Con l’arrivo delle prime ondate di caldo, per molte persone le notti diventano più corte, frammentate e difficili da gestire. Temperature elevate anche dopo il tramonto, umidità, luce più prolungata e ritmi alterati dell’estate possono infatti compromettere la qualità del sonno, rendendo più difficile addormentarsi e aumentando i risvegli notturni. Non è un caso che diversi esperti parlino ormai di “insonnia estiva”, un fenomeno che tende a peggiorare proprio nei mesi più caldi.I medici raccomandano almeno 7 ore di sonno per notte e dormire meno è stato associato a un invecchiamento accelerato e a un rischio più elevato di infarti, ictus e persino morte precoce. Ma potrebbe esserci una buona notizia per chi dorme poco. Nella nuova ricerca pubblicata su Nature Communications, i risultati parlano chiaro: le persone che dormivano più a lungo la notte successiva a una notte di sonno insufficiente sembravano meno esposte agli effetti negativi, in particolare al rischio di morte negli 8 anni successivi al periodo di osservazione, rispetto a chi non recuperava ore di sonno extra.L’allerta di Matteo Bassetti sul sonno: «Diabete, infarto, tumori. Ecco tutti i rischi per chi dorme meno di 7 ore a notte»Il dibattito sul “sonno di recupero”«Tradizionalmente, la ricerca sul sonno e le raccomandazioni di salute pubblica si sono concentrate soprattutto sulla durata media del sonno, per esempio sull’obiettivo di dormire tra le 7 e le 9 ore per notte», spiega Jean-Philippe Chaput, esperto di sonno dell’Università di Ottawa e citato da Science. «Questo lavoro suggerisce invece che potrebbe essere importante anche la capacità dell’organismo di recuperare dopo periodi di sonno insufficiente». Le ricerche sul cosiddetto “sonno di recupero” hanno negli ultimi anni restituito risultati spesso discordanti. Alcuni studi pubblicati hanno suggerito che dormire di più nei weekend potesse contribuire a ridurre il rischio di problemi come ipertensione, diabete o demenza. Una ricerca presentata al congresso della European Society of Cardiology nel 2024, per esempio, aveva osservato che recuperare sonno nel fine settimana era associato a un rischio inferiore di malattie cardiache nelle persone che dormivano poco durante la settimana. Altri lavori, invece, non avevano osservato benefici significativi sul rischio cardiovascolare o sulla mortalità. Per cercare di chiarire meglio il quadro, Xiaoyu Li, ricercatrice della Tsinghua University, insieme al suo gruppo di lavoro, ha analizzato oltre 574mila notti di sonno registrate in più di 85mila persone coinvolte nella UK Biobank, uno dei più grandi database sanitari al mondo. I partecipanti hanno indossato per circa una settimana accelerometri da polso capaci di stimare la durata del sonno attraverso il monitoraggio dei movimenti.Il “rimbalzo” del sonnoNel complesso, i partecipanti dormivano mediamente 6,43 ore per notte. Durante il periodo di osservazione, quasi il 30% ha attraversato almeno una fase di “restrizione del sonno”, cioè notti in cui aveva dormito meno rispetto alla propria media abituale o rispetto alla media delle persone della stessa fascia di età e sesso. In quasi la metà dei casi, però, a queste notti più corte seguiva una fase di “rimbalzo del sonno”: la notte successiva le persone dormivano circa un’ora in più rispetto al normale. Il recupero avveniva soprattutto durante la settimana e non soltanto nei weekend. «Un dato interessante perché», spiegano gli autori, «suggerisce che molte persone tentino di compensare il sonno perso il prima possibile, adattandosi ai ritmi della vita quotidiana moderna». Dopo aver ordinato i dati per fattori come età, stile di vita e condizioni di salute, i ricercatori hanno osservato che chi dormiva poco senza poi recuperare mostrava un rischio di mortalità superiore del 15% negli otto anni successivi rispetto a chi non presentava restrizioni del sonno. L’effetto appariva ancora più evidente nei cosiddetti “short sleepers” naturali, cioè persone che tendevano già abitualmente a dormire poco. «Al contrario, tra chi normalmente dormiva più a lungo, il rischio aumentava soprattutto nei casi di forte deprivazione di sonno», con oltre tre ore e mezza perse in una sola notte.ll quadro cambiava però nei partecipanti che recuperavano sonno la notte successiva. In questi soggetti, il rischio di mortalità risultava simile a quello osservato nei dormitori regolari, sia dopo una sola notte di sonno insufficiente sia dopo due notti consecutive più corte. Un risultato che i ricercatori hanno osservato anche analizzando i dati di un secondo grande studio statunitense, il National Health and Nutrition Examination Survey, che ha coinvolto circa 4.500 persone.L’organismo compensa ma la privazione cronica rimane un problemaSecondo gli autori, questi risultati sono compatibili con l’idea che il corpo possieda una certa capacità di compensare almeno in parte gli effetti di una perdita acuta di sonno. «Ma il messaggio – avvertono i ricercatori – non è che dormire poco durante la settimana sia privo di conseguenze purché si recuperi successivamente». Resta inoltre ben documentato che una privazione cronica di sonno può influenzare numerosi sistemi biologici. Dormire troppo poco è in grado di alterare la regolazione ormonale, aumentare i livelli di stress fisiologico e infiammazione e può avere effetti su metabolismo, pressione arteriosa, sistema cardiovascolare e funzioni cognitive.L'articolo Cos’è e come funziona il «sonno di recupero» che può aiutarci dopo una notte insonne proviene da Open.