Negli ultimi dieci anni la popolazione straniera in Emilia Romagna è aumentata di circa 41.000 persone l’anno e nello stesso periodo si sono registrate 232.944 acquisizioni di cittadinanza italiana sui 4 milioni e mezzo di abitanti della nostra Regione. Un dato importante perché una parte crescente di persone di origine straniera esce statisticamente dalla categoria “stranieri”. Attualmente in Emilia Romagna i cittadini stranieri residenti sono 579.414 (al 1 gennaio 2025). Il dato colloca la regione al primo posto in Italia per incidenza di cittadini stranieri (12,9% della popolazione regionale), molto al di sopra della media nazionale pari a 9,2%.In tante province della regione: Parma, Piacenza, Modena e Bologna l’incidenza è più alta e ci sono alcuni paesi delle aree interne in cui i cittadini stranieri sono più numerosi di quelli italiani.Senza tante di queste persone non riusciremmo ad aprire le nostre aziende, assistere i nostri anziani, coltivare i nostri campi, aprire i nostri ristoranti e i nostri alberghi. Ma, come vivono all’interno delle nostre comunità? Come considerano i principi di fondo su cui si basa una Costituzione che viene sempre citata come riferimento essenziale da parte di chi guida l’Emilia Romagna? Queste persone si sentono “parte” di quella Repubblica di cui si celebra con giusto orgoglio, in questi giorni, l’ottantesimo anno di fondazione?È ora di uscire dalla retorica e capire perché il modello emiliano di integrazione è fallito. E lo farò utilizzando i dati che emergono dalla clausola valutativa che la regione Emilia Romagna stessa ha fatto della legge 5/2004 sull’integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati in Emilia Romagna, dati presentati in commissione il 19 maggio scorso. Conoscenza della lingua italiana, scuola, lavoro, sfruttamento, casa, sanità, condizione femminile, sono i punti da mettere sotto la lente di ingrandimento.La lingua è il primo strumento vero di integrazione. Senza avere una competenza linguistica alta è impossibile essere pienamente integrati in una comunità. Imparare una lingua significa entrare dentro la cultura, la sensibilità, il modo di pensare di un Paese, è la condizione per stabilire relazioni profonde. La clausola valutativa dice che dal 2021 al 2024 sono stati attivati 686 corsi per 6.313 cittadini stranieri, con attestazioni di frequenza o di competenza dal livello alfa al B1.Ma non si ha nessuna certezza sul livello di apprendimento realmente raggiunto. Dati recenti relativi al più importante centro per l’insegnamento dell’italiano per stranieri di Bologna dicono che la maggioranza degli iscritti frequenta al massimo 2 o 3 lezioni. Non basta attivare corsi, occorre verificare che siano frequentati e certificare il livello di competenza linguistica raggiunto per evitare sprechi e offrire ai cittadini stranieri il primo strumento per entrare veramente nel nostro Paese.La scuola è un altro banco di prova decisivo. In Emilia-Romagna gli alunni con cittadinanza non italiana sono 113.407, pari al 18,9% degli studenti. Più di due su tre sono nati in Italia. Siamo la prima regione italiana per incidenza di alunni stranieri, ma i dati dimostrano che nelle nostre classi esiste un forte divario educativo. Il ritardo scolastico riguarda il 22,9% degli alunni stranieri, contro il 7,7% degli italiani. Nella scuola secondaria di secondo grado questo dato arriva al 47,5% tra gli studenti stranieri, contro il 16,3% degli italiani. Quasi uno studente straniero su due alle superiori è in ritardo. È un segnale che non può essere sottovalutato. Sono dati confermati dalle rilevazioni degli apprendimenti Invalsi che confermano l’esistenza di questo divario che la scuola non riesce a colmare. Essere iscritti a scuola e rimanere “formalmente” nel sistema non significa crescere. Il divario che comincia già nella scuola primaria si aggrava nella scuola media e diventa sempre più grande nella scuola superiore fino a diventare incolmabile. Nonostante quel che si dice a parole, la regione Emilia Romagna in Italia è tra le peggiori come capacità di restituire un valore aggiunto in termini di apprendimenti acquisiti dagli studenti stranieri..Un divario che contribuisce a costruire quelle bolle di risentimento che spesso si trasformano in rabbia. Se si andassero a vedere le storie di successo di tanti ragazzi di prima o seconda generazione vedremmo che sono legate alla “fortuna” di docenti particolarmente sensibili e di famiglie fortemente motivate. Ma non possiamo legare alla “fortuna” la storia di crescita di bambini e ragazzi che possono avere una chance di integrazione vera, insieme ai loro genitori, solo dalla scuola. Occorre ripensare profondamente alle modalità con cui si fa scuola, alle proposte didattiche, sportive ed educative, alle iniziative per coinvolgere i genitori fin da quando sono piccoli. Ma serve anche il desiderio di “integrazione vera” da parte di chi arriva nel nostro Paese.I dati sugli accessi al nido nella fascia fra gli 0 e i 3 anni sono emblematici: i bimbi stranieri rappresentano solo l’8,2% dei frequentanti. O le istituzioni della nostra regione credono veramente che sia un valore l’integrazione perché chi vive nelle nostre città ha il diritto di far parte di una comunità di cui condivide i valori fondanti oppure le Istituzioni, di fatto, collaborano a costruire “comunità parallele” sempre più ostili a chi le ha accolte. Un esempio? Nella nostra cultura non si è mai portato in tasca un coltello come strumento di difesa, ora moltissimi ragazzi, anche giovanissimi, per paura escono con il coltello. È un’abitudine entrata in Italia da alcune etnie straniere che, di fatto, hanno svolto un processo di integrazione al contrario.La notizia che il Comune di Bologna abbia scelto di aprire uno sportello dedicato all’islamofobia fa capire l’esistenza di questa deriva che sta producendo danni, innanzitutto, a chi è venuto nel nostro Paese in cerca di pace, lavoro, scuola. Sembra paradossale, ma è così. Essere accoglienti non vuol dire essere conniventi con atteggiamenti e scelte che distruggono le fondamenta stesse del vivere comune, così come è stato costruito nella nostra civiltà, attraverso millenni di storia.La stessa cosa vale per il lavoro. Il tasso di disoccupazione degli stranieri è del 10,2%, oltre tre volte quello degli italiani, fermo al 3,3%. Il dato femminile è ancora più alto e va letto tenendo insieme fattori culturali, lingua, formazione, conciliazione vita-lavoro. Perché le imprese cercano personale e ci sono persone senza lavoro? Persone che dovrebbero essere venute nella nostra regione per trovare un lavoro? Perché ci sono tanti stranieri che, a fronte di percorsi formativi adeguati, potrebbero lavorare e invece restano ai margini, aumentando la platea di chi ha bisogno di sussidi?Dalla relazione emerge una forte contraddizione: gli stranieri sono indispensabili per il mercato del lavoro regionale, ma restano più esposti a disoccupazione, precarietà, bassa qualificazione contrattuale e segregazione settoriale. I dati allarmanti sul lavoro nero e sullo sfruttamento presenti in Emilia Romagna, al di là della retorica, dicono che occorre cambiare direzione, senza chiudere gli occhi. La nostra è una Repubblica fondata sul lavoro. Nella nostra tradizione il lavoro non è una maledizione, ma una possibilità di realizzazione di sé. Perché non investire su questo cambiando le modalità di formazione che non funzionano? Esperienze costruite insieme alle aziende, come “Se scappi ti assumo”, promosso da Confindustria Emilia, indicano una direzione concreta: percorsi brevi, ben fatti, hanno portato al lavoro immigrati presenti nei CAS nell’arco di pochi mesi. Per gli adulti è questa la direzione da prendere: collegare formazione linguistica e professionale ai reali fabbisogni delle imprese e trasformare l’accoglienza in un percorso verso il lavoro, l’autonomia e l’integrazione vera.Leggi anche: Modena, i pm insistono col teorema pazzia chiesta la perizia psichiatrica per El KoudriModena, colpo di scena: Video del terrore nel cellulare di El KoudriGli stranieri incidono per il 12,9 per cento sulla popolazione dell’Emilia Romagna, ma pesano molto di più sugli sportelli sociali (28,8%), richieste abitative, nuove assegnazioni ERP, accesso importante ai servizi sanitari (15,1% accessi a pronto soccorso), nella neuropsichiatria infantile (23,6%) e nella sanità penitenziaria (50,6%).Sono dati che mettono in luce tante persone in situazioni di grande difficoltà. Dobbiamo essere consapevoli che l’integrazione vera non nasce da politiche assistenzialistiche, da una somma di progetti o sportelli, ma dalla condivisione profonda delle fondamenta su cui è stato costruito il nostro Paese: la dignità della persona, il diritto al lavoro, la parità tra uomo e donna, la libertà religiosa, il rispetto della legge, la responsabilità verso la comunità. Senza chiedere questo è falso parlare di integrazione e inneggiare alla festa della nostra Repubblica.Elena Ugolini, 1° giugno 2026L'articolo Emilia Romagna, ma quale integrazione. Ecco la realtà dietro la retorica proviene da Nicolaporro.it.