L’economista e filosofo Gabriele Guzzi, autore del saggio Eurosuicidio (Fazi Editore), torna a parlare delle contraddizioni strutturali dell’Unione Europea in vista di un evento pubblico in programma domenica 7 giugno a Roma, al ristorante Il Biondo Tevere, intitolato “Cosa possiamo fare? Oltre l’eurosuicidio, la democrazia deviata per una nuova speranza di pace”, con la partecipazione di Alessandro Di Battista e Thomas Fazi. Tre i nodi al centro del confronto: il percorso autolesionista dell’integrazione europea, la deriva delle democrazie occidentali e il rischio concreto di un’escalation bellica nel corso di questo decennio.Mentre i governi europei approvano budget militari senza precedenti — la spesa per la difesa dell’UE è passata da 218 miliardi di euro nel 2021 a una stima di 381 miliardi nel 2025, con un aumento del 75% in soli quattro anni — il dibattito pubblico fatica a collegare questa traiettoria con le politiche di austerità che da decenni comprimono i bilanci sociali degli stessi paesi. La stessa Unione Europea che ha imposto per trent’anni il rigore di bilancio come dogma ha aperto deroghe al Patto di stabilità proprio per finanziare le spese militari, consentendo agli Stati di aumentare la spesa per la difesa fuori dai vincoli del Patto di stabilità e crescita nel periodo 2025-2028. L’Italia ha dichiarato una spesa di oltre 45 miliardi di euro, pari al 2,01% del PIL, con un incremento di 12 miliardi rispetto al 2024.“L’eurosuicidio non è un incidente: è il progetto”Per l’economista Gabriele Guzzi, il percorso che ha portato l’Italia alla deindustrializzazione, alla precarizzazione del lavoro e all’emigrazione dei giovani non è il risultato di congiunture sfortunate, ma di scelte strutturali iscritte nell’architettura stessa dell’integrazione europea. “L’Eurosuicidio è il fatto che i paesi europei abbiano da tempo, a mio avviso addirittura dall’inizio dell’Unione Europea, intrapreso un percorso autolesionista che ha favorito prima alcuni paesi e alcuni grandi possessori di ricchezza, ma ora, dopo la guerra in Ucraina, è diventato un ostacolo anche a quei paesi che prima venivano favoriti, a partire dalla Germania. Questo in particolare per l’Italia ha corrisposto a una fase di impoverimento strutturale, di deindustrializzazione, di privatizzazione, di precarizzazione del lavoro. Cioè, è la causa istituzionale più rilevante di tutti i problemi economici e sociali, fino alle immigrazioni dei giovani, che viviamo come paese.”“Questo formalismo di elezioni, di dire che il potere ce lo ha il popolo, è una bellissima cosa da dirci, da ripeterci, siamo tutti molto d’accordo. Ma purtroppo è un palcoscenico teatrale dietro cui si legittimano i peggiori interessi, il perpetuarsi dei peggiori interessi. Ci può essere la destra, ci può essere la sinistra, ma sui nodi fondamentali, che sono i vincoli esterni alla democrazia, cioè l’Unione Europea e la foga bellicista della NATO, tutti la pensano allo stesso modo. Quindi la democrazia deviata vuol dire che le istituzioni che dovrebbero garantire e sorvegliare questa democrazia sono in realtà i garanti della sottrazione della democrazia, sono i garanti del vincolo esterno.”La pedagogia della guerra“Per legittimare questa economia della disuguaglianza serviva una pedagogia della disuguaglianza, che chiamavano meritocrazia, no? Che è una parola anche potenzialmente molto bella, ma che poi nei fatti voleva dire: convincere i poveracci che i miliardari, che il più delle volte hanno ereditato quella ricchezza, se lo meritano, e quindi inibire qualunque forza rivoluzionaria. La meritocrazia avrebbe senso se tutti partissero dallo stesso livello. Siccome questo non è — il figlio di Agnelli, stranamente, governa la Fiat, mentre il figlio di un poveraccio rimane il più delle volte a fare un poveraccio — questo chiaramente falsifica questo discorso. Quindi ora serve una pedagogia della guerra, perché per anni si era detto che la globalizzazione, il mercato, aveva reso superflue le guerre. Invece si vede che la globalizzazione estremizza i conflitti. Perché non è l’unione, diciamo, pacifica e relazionale dei popoli, ma è la centralizzazione della finanza che prima o poi si scontra con altre finanze e quindi si fa la guerra.”The post “Trucchi pedagogici: ecco quelli dell’Europa di pace per portarci in guerra” | Gabriele Guzzi appeared first on Radio Radio.