Così l’Italia può giocare una partita importante “con” l’Africa. Parla l’amb. Lobasso

Wait 5 sec.

A Kigali, per due giorni, la parola più ripetuta non è stata solo “crescita”. È stata “scala”. L’Africa CEO Forum 2026, riunito il 14 e 15 maggio nella capitale ruandese, ha scelto un titolo netto, quasi ultimativo: “Scale or Fail”.  Crescere in scala o restare intrappolati nella frammentazione. Costruire campioni continentali o continuare a dipendere da progetti isolati. Attrarre capitali pazienti o subire la volatilità di una finanza globale sempre più selettiva.Dentro questa narrativa, la questione climatica nei suoi aspetti legati all’internazionalizzazione delle imprese italiane è entrata come vincolo, come opportunità e come criterio di selezione degli investimenti. Perché oggi, in Africa, parlare di crescita significa parlare anche di energia accessibile, reti resilienti, agricoltura capace di adattarsi, infrastrutture che resistano agli shock climatici, digitale e intelligenza artificiale applicati alla produttività, alla gestione dell’acqua, alla previsione dei rischi. Tutti elementi cruciali per le aziende del nostro Paese per permettere partenariati di lungo termine nel ContinenteLa partecipazione italianaLa partecipazione italiana si è inserita nel solco del Piano Mattei, con l’obiettivo di rafforzare una presenza economica ancora più strutturata nei settori dove il rapporto tra business, sviluppo e resilienza climatica è più evidente: quelli dell’energia, infrastrutture, agribusiness, manifattura, tecnologie digitali e servizi avanzati. In vista del Forum, il Maeci, con il supporto di Ice Agenzia, ha previsto attività dedicate alla valorizzazione del Sistema Italia, con particolare attenzione alle filiere dei macchinari industriali, delle infrastrutture e delle costruzioni. Ma Kigali ha posto anche una domanda politica più profonda. Chi decide la traiettoria della crescita africana? Il presidente ruandese Paul Kagame ha richiamato la necessità che l’Africa difenda meglio i propri interessi strategici, e al contempo gli organizzatori hanno insistito sulla cultura della shared ownership, cioè sulla condivisione di capitale, rischio, in parte della governance e dei valori d’incontro tra attori africani e internazionali. Per capire che cosa sia emerso davvero nei panel e nei corridoi del Forum, abbiamo intervistato Fabrizio Lobasso, già Ambasciatore d’Italia a Khartoum in Sudan e capo della delegazione italiana a Kigali. Con lui abbiamo provato a leggere, dal punto di vista di chi rappresenta il Sistema Italia, quali opportunità e quali rischi si aprono oggi nel rapporto tra Africa, innovazione e investimenti.Ambasciatore, l’Africa CEO Forum di Kigali aveva un titolo molto netto, “Scale or Fail”. Vorrei però spostare il punto di vista sull’Italia. Che cosa ha significato, concretamente, essere presenti a Kigali come Sistema Paese e non come singoli attori istituzionali o industriali?Kigali ha confermato con grande chiarezza che l’Africa non cerca interlocutori episodici, ma partner capaci di accompagnare processi di crescita strutturale. Per questo la presenza italiana non poteva limitarsi a una partecipazione istituzionale o a una vetrina commerciale. Dovevamo presentarci come Sistema, mettendo insieme istituzioni, associazioni, imprese, finanza per lo sviluppo, strumenti di garanzia, tecnologia e capacità industriale. Il punto è proprio questo. Se l’Africa deve crescere in scala, anche l’Italia deve muoversi in scala. Non basta più il successo di una singola impresa, per quanto eccellente. Serve proporsi con una filiera riconoscibile, capace di creare soluzioni, formazione, strutturazione, credito, partnership locali e continuità. A Kigali abbiamo cercato di trasmettere un messaggio chiaro, l’Italia può essere un partner affidabile non perché impone un modello, ma perché sa costruire relazioni industriali, adattare le proprie competenze ai contesti locali e lavorare con gli attori africani in una logica di co-progettazione interculturale. Il Piano Mattei viene spesso letto soprattutto come cornice politica. Dopo Kigali, possiamo dire che sta diventando anche uno strumento operativo di internazionalizzazione per le imprese italiane? E quali ritorni concreti possiamo aspettarci da una missione come quella in Rwanda?Il Piano Mattei va evidenziato tra le tante cose per la sua capacità di trasformarsi in progetti, relazioni industriali e opportunità misurabili. La dimensione politica è fondamentale, perché crea fiducia e apre canali istituzionali. È un volano che ci permette di ottenere risultati generando partnership, accordi finanziari, presenze industriali, filiere condivise. E il MAECI in questo sta portando avanti un’opera di rifinitura e sostegno incondizionato.I ritorni non vanno letti solo in termini immediati. Una missione come quella a Kigali produce contatti, reputazione, conoscenza del mercato, relazioni con istituzioni locali, dialogo con fondi e banche di sviluppo, occasioni per le associazioni industriali e per le imprese. È il lavoro paziente della diplomazia della crescita. Non sempre produce risultati nelle settimane a venire, ma crea le condizioni perché le imprese italiane possano essere presenti quando i progetti maturano e quando i nostri interlocutori africani, riconoscendo la nostra eccellenza, ci cercano nuovamente.A Kigali era presente anche Ucima, con un focus sulla meccanica strumentale e sulle macchine per il packaging. Perché portare questo settore all’Africa CEO Forum? Che cosa racconta della possibile presenza italiana in Africa?La presenza di Ucima è stata molto significativa, perché racconta una parte essenziale della forza italiana. Quando parliamo di sviluppo industriale africano, non parliamo solo di grandi infrastrutture o grandi investimenti energetici. Parliamo anche della capacità di costruire filiere produttive, di trasformare le materie prime e di rafforzare l’agroindustria; di migliorare il confezionamento, di garantire la tracciabilità dei prodotti e la loro idoneità per essere esportati. La meccanica strumentale italiana è particolarmente adatta a questo passaggio. Non offre solo macchine. Offre competenze, capacità di adattare i prodotti alle richieste locali, assistenza e formazione tecnica. Offre capacità di lavorare su produzioni diverse e su contesti industriali in evoluzione. In molti Paesi africani il tema non è semplicemente l’importazione di tecnologia, ma costruire capacità produttiva locale sostenibile. In questo senso, la macchina industriale diventa uno strumento di sviluppo, non solo un bene esportato. Il seminario con Ucima ha mostrato proprio questo valore. Ha messo davanti agli interlocutori africani (e non) un pezzo tangibile, operativo del Made in Italy industriale, non retorico, non decorativo, bensì direttamente collegato alla crescita delle filiere. Se l’Africa vuole industrializzare di più e trattenere più valore sul territorio, la meccanica italiana può essere un viatico naturale.A Kigali Cassa Depositi e Prestiti ha avuto un ruolo importante anche attraverso l’accordo legato al Fondo Italiano per il Clima e alla Banque Rwandaise de Développement. Quanto conta, per la credibilità della presenza italiana, poter accompagnare la diplomazia economica con strumenti finanziari concreti?Conta moltissimo, è un elemento cruciale. Le imprese, da sole, spesso non riescono a entrare in mercati complessi se non esiste una cornice finanziaria e istituzionale adeguata che apra porte e spiani il terreno del partenariato. In Africa molti progetti richiedono tempi lunghi, capacità di strutturazione, garanzie, strumenti di finanza combinata pubblico-privata, dialogo con banche locali e banche multilaterali. La presenza di Cdp, insieme agli altri attori del Sistema Italia, come Sace in questo caso, serve proprio a questo: a trasformare l’interesse politico e industriale in operazioni concrete.L’accordo sul Rwanda è importante perché mostra un passaggio dalla dichiarazione alla progettualità. Energia pulita, mobilità elettrica, resilienza urbana non sono temi astratti. Sono ambiti nei quali servono infrastrutture, tecnologie, servizi, competenze e imprese. Se la finanza pubblica riesce ad attivare investimenti ad alto impatto, si crea anche uno spazio più solido per la partecipazione del settore privato e per una mutua condivisione di benefici tra imprese italiane e locali.Per l’Italia questo è un punto dirimente. Non dobbiamo cercare di competere soltanto sulla dimensione finanziaria con attori più grandi o più introdotti. Possiamo però competere sulla qualità del progetto, sulla capacità industriale, sulla vicinanza alle imprese locali, sull’integrazione tra credito, tecnologia e formazione. Possiamo prevalere in termini di affidabilità e resilienza negoziale. La finanza, in questa prospettiva, non è un elemento accessorio. È ciò che rende credibile e scalabile la presenza italiana.Ritorno al Rwanda. Qual è il senso strategico di scegliere Kigali come luogo di una missione di sistema e come punto di osservazione per l’Africa? E che cosa dovrebbe accadere adesso perché questa presenza non resti un episodio?Il Rwanda è un Paese piccolo, ma con una forte ambizione di posizionamento in termini di hub per milioni di consumatori nei Paesi circostanti, ed oltre il mare. Ha investito molto sulla strutturazione istituzionale di settore, sull’attrazione di investimenti, sull’innovazione, sulla sostenibilità urbana, sulla tecnologia e sulla costruzione di una propria funzione di hub regionale. Per questo Kigali è un luogo fortemente interessante: consente di leggere alcune tendenze profonde del Continente quali la crescita urbana, la digitalizzazione, il bisogno di energia e lo sviluppo di filiere produttive con lenti molto appropriate e con energie pronte ad essere messe a terra. Senza dimenticare la domanda di competenze e la richiesta di apertura a partnership industriali più sofisticate, elementi ai quali l’Italia corrisponde nel migliore dei modi.Il vero punto, però, è il dopo. Una missione di sistema ha senso solo se viene seguita da un lavoro ordinato e programmato. Bisogna mappare i contatti raccolti, distinguere le opportunità mature da quelle ancora esplorative, accompagnare le associazioni industriali, coinvolgere le imprese realmente interessate, usare gli strumenti di Ice, Sace, Cdp, Simest e Maeci in modo coordinato, costruire follow-up di settore con creatività sostanziale.Kigali non deve essere considerata una tappa isolata. Può diventare un metodo, un modello di penetrazione commerciale e finanziaria. Andare nei mercati africani con una proposta industriale chiara, una presenza istituzionale compatta, strumenti finanziari adeguati e una capacità di ascolto reale. Questo è il senso più profondo della diplomazia della crescita: costruire percorsi di presenza stabile, credibile e reciprocamente utile.Se dovesse sintetizzare in una frase il messaggio politico ed economico che l’Italia porta via da Kigali, quale sarebbe?Direi che l’Italia ha realizzato maggiormente che l’Africa non è soltanto un mercato da presidiare o un’area da sostenere. È un continente con cui costruire traiettorie comuni di crescita. Kigali ci ha ricordato che la scala non nasce dalla sporadicità, ma dalla continuità, dalla fiducia e dalla capacità di mettere insieme imprese, istituzioni, finanza e competenze. È qui che l’Italia può giocare una partita importante: non “per” l’Africa, ma “con” l’Africa.