante gli attacchi aerei israelo-statunitensi, favorendo la diffusione di un’immagine iconica di resistenza della Repubblica Islamica: i leader politici insieme al popolo sotto i bombardamenti nemici.Un’immagine che evoca il “nazionalismo difensivo”, il principio cardine della narrazione iraniana, fondato sulla rappresentazione del conflitto come un’aggressione imperialista contro la sovranità nazionale e contro l’“Asse della resistenza”.Coerentemente con tale rappresentazione, i media statali e le dichiarazioni ufficiali hanno insistito sul diritto all’autodifesa, sulla legittimità morale della risposta militare e sul ruolo dell’Iran come baluardo politico e simbolico contro l’egemonia occidentale e l’espansionismo israeliano.L’intento è quello di costruire l’immagine di un nemico esterno responsabile della destabilizzazione regionale, di vittime civili e di violazioni del diritto internazionale.Le due geometrie narrative, statunitense e iraniana, sollecitano varie riflessioni. La più immediata è la difficoltà, per analisti, strateghi, parti in causa o semplici cittadini, di accedere a un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti: la verità dei fatti.